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Silly Christians?

Un ignoto sapientone ha creato l’immagine qui sotto, che alcuni non ignoti sapientoni di casa nostra diffondono periodicamente su Facebook per togliersi il gusto di insultare i cristiani.
Il sapientone pensa forse che non sappiamo che “prima c’erano i pagani”? Questo è l’anno 2016 dell’era cristiana (ma forse lui non ci pensa, quando scrive la data) e sappiamo benissimo che gli anni avanti Cristo sono moltissimi di più.
Il sapientone pensa forse che quello che vale per la sola lingua inglese (una delle circa 3000 lingue parlate nel mondo) valga anche per tutte le altre? Se in Italia, dopo quasi due millenni di cristianesimo, diciamo ancora lunedì, martedì, ecc. non significa forse che non ce ne frega niente che in quei giorni siano rimasti i ricordi degli astri o degli dei? A noi basta ricordare il Sabato ebraico e soprattutto la Domenica (dies dominica, cioè giorno del Signore). In altre lingue i ricordi pagani nei nomi dei giorni sono spariti del tutto: ad esempio in russo, nel greco moderno e in portoghese, che è la lingua più diffusa nell’emisfero australe.
La Pasqua prende il nome dall’est solo in inglese, tedesco e poche altre lingue – non in italiano né in moltissime altre.

La data ipotetica della Natività è prossima a quella di una festa pagana. E allora? In qualsiasi altro momento dell’anno sarebbe stata coincidente o vicina rispetto a qualcuna delle innumerevoli tradizioni antiche – o a qualche solstizio, equinozio… Alcune chiese cristiane orientali festeggiano Natale il 6 gennaio (e non cambia assolutamente nulla di sostanziale).
Nessuna di queste cose fa parte del Credo cristiano. Irrilevanza totale.
O si vuole affermare che siccome il paganesimo è venuto prima, è anche superiore? Non credo, non avrebbe senso. Come, beninteso, non avrebbe senso il contrario.

silly

P.S. Se anche per te il giorno in cui pubblico questo articolo è il 31 ottobre, allora tu stai usando un calendario che prende il nome dal papa che l’ha adottato. Non per questo ti dirò mai “sciocco pagano!”

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Breve autobiografia linguistica

Alcuni membri di un gruppo di Facebook che seguo mi hanno chiesto come sia nata e cresciuta la mia passione per le lingue. Ho recuperato alcune cose che avevo detto durante un convegno (ANILS, Sanremo, maggio 2005) e le riporto qui sotto.
“[…] non sarei da questa parte del tavolo se non avessi avuto una serie di fortune. In ordine cronologico, la prima è stata quella di crescere bilingue, in una famiglia in cui si è sempre parlato un buon italiano ma con un nonno con il quale potevo comunicare solo in milanese. Essere col mio nonno materno era sempre una gioia e l’esperienza di bilinguismo era quindi un’esperienza lieta e gratificante. In questa sede non occorre che chiarisca che i dialetti sono lingue e che il buon vecchio dialetto milanese, quello autentico destinato a scomparire con la mia generazione, era altrettanto diverso dall’italiano quanto lo è il francese.
Proprio il francese fu la prima lingua straniera in senso stretto con cui venni in contatto. Mia madre lavorava nel campo della moda e quando io avevo 6 o 7 anni, cioè poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, cominciò a recarsi a Parigi due volte all’anno per le sfilate. Ogni anno mi portava in dono una scatola di Meccano che mi consentiva l’avanzamento di un livello — anche perché il Meccano francese era molto più bello, nei colori e nelle rifiniture, di quello inglese venduto in Italia. Le istruzioni erano in francese e così feci le mie prime esperienze di CLIL, cioè di apprendimento di un’altra lingua integrato nei contenuti. Tuttora sono francofono per quanto riguarda questi aspetti: di molti pezzi del gioco conosco il nome francese ma non ho mai saputo quello italiano.
La cosa era resa possibile da un supporto multimodale, ossia il fascicolo per le istruzioni che presentava sia una serie di modelli che si potevano costruire con i pezzi disponibili, sia il catalogo illustrato dei singoli pezzi. La sinergia tra testo e immagine, lo sappiamo, è uno dei fondamenti dell’apprendimento delle lingue straniere per scopi speciali — e costruire le gru col Meccano è uno scopo speciale. Come complemento, mia madre mi aveva insegnato i rudimenti della conversazione francese — le solite cose: i saluti, i numeri, le frasi utili al turista, ecc.
Ancora una volta quindi l’incontro con un’altra lingua avvenne in una dimensione felice, ludica e familiare assieme. Questo mi rese facile affrontare dopo parecchi anni lo studio del francese all’università — anche se nulla sarebbe mai riuscito a farmi piacere Victor Hugo, il tipo di poeta-vate che meno corrisponde alla mia sensibilità. La pretesa che tutti gli autori debbano essere amati da tutti gli studenti è una delle strane nozioni che certi insegnanti portano con sé […].
Quando ero studente io, si iniziava a studiare la lingua straniera in seconda media, cioè, tra l’altro, dopo un anno di latino. E fu all’inizio della seconda media che scoprii di essere nella sezione di spagnolo, probabilmente l’unica di Milano. Dopo un attimo di sconcerto la cosa divenne un dato di fatto accettato tranquillamente e fu allora che iniziai lo studio sistematico di una lingua estera che tuttora è l’unica che oso adoperare parlando in pubblico, oltre all’inglese. Anche lo spagnolo, come il francese, venne poi ripreso come esame biennale all’università.
Un’altra grande fortuna fu che i miei genitori scelsero per me alle superiori (e parlo di più di 60 anni fa!) una lingua che allora era ampiamente minoritaria come numero di classi ma che prometteva bene, cioè l’inglese. Il mio primo voto di inglese scritto in pagella fu un quattro, ma del resto anche qualche mio compagno che era al terzo anno di inglese ce l’aveva, e comunque poi ho recuperato. Io poi scelsi l’inglese come lingua quadriennale all’università e da allora questa lingua ha un ruolo importante nella mia professione. […] questa esperienza può indicare che si può riuscire passabilmente bene a imparare una lingua straniera dopo l’età della pubertà purché esista già un certo grado di familiarità con altre lingue diverse dalla materna.
Tutte storie positive, allora? No, l’anno di tedesco all’università, con un testo di grammatica ancora con i caratteri gotici e con autori di letteratura che non mi piacevano, non mi diede quasi nulla. Quel tanto (che come si sa vuol dire “quel poco”) di tedesco che mi consente di comunicare in modo elementare come turista nei paesi germanofoni e di comprendere abbastanza bene i testi scritti, l’ho imparato quando il prof. Freddi volle che entrassi a far parte del suo Seminario permanente per la promozione del bilinguismo, istituito a Bolzano nella seconda metà degli anni ’70 per rispondere alle esigenze derivanti dall’applicazione degli accordi DeGasperi-Grüber. Le insegne bilingui nelle città altoatesine e più in generale la compresenza dei due gruppi etnici mi hanno consentito l’acquisizione di un bagaglio utile, funzionale alle comunicazioni in cui ero impegnato. […]”

Il falsario

Erano gli anni ’60 e malgrado fossi un incaricato triennale e tra gli insegnanti più giovani (avevo al massimo 25 anni), mi ritrovai vicepreside di una scuola media di Rho (MI). Ricordo il giorno di settembre in cui venne in segreteria un padre che voleva iscrivere il figlio e mi fece capire che era analfabeta: il suo desiderio era che suo figlio non si ritrovasse in futuro nella sua stessa situazione. Esamino, assieme al segretario, i documenti che aveva preparato e gli dico che era tutto a posto, che non occorreva altro. Ovviamente mancava la sua firma, che misi io non appena lui fu uscito, sotto gli occhi del segretario che mi fece capire che altrimenti l’avrebbe messa lui. Una firma falsa di cui mi vanterò sempre.
Quando rientrò la preside, per correttezza le dissi che cosa avevo fatto. Non mi degnò di una risposta e passò ad altro. Era maoista quando ancora non era di moda (il ’68 non era ancora arrivato) ed era la persona più dedita al lavoro che io abbia mai conosciuto. Sapeva benissimo che come cattolico non potevo condividere le sue posizioni sul ruolo della famiglia e su varie altre questioni ma questo non ci ha mai impedito di lavorare lealmente assieme per il bene dei nostri allievi.

Un alieno!

Dopo avere acquistato cinque articoli in un grande magazzino, intanto che faccio la fila alla cassa calcolo il totale dei prezzi e preparo la somma da pagare. Quando arriva il mio turno metto sul banco della cassiera gli oggetti e il denaro (per combinazione, avevo l’importo esatto fino all’ultima lira). La cassiera procede alla solita operazione e vedendo che l’importo segnato sullo scontrino corrispondeva ai soldi che le avevo dato, mi ha guardato come si guarda un alieno.
Ma forse lo ero, già negli anni ’80: appartengo alla generazione di quelli che hanno imparato a fare i calcoli a mente.

Non si riesce a comunicare – così mi disse…

“Non si riesce a comunicare per telefono col vostro Provveditorato”: così mi disse un funzionario dell’università di Bari che aveva bisogno di un’informazione. Gli ho fatto presente che all’epoca (fine anni ’80) la provincia di Milano, ora divisa in tre, aveva da sola tanti abitanti quanti Puglia e Basilicata assieme e che quindi il Provveditorato agli Studi di Milano era una realtà complessa a cui competeva un carico di lavoro pari a quello dei sette provveditorati di quelle regioni messi assieme, con tutte le difficoltà conseguenti.

Mi sono fatto dire di che cosa avesse bisogno e con una telefonata a una collega ho avuto nome e numero di telefono della persona a cui poteva rivolgersi. Questo ha fatto crescere molto la sua stima nei miei confronti – per troppe persone non conta come lavori ma quanti e quali contatti riesci ad avere.

L’episodio mi è parso emblematico di una visione distorta della realtà. Tanti colleghi di laggiù – così come troppi politici e giornalisti – parlavano come se l’Italia si dividesse in quattro parti uguali: Nord, Centro, Sud e Isole. Con riferimento alla popolazione, la realtà è rappresentata da questo grafico:

Mypie


Il Nord ha circa il doppio degli abitanti del Sud – ma c’è di più. Se osserviamo la cartina

cartina-italia

possiamo notare che il confine tra Abruzzo e Molise è la prosecuzione quasi lineare del confine fra Lazio e Campania. Geograficamente, quindi, l’Abruzzo appartiene al Centro: L’Aquila e Pescara sono più a nord di Roma. Anche il Molise, che si colloca alla stessa latitudine della Ciociaria, potrebbe essere considerato una regione del Centro, senza forzature. Come mai invece queste Regioni si auto-classificano ovunque come “Italia meridionale”? Nostalgia dei Borboni o affermazione del diritto di beneficiare della Cassa per il Mezzogiorno?

Che coincidenza…

Della banca presso cui avevo aperto il conto corrente a Bari vi ho già parlato (https://deiporcellinonsibuttaniente.wordpress.com/2014/08/29/veramente-siamo-chiusi-cosi-mi-dissero/). Non faccio nomi – dico solo che era una delle grandi “banche di interesse nazionale” e il conto mi serviva solo perché l’università accreditasse il mio stipendio. Ogni mese mi facevo dare un assegno circolare intestato a me stesso e non trasferibile, che avrei versato sul nostro conto bancario appena tornato a Milano.

Un giorno mi dicono che non c’erano fondi: lo stipendio era stato accreditato ma c’era anche un addebito più o meno della stessa cifra per uno “storno” ossia per compensare un altro accredito che non mi era dovuto. Mi faccio dare l’estratto conto dal quale risultava lo storno ma non l’altro accredito. Chiedo quindi di correggere e di rilasciarmi l’assegno. La risposta è che “si può fare ma ci vuole tempo.” Non me lo faccio dire due volte: con un “ma certo! Servite prima la signora” riferito a una cliente in attesa, mi fiondo su una poltroncina e mi immergo nella lettura di un articolo che avevo appena ricevuto e che davvero mi interessava molto. Il messaggio era comunque chiaro: “di qui non esco senza i miei soldi”.

Dopo un po’ di tempo e non pochi imbarazzi, mi chiamano allo sportello e mi mostrano un documento dell’Università che a dir loro era all’origine del disguido: il numero di quel documento coincideva col numero del mio conto corrente. Non ho fatto alcun commento e ho atteso che mi dessero l’assegno. Che pensassero pure di avermi fatto fesso: c’è una probabilità su centomila che due numeri di cinque cifre coincidano. Coincidenze così si verificano tutti i giorni, no?

SOTTO LE PAROLE, NULLA?

Premessa: questo articolo apparve a stampa nel 1992. I riferimenti sono “datati”, i contenuti sono purtroppo ancora attuali.

Sabato 7 dicembre 1991, ricordando il cinquantenario dell’at­tacco giapponese a Pearl Harbor, il Giornale di Montanelli pubbli­cava una carta dell’isola di Oahu che indicava la posizione di Ho­nolulu, della stessa Pearl Harbor e di una serie di obiettivi mi­litari, tra cui le “Baracche Schofield.” Nessuno in redazione si è chiesto come mai delle baracche avessero un nome e costituissero un obiettivo militare. Per avere la risposta sarebbe bastato con­sultare qualsiasi dizionario, da cui si ricava che barracks signi­fica “caserma”, ma pare che la pseudoconoscenza dell’inglese da cui molti sono affetti faccia perdere l’umiltà che porta ad effet­tuare alcuni semplici controlli.

Più recentemente un altro importante quotidiano milanese (Corriere della Sera del 19.6.92, p. 44) invoca una “autority” (sic) dell’ambiente, per studiare e possibilmente risolvere il problema del traffico urbano. Forse perché la grafia del titolo appare carente, la parola viene immediatamente ripetuta nella prima riga del testo, questa volta come “autorithy”. Dopo due sba­gli diversi in due righe, la parola non viene più usata.

Qui però il discorso non si limita a recriminare che non si sappia (o non si voglia) usare il dizionario per verificare l’or­tografia; bisogna chiedersi perché i giornalisti facciano ricorso a certe parole straniere, anche a rischio di infortuni professio­nali. La parola authority è un caso interessante. Come nome astratto, essa equivale al nostro autorità sia nel senso di “pre­stigio morale, stima, credito” di cui gode qualcuno, che di “po­tere legittimo, facoltà di comandare”; al plurale, le authorities sono, analogamente all’italiano, le persone investite di pubblici poteri. La parola authority possiede però, come sostantivo singo­lare concreto, altri due significati che in italiano vengono resi altrimenti. Il primo è quello di “autorizzazione”, ossia di per­messo ufficiale di fare qualcosa; e il secondo è quello di “ente”, nel senso di “organismo preposto alla gestione di un servizio pub­blico.” Ad esempio, la Port of London Authority, le cui iniziali P.L.A. spiccano sugli imbarcaderi del Tamigi, altro non è che l’Ente del Porto di Londra: l’idea astratta di prestigio e di autorevolezza è completamente assente, assorbita da quella di “orga­nismo di gestione.”

Tornando a Milano, se quello che si propone è un ente per la viabilità, con interventi attenti agli aspetti ecologici, perché non dirlo chiaramente invece di ricorrere alla parola straniera? Possiamo supporre (senza fare processi alle intenzioni, ma solo sulla base del contesto) che si sia anzitutto voluto evitare la parola ente perché ampiamente screditata: si è parlato a lungo di enti inutili, anche se poi non ne sono stati soppressi molti, e più recentemente vi sono stati scandali politico-amministrativi connessi ad enti… partiti per la tangente. E allora lo sconforto non riguarda più le disortografie, ma gli episodi di cattiva amministrazione della cosa pubblica.

La scelta di authority, al di là della sua scarsa appropria­tezza rispetto all’uso che se ne fa nella lingua d’origine, verosimilmente vuol proprio suggerire l’esigenza di recuperare quelle qualità di prestigio, stima e autorevolezza di cui si avverte un gran bisogno. Se le cose stanno così, lo snobismo che troppo spesso fa preferire parole inglesi a parole italiane c’entra poco: c’è, invece, il non confessato desiderio di recuperare quell’autorità che anni di contestazione velleitaria hanno cercato invano di cancellare come esigenza sociale, un’autorità fatta non certo di autoritarismo arrogante ma di competenza e senso di re­sponsabilità.

Dietro e sotto le parole, quindi, c’è molto più di quanto non appaia ad uno sguardo distratto. Se ci soffermiamo ad osservare i prestiti stranieri che quotidianamente ci vengono posti sotto gli occhi possiamo trarre spunti di riflessione a vari livelli: dalla constatazione della superficialità ed approssimazione con cui usiamo i vocaboli nostri ed altrui, fino alle tensioni che si esprimono inconsciamente quando si rifiutano certe parole per pre­ferirne altre.

Giochi (di parole) proibiti

C’è un altro fenomeno recente che dev’essere tenuto sotto sorveglianza stretta, ed è il proliferare, nella pubblicistica ad alta diffusione, delle opere che in vari modi si occupano di aspetti e problemi linguistici. Alcune di esse, come certi libri di Marchi sulla lingua italiana e latina, e le “lezioni semiserie” di inglese di Beppe Severgnini, hanno il pregio di fornire in modo divertente e accattivante informazioni, nozioni, curiosità inte­ressanti e spunti per ulteriori approfondimenti; sono attuazioni dell’antico ma sempre valido monito che prescrive di docere delec­tando (quando ci si riesce).

Molto più spesso, si tratta di opere presentate sotto l’etichetta di “libri comici” e il cui scopo dichiarato è quindi solo quello di procurare momenti di evasione; obiettivo certamente legittimo ma che può nascondere qualche insidia. Fino a che punto è lecito giocare con le parole? E ancor prima: da che cosa nascono i giochi di parole, e che ruolo possono avere?

Fondamento dei giochi di parole è il fatto che i legami tra il piano della realtà conosciuta o pensata (cose, azioni, concetti e idee) e il piano della lingua in cui si esprime tale realtà (vo­caboli e strutture) sono spesso legami incoerenti – in linguistica si parla di arbitrarietà del segno, ove per segno si intende la connessione tra significato e significante. La stessa parola può rinviare a due o più significati (“a letto ho letto un libro”) e per converso significati quasi identici possono essere rappresen­tati da significanti molto diversi tra loro: parola/vocabolo, di­vertimento/svago/passatempo, e innumerevoli altri esempi. La somi­glianza tra due parole può non avere alcun rapporto con la vici­nanza o lontananza dei rispettivi significati: si vedano le coppie baleno/balena e pizzo/pizza in contrasto con tavolo/tavola e mattino/mattina.

Ogni lingua ha strutture grammaticali ed un patrimonio fra­seologico che esistono al di fuori del singolo parlante e sono sottratti al controllo di ciascuno e di tutti, così che nessuno può permettersi, di punto in giallo, di alterare il sistema. Di punto in giallo è, ovviamente, una violazione deliberata rispetto a “di punto in bianco”, violazione che qui ha lo scopo di sottoli­neare come le espressioni idiomatiche siano immutabili (l’altra loro caratteristica è che il significato complessivo può non avere nulla in comune con alcuno degli elementi costitutivi: né punto, né bianco né le due preposizioni di e in hanno a che vedere con l’idea di “improvvisamente”).

Chi “gioca con le parole” trova percorsi alternativi tra si­gnificanti e significati, sfruttando i doppi sensi, le somiglianze a livello fonico (con cambi di consonanti o vocali, spostamenti d’accento, ecc.) e altre caratteristiche del sistema. Ecco allora che per il Dizionario alternativo di Boris Makaresko i petrolieri sono “gente di tanica larga” e ciclostile significa “eleganza nel pedalare.”

I giochi di parole li troviamo già in Omero: è celeberrimo l’episodio di Polifemo accecato da Ulisse che, modificando lievemente il suo nome, dice di chiamarsi Nessuno: la somiglianza, no­tevolissima nella lingua omerica, viene persa in traduzione. In ambito letterario troviamo ogni tipo di gioco di parole, dai doppi sensi alle scelte di vocaboli determinate da rime, assonanze o al­litterazioni; il tutto finalizzato agli scopi più diversi, dall’armonia del verso alla “frase ad effetto” destinata ad impri­mersi nella memoria del lettore, fino a giochi sottili di allu­sioni, ironie e richiami incrociati che consentono “letture del testo” a vari livelli. Ad esempio, possiamo forse ritenere casuale che il Manzoni faccia assumere a Renzo Tramaglino, fuggitivo nel Bergamasco, il cognome Rivolta?

La capacità di cogliere le trame plurime tra le parole e i loro significati è indice di spiccata intelligenza verbale; al tempo stesso il ricorso ai giochi di parole è uno dei mezzi che ne favoriscono lo sviluppo. Qualche anno fa destò molto interesse il volume di Ersilia Zamponi I draghi locopei (anagramma di “giochi di parole”) sulle esperienze didattiche condotte in una scuola me­dia in provincia di Novara. L’abitudine a manipolare la lingua italiana in modi non convenzionali aveva condotto gli scolari ad una più elevata sensibilità linguistica e ad una molto maggiore attenzione al valore delle parole.

“Chi non Fisica non fosica” si legge su un banco d’università e vien da pensare a uno studente che distrattosi ha lasciato va­gare la mente, magari chiedendosi se valesse la pena di tentare di superare un certo esame, ed ha colto la rima tra la materia stu­diata e il “risica” del proverbio. “Favori in corso” si legge sulla parete di un cantiere di una delle società sotto inchiesta per gli appalti irregolari. “Difficile pronuncia, impossibile ri­nuncia” rima lo slogan di una marca di elettrodomestici il cui nome, Whirlpool, sembra studiato apposta per essere storpiato da­gli italiani (se Whirlpool fosse stato tradotto, forse qualcuno avrebbe coniato lo slogan “incontro al Vortice”…). Scoperte così ne possiamo fare molte ogni giorno: basta tenere occhi e orecchie ben aperti. Dalle barzellette alle canzoni, dalle filastrocche per bambini agli slogan politici, i giochi di parole fanno parte della nostra vita e, nel complesso, la arricchiscono.

Non è quindi questo il livello di uso linguistico che ci può preoccupare; è vero che la prosa “brillante” o il discorso ricco di calembours a volte hanno il solo fine di mascherare il vuoto delle idee, ma lo stesso avviene – e anche con maggiore frequenza – con testi imbottiti di paroloni e tecnicismi. I libri la cui lettura ci ha suggerito riflessioni allarmate sono quelli in cui o ci si prende gioco dei solecismi oppure ci si preoccupa del dire ma non del fare. Un esempio del primo tipo è Il novissimo Ippoliti della lingua italiana, un “dizionario” che raccoglie gli strafal­cioni più notevoli registrati nella trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, un programma in cui vengono messe alla berlina persone di scarsa cultura che “spiegano” a modo loro le parole o le espressioni proposte loro dal conduttore Gianni Ippoliti. Si può sorridere di quegli spropositi  se si riesce a convincersi che l’ignoranza possa fare spettacolo: solo così si può trovar diver­tente il programma proposto da quella che si autodefinisce la più culturale delle reti RAI.

Al secondo tipo appartengono libri sempre più numerosi (so­prattutto all’estero, ma la tendenza è già avvertibile anche da noi) che non si preoccupano di analizzare fenomeni sociali come il razzismo, il sessismo, l’ecologismo, ecc. e di proporre interventi coerenti con i risultati dell’indagine e idonei a conseguire i ri­sultati sperati, ma si concentrano sul linguaggio che è (o si pre­sume che sia) la spia di tali atteggiamenti. Sembra che a molti non importi tanto favorire i rapporti tra persone e popoli affin­ché si conoscano meglio e quindi scoprano il piacere dell’amicizia al di là delle differenze di religione, cultura, lingua e colore; la loro prima preoccupazione è di impedire che si dica o scriva, ad esempio, “gli studenti” intendendo “studenti e studentesse” (un uso ritenuto maschilista), o si usino espressioni come “di umor nero” o “arrabbiato nero”, sospette di razzismo – ma allora forse sono razziste anche “giallo di rabbia” e “rosso per la vergogna.” Non so se sia vero che Donna Ellen Cooperman, dopo un anno di bat­taglie nei tribunali dello Stato di New York, ha ottenuto di chia­marsi Donna Ellen Cooperperson – un cognome “non sessista”; di certo un operatore televisivo, soprattutto negli U.S.A., non è più un cameraman ma una cameraperson. Che poi una cameraperson di sesso femminile riesca, a parità di qualifica professionale, ad avere gli stessi diritti, stipendi e prospettive di carriera dei colleghi maschi, sembrerebbe questione tutto sommato secondaria.

Assistiamo perciò ad una decostruzione del linguaggio, ossia ad uno smontaggio delle parole esasperato e, almeno in apparenza, fine a se stesso. C’è chi ha proposto in tutta serietà che accanto alla history (che contiene il possessivo his, “appartenente a lui”) si faccia studiare a scuola la herstory (her vuol dire “ap­partenente a lei”), ossia la storia esaminata dal punto di vista femminile. E poiché son significa “figlio”, anche cameraperson può essere una parola sessista, alla quale dovrebbe almeno essere af­fiancata cameraperdaughter (daughter è la “figlia”).

Chi si imbarca in tali proposte respinge come dato irrilevante il fatto che le parole latine historia e persona (entrambe, guarda caso, di genere femminile) non potevano certamente prefigu­rare i maschili inglesi his e son. L’estremismo verbale, al di là di ogni utilità e senza alcuna prospettiva di successo, cela la crisi delle ideologie, e soprattutto lo smarrimento di molti di fronte al crollo di quella che per decenni ha tentato di imporre la propria egemonia. Sotto la facile e labile etichetta del post-moderno si propugna un mondo di parole che agisce da cortina fumogena, nascondendo una realtà sociale che in tanti casi ci chiede invece di rimboccarci le maniche e di esprimere la nostra solida­rietà. Non solo a parole, si intende.