Il falsario

Erano gli anni ’60 e malgrado fossi un incaricato triennale e tra gli insegnanti più giovani (avevo al massimo 25 anni), mi ritrovai vicepreside di una scuola media di Rho (MI). Ricordo il giorno di settembre in cui venne in segreteria un padre che voleva iscrivere il figlio e mi fece capire che era analfabeta: il suo desiderio era che suo figlio non si ritrovasse in futuro nella sua stessa situazione. Esamino, assieme al segretario, i documenti che aveva preparato e gli dico che era tutto a posto, che non occorreva altro. Ovviamente mancava la sua firma, che misi io non appena lui fu uscito, sotto gli occhi del segretario che mi fece capire che altrimenti l’avrebbe messa lui. Una firma falsa di cui mi vanterò sempre.
Quando rientrò la preside, per correttezza le dissi che cosa avevo fatto. Non mi degnò di una risposta e passò ad altro. Era maoista quando ancora non era di moda (il ’68 non era ancora arrivato) ed era la persona più dedita al lavoro che io abbia mai conosciuto. Sapeva benissimo che come cattolico non potevo condividere le sue posizioni sul ruolo della famiglia e su varie altre questioni ma questo non ci ha mai impedito di lavorare lealmente assieme per il bene dei nostri allievi.

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Un alieno!

Dopo avere acquistato cinque articoli in un grande magazzino, intanto che faccio la fila alla cassa calcolo il totale dei prezzi e preparo la somma da pagare. Quando arriva il mio turno metto sul banco della cassiera gli oggetti e il denaro (per combinazione, avevo l’importo esatto fino all’ultima lira). La cassiera procede alla solita operazione e vedendo che l’importo segnato sullo scontrino corrispondeva ai soldi che le avevo dato, mi ha guardato come si guarda un alieno.
Ma forse lo ero, già negli anni ’80: appartengo alla generazione di quelli che hanno imparato a fare i calcoli a mente.

Non si riesce a comunicare – così mi disse…

“Non si riesce a comunicare per telefono col vostro Provveditorato”: così mi disse un funzionario dell’università di Bari che aveva bisogno di un’informazione. Gli ho fatto presente che all’epoca (fine anni ’80) la provincia di Milano, ora divisa in tre, aveva da sola tanti abitanti quanti Puglia e Basilicata assieme e che quindi il Provveditorato agli Studi di Milano era una realtà complessa a cui competeva un carico di lavoro pari a quello dei sette provveditorati di quelle regioni messi assieme, con tutte le difficoltà conseguenti.

Mi sono fatto dire di che cosa avesse bisogno e con una telefonata a una collega ho avuto nome e numero di telefono della persona a cui poteva rivolgersi. Questo ha fatto crescere molto la sua stima nei miei confronti – per troppe persone non conta come lavori ma quanti e quali contatti riesci ad avere.

L’episodio mi è parso emblematico di una visione distorta della realtà. Tanti colleghi di laggiù – così come troppi politici e giornalisti – parlavano come se l’Italia si dividesse in quattro parti uguali: Nord, Centro, Sud e Isole. Con riferimento alla popolazione, la realtà è rappresentata da questo grafico:

Mypie


Il Nord ha circa il doppio degli abitanti del Sud – ma c’è di più. Se osserviamo la cartina

cartina-italia

possiamo notare che il confine tra Abruzzo e Molise è la prosecuzione quasi lineare del confine fra Lazio e Campania. Geograficamente, quindi, l’Abruzzo appartiene al Centro: L’Aquila e Pescara sono più a nord di Roma. Anche il Molise, che si colloca alla stessa latitudine della Ciociaria, potrebbe essere considerato una regione del Centro, senza forzature. Come mai invece queste Regioni si auto-classificano ovunque come “Italia meridionale”? Nostalgia dei Borboni o affermazione del diritto di beneficiare della Cassa per il Mezzogiorno?

Che coincidenza…

Della banca presso cui avevo aperto il conto corrente a Bari vi ho già parlato (https://deiporcellinonsibuttaniente.wordpress.com/2014/08/29/veramente-siamo-chiusi-cosi-mi-dissero/). Non faccio nomi – dico solo che era una delle grandi “banche di interesse nazionale” e il conto mi serviva solo perché l’università accreditasse il mio stipendio. Ogni mese mi facevo dare un assegno circolare intestato a me stesso e non trasferibile, che avrei versato sul nostro conto bancario appena tornato a Milano.

Un giorno mi dicono che non c’erano fondi: lo stipendio era stato accreditato ma c’era anche un addebito più o meno della stessa cifra per uno “storno” ossia per compensare un altro accredito che non mi era dovuto. Mi faccio dare l’estratto conto dal quale risultava lo storno ma non l’altro accredito. Chiedo quindi di correggere e di rilasciarmi l’assegno. La risposta è che “si può fare ma ci vuole tempo.” Non me lo faccio dire due volte: con un “ma certo! Servite prima la signora” riferito a una cliente in attesa, mi fiondo su una poltroncina e mi immergo nella lettura di un articolo che avevo appena ricevuto e che davvero mi interessava molto. Il messaggio era comunque chiaro: “di qui non esco senza i miei soldi”.

Dopo un po’ di tempo e non pochi imbarazzi, mi chiamano allo sportello e mi mostrano un documento dell’Università che a dir loro era all’origine del disguido: il numero di quel documento coincideva col numero del mio conto corrente. Non ho fatto alcun commento e ho atteso che mi dessero l’assegno. Che pensassero pure di avermi fatto fesso: c’è una probabilità su centomila che due numeri di cinque cifre coincidano. Coincidenze così si verificano tutti i giorni, no?

SOTTO LE PAROLE, NULLA?

Premessa: questo articolo apparve a stampa nel 1992. I riferimenti sono “datati”, i contenuti sono purtroppo ancora attuali.

Sabato 7 dicembre 1991, ricordando il cinquantenario dell’at­tacco giapponese a Pearl Harbor, il Giornale di Montanelli pubbli­cava una carta dell’isola di Oahu che indicava la posizione di Ho­nolulu, della stessa Pearl Harbor e di una serie di obiettivi mi­litari, tra cui le “Baracche Schofield.” Nessuno in redazione si è chiesto come mai delle baracche avessero un nome e costituissero un obiettivo militare. Per avere la risposta sarebbe bastato con­sultare qualsiasi dizionario, da cui si ricava che barracks signi­fica “caserma”, ma pare che la pseudoconoscenza dell’inglese da cui molti sono affetti faccia perdere l’umiltà che porta ad effet­tuare alcuni semplici controlli.

Più recentemente un altro importante quotidiano milanese (Corriere della Sera del 19.6.92, p. 44) invoca una “autority” (sic) dell’ambiente, per studiare e possibilmente risolvere il problema del traffico urbano. Forse perché la grafia del titolo appare carente, la parola viene immediatamente ripetuta nella prima riga del testo, questa volta come “autorithy”. Dopo due sba­gli diversi in due righe, la parola non viene più usata.

Qui però il discorso non si limita a recriminare che non si sappia (o non si voglia) usare il dizionario per verificare l’or­tografia; bisogna chiedersi perché i giornalisti facciano ricorso a certe parole straniere, anche a rischio di infortuni professio­nali. La parola authority è un caso interessante. Come nome astratto, essa equivale al nostro autorità sia nel senso di “pre­stigio morale, stima, credito” di cui gode qualcuno, che di “po­tere legittimo, facoltà di comandare”; al plurale, le authorities sono, analogamente all’italiano, le persone investite di pubblici poteri. La parola authority possiede però, come sostantivo singo­lare concreto, altri due significati che in italiano vengono resi altrimenti. Il primo è quello di “autorizzazione”, ossia di per­messo ufficiale di fare qualcosa; e il secondo è quello di “ente”, nel senso di “organismo preposto alla gestione di un servizio pub­blico.” Ad esempio, la Port of London Authority, le cui iniziali P.L.A. spiccano sugli imbarcaderi del Tamigi, altro non è che l’Ente del Porto di Londra: l’idea astratta di prestigio e di autorevolezza è completamente assente, assorbita da quella di “orga­nismo di gestione.”

Tornando a Milano, se quello che si propone è un ente per la viabilità, con interventi attenti agli aspetti ecologici, perché non dirlo chiaramente invece di ricorrere alla parola straniera? Possiamo supporre (senza fare processi alle intenzioni, ma solo sulla base del contesto) che si sia anzitutto voluto evitare la parola ente perché ampiamente screditata: si è parlato a lungo di enti inutili, anche se poi non ne sono stati soppressi molti, e più recentemente vi sono stati scandali politico-amministrativi connessi ad enti… partiti per la tangente. E allora lo sconforto non riguarda più le disortografie, ma gli episodi di cattiva amministrazione della cosa pubblica.

La scelta di authority, al di là della sua scarsa appropria­tezza rispetto all’uso che se ne fa nella lingua d’origine, verosimilmente vuol proprio suggerire l’esigenza di recuperare quelle qualità di prestigio, stima e autorevolezza di cui si avverte un gran bisogno. Se le cose stanno così, lo snobismo che troppo spesso fa preferire parole inglesi a parole italiane c’entra poco: c’è, invece, il non confessato desiderio di recuperare quell’autorità che anni di contestazione velleitaria hanno cercato invano di cancellare come esigenza sociale, un’autorità fatta non certo di autoritarismo arrogante ma di competenza e senso di re­sponsabilità.

Dietro e sotto le parole, quindi, c’è molto più di quanto non appaia ad uno sguardo distratto. Se ci soffermiamo ad osservare i prestiti stranieri che quotidianamente ci vengono posti sotto gli occhi possiamo trarre spunti di riflessione a vari livelli: dalla constatazione della superficialità ed approssimazione con cui usiamo i vocaboli nostri ed altrui, fino alle tensioni che si esprimono inconsciamente quando si rifiutano certe parole per pre­ferirne altre.

Giochi (di parole) proibiti

C’è un altro fenomeno recente che dev’essere tenuto sotto sorveglianza stretta, ed è il proliferare, nella pubblicistica ad alta diffusione, delle opere che in vari modi si occupano di aspetti e problemi linguistici. Alcune di esse, come certi libri di Marchi sulla lingua italiana e latina, e le “lezioni semiserie” di inglese di Beppe Severgnini, hanno il pregio di fornire in modo divertente e accattivante informazioni, nozioni, curiosità inte­ressanti e spunti per ulteriori approfondimenti; sono attuazioni dell’antico ma sempre valido monito che prescrive di docere delec­tando (quando ci si riesce).

Molto più spesso, si tratta di opere presentate sotto l’etichetta di “libri comici” e il cui scopo dichiarato è quindi solo quello di procurare momenti di evasione; obiettivo certamente legittimo ma che può nascondere qualche insidia. Fino a che punto è lecito giocare con le parole? E ancor prima: da che cosa nascono i giochi di parole, e che ruolo possono avere?

Fondamento dei giochi di parole è il fatto che i legami tra il piano della realtà conosciuta o pensata (cose, azioni, concetti e idee) e il piano della lingua in cui si esprime tale realtà (vo­caboli e strutture) sono spesso legami incoerenti – in linguistica si parla di arbitrarietà del segno, ove per segno si intende la connessione tra significato e significante. La stessa parola può rinviare a due o più significati (“a letto ho letto un libro”) e per converso significati quasi identici possono essere rappresen­tati da significanti molto diversi tra loro: parola/vocabolo, di­vertimento/svago/passatempo, e innumerevoli altri esempi. La somi­glianza tra due parole può non avere alcun rapporto con la vici­nanza o lontananza dei rispettivi significati: si vedano le coppie baleno/balena e pizzo/pizza in contrasto con tavolo/tavola e mattino/mattina.

Ogni lingua ha strutture grammaticali ed un patrimonio fra­seologico che esistono al di fuori del singolo parlante e sono sottratti al controllo di ciascuno e di tutti, così che nessuno può permettersi, di punto in giallo, di alterare il sistema. Di punto in giallo è, ovviamente, una violazione deliberata rispetto a “di punto in bianco”, violazione che qui ha lo scopo di sottoli­neare come le espressioni idiomatiche siano immutabili (l’altra loro caratteristica è che il significato complessivo può non avere nulla in comune con alcuno degli elementi costitutivi: né punto, né bianco né le due preposizioni di e in hanno a che vedere con l’idea di “improvvisamente”).

Chi “gioca con le parole” trova percorsi alternativi tra si­gnificanti e significati, sfruttando i doppi sensi, le somiglianze a livello fonico (con cambi di consonanti o vocali, spostamenti d’accento, ecc.) e altre caratteristiche del sistema. Ecco allora che per il Dizionario alternativo di Boris Makaresko i petrolieri sono “gente di tanica larga” e ciclostile significa “eleganza nel pedalare.”

I giochi di parole li troviamo già in Omero: è celeberrimo l’episodio di Polifemo accecato da Ulisse che, modificando lievemente il suo nome, dice di chiamarsi Nessuno: la somiglianza, no­tevolissima nella lingua omerica, viene persa in traduzione. In ambito letterario troviamo ogni tipo di gioco di parole, dai doppi sensi alle scelte di vocaboli determinate da rime, assonanze o al­litterazioni; il tutto finalizzato agli scopi più diversi, dall’armonia del verso alla “frase ad effetto” destinata ad impri­mersi nella memoria del lettore, fino a giochi sottili di allu­sioni, ironie e richiami incrociati che consentono “letture del testo” a vari livelli. Ad esempio, possiamo forse ritenere casuale che il Manzoni faccia assumere a Renzo Tramaglino, fuggitivo nel Bergamasco, il cognome Rivolta?

La capacità di cogliere le trame plurime tra le parole e i loro significati è indice di spiccata intelligenza verbale; al tempo stesso il ricorso ai giochi di parole è uno dei mezzi che ne favoriscono lo sviluppo. Qualche anno fa destò molto interesse il volume di Ersilia Zamponi I draghi locopei (anagramma di “giochi di parole”) sulle esperienze didattiche condotte in una scuola me­dia in provincia di Novara. L’abitudine a manipolare la lingua italiana in modi non convenzionali aveva condotto gli scolari ad una più elevata sensibilità linguistica e ad una molto maggiore attenzione al valore delle parole.

“Chi non Fisica non fosica” si legge su un banco d’università e vien da pensare a uno studente che distrattosi ha lasciato va­gare la mente, magari chiedendosi se valesse la pena di tentare di superare un certo esame, ed ha colto la rima tra la materia stu­diata e il “risica” del proverbio. “Favori in corso” si legge sulla parete di un cantiere di una delle società sotto inchiesta per gli appalti irregolari. “Difficile pronuncia, impossibile ri­nuncia” rima lo slogan di una marca di elettrodomestici il cui nome, Whirlpool, sembra studiato apposta per essere storpiato da­gli italiani (se Whirlpool fosse stato tradotto, forse qualcuno avrebbe coniato lo slogan “incontro al Vortice”…). Scoperte così ne possiamo fare molte ogni giorno: basta tenere occhi e orecchie ben aperti. Dalle barzellette alle canzoni, dalle filastrocche per bambini agli slogan politici, i giochi di parole fanno parte della nostra vita e, nel complesso, la arricchiscono.

Non è quindi questo il livello di uso linguistico che ci può preoccupare; è vero che la prosa “brillante” o il discorso ricco di calembours a volte hanno il solo fine di mascherare il vuoto delle idee, ma lo stesso avviene – e anche con maggiore frequenza – con testi imbottiti di paroloni e tecnicismi. I libri la cui lettura ci ha suggerito riflessioni allarmate sono quelli in cui o ci si prende gioco dei solecismi oppure ci si preoccupa del dire ma non del fare. Un esempio del primo tipo è Il novissimo Ippoliti della lingua italiana, un “dizionario” che raccoglie gli strafal­cioni più notevoli registrati nella trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, un programma in cui vengono messe alla berlina persone di scarsa cultura che “spiegano” a modo loro le parole o le espressioni proposte loro dal conduttore Gianni Ippoliti. Si può sorridere di quegli spropositi  se si riesce a convincersi che l’ignoranza possa fare spettacolo: solo così si può trovar diver­tente il programma proposto da quella che si autodefinisce la più culturale delle reti RAI.

Al secondo tipo appartengono libri sempre più numerosi (so­prattutto all’estero, ma la tendenza è già avvertibile anche da noi) che non si preoccupano di analizzare fenomeni sociali come il razzismo, il sessismo, l’ecologismo, ecc. e di proporre interventi coerenti con i risultati dell’indagine e idonei a conseguire i ri­sultati sperati, ma si concentrano sul linguaggio che è (o si pre­sume che sia) la spia di tali atteggiamenti. Sembra che a molti non importi tanto favorire i rapporti tra persone e popoli affin­ché si conoscano meglio e quindi scoprano il piacere dell’amicizia al di là delle differenze di religione, cultura, lingua e colore; la loro prima preoccupazione è di impedire che si dica o scriva, ad esempio, “gli studenti” intendendo “studenti e studentesse” (un uso ritenuto maschilista), o si usino espressioni come “di umor nero” o “arrabbiato nero”, sospette di razzismo – ma allora forse sono razziste anche “giallo di rabbia” e “rosso per la vergogna.” Non so se sia vero che Donna Ellen Cooperman, dopo un anno di bat­taglie nei tribunali dello Stato di New York, ha ottenuto di chia­marsi Donna Ellen Cooperperson – un cognome “non sessista”; di certo un operatore televisivo, soprattutto negli U.S.A., non è più un cameraman ma una cameraperson. Che poi una cameraperson di sesso femminile riesca, a parità di qualifica professionale, ad avere gli stessi diritti, stipendi e prospettive di carriera dei colleghi maschi, sembrerebbe questione tutto sommato secondaria.

Assistiamo perciò ad una decostruzione del linguaggio, ossia ad uno smontaggio delle parole esasperato e, almeno in apparenza, fine a se stesso. C’è chi ha proposto in tutta serietà che accanto alla history (che contiene il possessivo his, “appartenente a lui”) si faccia studiare a scuola la herstory (her vuol dire “ap­partenente a lei”), ossia la storia esaminata dal punto di vista femminile. E poiché son significa “figlio”, anche cameraperson può essere una parola sessista, alla quale dovrebbe almeno essere af­fiancata cameraperdaughter (daughter è la “figlia”).

Chi si imbarca in tali proposte respinge come dato irrilevante il fatto che le parole latine historia e persona (entrambe, guarda caso, di genere femminile) non potevano certamente prefigu­rare i maschili inglesi his e son. L’estremismo verbale, al di là di ogni utilità e senza alcuna prospettiva di successo, cela la crisi delle ideologie, e soprattutto lo smarrimento di molti di fronte al crollo di quella che per decenni ha tentato di imporre la propria egemonia. Sotto la facile e labile etichetta del post-moderno si propugna un mondo di parole che agisce da cortina fumogena, nascondendo una realtà sociale che in tanti casi ci chiede invece di rimboccarci le maniche e di esprimere la nostra solida­rietà. Non solo a parole, si intende.

Come lo sapeva?

Ero molto annoiato, a un certo punto del mio viaggio più lungo – da Milano al nord dell’Argentina, e mi misi a guardare la rivista di bordo. In particolare guardai la pagina con la cartina del continente sudamericano per cercare di capire dove fossi. Subito notai un arcipelago senza nomi né altre indicazioni. Il discorso era chiaro: “c’è un conflitto appena concluso e un contrasto che continua da sempre. Se sapete che isole sono, chiamatele Falkland o Malvinas o come vi pare – noi non ci schieriamo.” In quanto all’altro punto, calcolai che dovevo essere sopra il sud del Brasile, nei pressi della città di Pelotas ossia… Le Palle. Come l’avrà saputo?

Sei pesante e sgridi – così mi ha detto…

… una delle mie figlie lamentando che tre persone della sua famiglia acquisita si erano lamentate con lei per le mie risposte a loro interventi su Facebook. Ha anche aggiunto che l’immagine che do di me su quel social network è molto diversa da come appaio a chi mi conosce dal vivo. Da allora non replico più: bufale, insulti gratuiti alla religione cattolica, assurdità su lingue e linguaggi, manifestazioni di palese ignoranza, valutazioni distorte e faziose su personaggi ed eventi pubblici, ecc. restano privi della mia replica. Non è esattamente la mia idea di libertà di parola ma preferisco salvaguardare i buoni rapporti familiari. Tra l’altro, sgridare implica mettersi in una posizione di superiorità – che è quello che proprio non voglio.

La cosa però mi ha fatto riflettere. Ho iniziato a leggere giornali, riviste e libri (diversi da quelli scolastici o per l’infanzia) negli anni ’50, un’epoca in cui esisteva un tipo di testo ormai scomparso: la stroncatura. Non era raro che qualcuno facesse letteralmente a pezzi una pubblicazione, mettendo in luce le incongruenze, le disinformazioni, le omissioni, ecc. che vi ravvisava. Senza mai scadere nella volgarità o nell’insulto diretto: bastava scrivere, ad esempio, “all’autore sfugge che…” e questo equivaleva a dargli del cretino. Questo stato di cose obbligava chiunque intendesse pubblicare qualcosa a documentarsi bene, a chiarire il proprio pensiero e ad argomentare in maniera rigorosa e coerente. Anche l’autore della stroncatura doveva stare ben attento a quello che scriveva, per non incorrere in repliche graffianti e altrettanto distruttive. Alcune stroncature sono state all’origine di dibattiti di altissimo livello tra personaggi di spicco appartenenti a scuole di pensiero diverse.

Poi vi fu un rapido declino della stroncatura. Non saprei dire se la causa sia stata una tacita intesa fra gli autori, un abbassamento del livello generale del dibattito scientifico e culturale o il dilagare  di pubblicazioni di ogni genere, rendendo di fatto impossibile criticare senza pietà tutto ciò che lo meriterebbe: probabilmente le tre cose assieme. Non sono nostalgico delle stroncature, che in alcuni casi hanno colpito e ferito ingiustamente studiosi che in seguito hanno dimostrato di essere molto validi. Dico solo che ora, in alcuni ambiti, siamo all’eccesso opposto: dilaga l’affermazione della insindacabilità.

Uno di questi ambiti è certamente Facebook – non frequento altre reti sociali e quindi non ne parlo, ma ho l’impressione che succeda la stessa cosa un po’ ovunque. Chi pubblica un pensiero, una notizia (che sia vera o falsa pare che ormai non faccia differenza), un’immagine più o meno divertente o magari offensiva, ecc. spesso reagisce male a repliche e obiezioni di qualsiasi genere. Recentemente, ad esempio, ho visto proliferare i ricordi e i tributi a un celebre divo dello spettacolo in occasione della sua morte. Ottima cosa: chi l’ha ammirato, chi da lui ha ricevuto emozioni particolari, fa benissimo a celebrarlo a modo proprio. In un commento a uno di questi ricordi, una persona ha scritto che anche se è stato un grande nel suo genere, secondo lei era un’esagerazione dedicargli venti minuti all’inizio di un telegiornale in una giornata densa di gravi notizie. La replica è stata piccata e risentita, come se fosse stato profanato l’altarino. In molti casi il tono è decisamente impermalito: “il thread è mio e se non ti piace leggi altrove. Soprattutto, non spiegarmi dove e perché sbaglio. Io sono insindacabile!”