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Inglese: un affare di famiglia

Questo articolo ha origine da una discussione in un Gruppo di Facebook sulla lingua inglese. Un certo numero di persone scrivono per sapere a che età sia meglio (ammesso che sia bene) cominciare a insegnare una lingua ai bambini piccoli. Rispondendo, ho sintetizzato i dati delle ricerche psicolinguistiche ma una volta ho anche ho accennato al fatto che ci è riuscito di trasmettere l’amore per l’inglese alle nostre tre figlie. Di qui la richiesta di fornire qualche informazione in più. Ripeto qui quello che ho scritto.

Due figlie si servono dell’inglese sia nella loro professione sia per le loro letture di testi di narrativa varia, mentre una, inoltre, è diventata anche lei insegnante d’inglese: a 14 anni aveva già deciso che avrebbe fatto il lavoro dei genitori. Infatti anche mia moglie è stata insegnante di inglese e proprio questo ci ha fatto conoscere: entrambi eravamo in un gruppo di 10 borsisti Fulbright italiani che nel remoto 1969 hanno trascorso i tre mesi estivi negli USA.

Quando è nata la prima figlia, Elena, ci è venuto spontaneo usare l’inglese per comunicarci cose che non era bene che lei sapesse. A un certo punto – c’era già la seconda figlia, Silvia – ci siamo accorti che cominciava a cogliere alcune parole e quindi a capire almeno il senso generale della conversazione. Allora è cambiata la strategia: le cose “da grandi” ce le dicevamo quando loro non c’erano e in inglese parlavamo di quello che avremmo fatto nel weekend e di altre cose che a loro interessavano direttamente, ma che fingevamo di voler tenere segrete per fare una sorpresa al momento buono. La loro attenzione era quindi al massimo ed Elena aveva la soddisfazione di spiegare alla sorella (alle sorelle, quando c’è stata anche Chiara) quello che aveva capito.

Nel frattempo abbiamo fatto quello che qualsiasi buon genitore fa per appassionare i figli alla lettura: racconto di favole, regalo di libri adatti, ecc. Presto hanno scoperto che alcuni libri divertenti erano in inglese: nel trimestre americano avevamo fatto una buona scorta di libretti dei Peanuts, adeguata a trascorrere le lunghissime ore su treni e Greyhound, tra Chicago e Los Angeles e ritorno. Le “bedtime stories” a un certo punto sono state anche in inglese – quella dei tre orsi, ad esempio: io mi divertivo a fare il vocione dell’orso grande e grosso, poi la voce normale dell’orso medio e infine la vocina dell’orso piccino e loro si divertivano ad ascoltarmi. Naturalmente la storia la sapevano già

Era anche l’epoca in cui per varie vicende avevamo abbastanza spesso a cena da noi ospiti stranieri; anche quando le bimbe non capivano i nostri discorsi, era chiaro che l’inglese non è una cosa che sta solo sui libri di scuola ma è una realtà viva.

Il ricordo più bello è quello di Silvia distesa prona sul divano con a fianco Chiara e davanti a loro The Lion, the Witch and the Wardrobe. Silvia, che allora aveva 11 o 12 anni, raccontava a Chiara (7-8 anni) la storia in italiano, però indicandole col dito le corrispondenti parole e frasi inglesi. A quel punto era fatta: era passato il discorso che l’inglese serve per avere più occasioni di divertirsi e di conoscere cose belle. Quando poi hanno cominciato a fare vacanze-studio in Inghilterra e Irlanda, il loro livello di padronanza della lingua consentiva loro di non ridursi a parlare in italiano con gli altri del gruppo. E naturalmente anche dalle lezioni a scuola potevano trarre maggiore profitto.

Tutto qui. Abbiamo approfittato di una situazione per molti aspetti privilegiata e abbiamo avuto la conferma di quanto studi e ricerche affermano: per far innamorare di un’altra lingua i bambini non è mai troppo presto. Per amarla, però, deve trattarsi di un’esperienza piacevole e positiva.

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Silly Christians?

Un ignoto sapientone ha creato l’immagine qui sotto, che alcuni non ignoti sapientoni di casa nostra diffondono periodicamente su Facebook per togliersi il gusto di insultare i cristiani.
Il sapientone pensa forse che non sappiamo che “prima c’erano i pagani”? Questo è l’anno 2016 dell’era cristiana (ma forse lui non ci pensa, quando scrive la data) e sappiamo benissimo che gli anni avanti Cristo sono moltissimi di più.
Il sapientone pensa forse che quello che vale per la sola lingua inglese (una delle circa 3000 lingue parlate nel mondo) valga anche per tutte le altre? Se in Italia, dopo quasi due millenni di cristianesimo, diciamo ancora lunedì, martedì, ecc. non significa forse che non ce ne frega niente che in quei giorni siano rimasti i ricordi degli astri o degli dei? A noi basta ricordare il Sabato ebraico e soprattutto la Domenica (dies dominica, cioè giorno del Signore). In altre lingue i ricordi pagani nei nomi dei giorni sono spariti del tutto: ad esempio in russo, nel greco moderno e in portoghese, che è la lingua più diffusa nell’emisfero australe.
La Pasqua prende il nome dall’est solo in inglese, tedesco e poche altre lingue – non in italiano né in moltissime altre.

La data ipotetica della Natività è prossima a quella di una festa pagana. E allora? In qualsiasi altro momento dell’anno sarebbe stata coincidente o vicina rispetto a qualcuna delle innumerevoli tradizioni antiche – o a qualche solstizio, equinozio… Alcune chiese cristiane orientali festeggiano Natale il 6 gennaio (e non cambia assolutamente nulla di sostanziale).
Nessuna di queste cose fa parte del Credo cristiano. Irrilevanza totale.
O si vuole affermare che siccome il paganesimo è venuto prima, è anche superiore? Non credo, non avrebbe senso. Come, beninteso, non avrebbe senso il contrario.

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P.S. Se anche per te il giorno in cui pubblico questo articolo è il 31 ottobre, allora tu stai usando un calendario che prende il nome dal papa che l’ha adottato. Non per questo ti dirò mai “sciocco pagano!”

Breve autobiografia linguistica

Alcuni membri di un gruppo di Facebook che seguo mi hanno chiesto come sia nata e cresciuta la mia passione per le lingue. Ho recuperato alcune cose che avevo detto durante un convegno (ANILS, Sanremo, maggio 2005) e le riporto qui sotto.
“[…] non sarei da questa parte del tavolo se non avessi avuto una serie di fortune. In ordine cronologico, la prima è stata quella di crescere bilingue, in una famiglia in cui si è sempre parlato un buon italiano ma con un nonno con il quale potevo comunicare solo in milanese. Essere col mio nonno materno era sempre una gioia e l’esperienza di bilinguismo era quindi un’esperienza lieta e gratificante. In questa sede non occorre che chiarisca che i dialetti sono lingue e che il buon vecchio dialetto milanese, quello autentico destinato a scomparire con la mia generazione, era altrettanto diverso dall’italiano quanto lo è il francese.
Proprio il francese fu la prima lingua straniera in senso stretto con cui venni in contatto. Mia madre lavorava nel campo della moda e quando io avevo 6 o 7 anni, cioè poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, cominciò a recarsi a Parigi due volte all’anno per le sfilate. Ogni anno mi portava in dono una scatola di Meccano che mi consentiva l’avanzamento di un livello — anche perché il Meccano francese era molto più bello, nei colori e nelle rifiniture, di quello inglese venduto in Italia. Le istruzioni erano in francese e così feci le mie prime esperienze di CLIL, cioè di apprendimento di un’altra lingua integrato nei contenuti. Tuttora sono francofono per quanto riguarda questi aspetti: di molti pezzi del gioco conosco il nome francese ma non ho mai saputo quello italiano.
La cosa era resa possibile da un supporto multimodale, ossia il fascicolo per le istruzioni che presentava sia una serie di modelli che si potevano costruire con i pezzi disponibili, sia il catalogo illustrato dei singoli pezzi. La sinergia tra testo e immagine, lo sappiamo, è uno dei fondamenti dell’apprendimento delle lingue straniere per scopi speciali — e costruire le gru col Meccano è uno scopo speciale. Come complemento, mia madre mi aveva insegnato i rudimenti della conversazione francese — le solite cose: i saluti, i numeri, le frasi utili al turista, ecc.
Ancora una volta quindi l’incontro con un’altra lingua avvenne in una dimensione felice, ludica e familiare assieme. Questo mi rese facile affrontare dopo parecchi anni lo studio del francese all’università — anche se nulla sarebbe mai riuscito a farmi piacere Victor Hugo, il tipo di poeta-vate che meno corrisponde alla mia sensibilità. La pretesa che tutti gli autori debbano essere amati da tutti gli studenti è una delle strane nozioni che certi insegnanti portano con sé […].
Quando ero studente io, si iniziava a studiare la lingua straniera in seconda media, cioè, tra l’altro, dopo un anno di latino. E fu all’inizio della seconda media che scoprii di essere nella sezione di spagnolo, probabilmente l’unica di Milano. Dopo un attimo di sconcerto la cosa divenne un dato di fatto accettato tranquillamente e fu allora che iniziai lo studio sistematico di una lingua estera che tuttora è l’unica che oso adoperare parlando in pubblico, oltre all’inglese. Anche lo spagnolo, come il francese, venne poi ripreso come esame biennale all’università.
Un’altra grande fortuna fu che i miei genitori scelsero per me alle superiori (e parlo di più di 60 anni fa!) una lingua che allora era ampiamente minoritaria come numero di classi ma che prometteva bene, cioè l’inglese. Il mio primo voto di inglese scritto in pagella fu un quattro, ma del resto anche qualche mio compagno che era al terzo anno di inglese ce l’aveva, e comunque poi ho recuperato. Io poi scelsi l’inglese come lingua quadriennale all’università e da allora questa lingua ha un ruolo importante nella mia professione. […] questa esperienza può indicare che si può riuscire passabilmente bene a imparare una lingua straniera dopo l’età della pubertà purché esista già un certo grado di familiarità con altre lingue diverse dalla materna.
Tutte storie positive, allora? No, l’anno di tedesco all’università, con un testo di grammatica ancora con i caratteri gotici e con autori di letteratura che non mi piacevano, non mi diede quasi nulla. Quel tanto (che come si sa vuol dire “quel poco”) di tedesco che mi consente di comunicare in modo elementare come turista nei paesi germanofoni e di comprendere abbastanza bene i testi scritti, l’ho imparato quando il prof. Freddi volle che entrassi a far parte del suo Seminario permanente per la promozione del bilinguismo, istituito a Bolzano nella seconda metà degli anni ’70 per rispondere alle esigenze derivanti dall’applicazione degli accordi DeGasperi-Grüber. Le insegne bilingui nelle città altoatesine e più in generale la compresenza dei due gruppi etnici mi hanno consentito l’acquisizione di un bagaglio utile, funzionale alle comunicazioni in cui ero impegnato. […]”

Il falsario

Erano gli anni ’60 e malgrado fossi un incaricato triennale e tra gli insegnanti più giovani (avevo al massimo 25 anni), mi ritrovai vicepreside di una scuola media di Rho (MI). Ricordo il giorno di settembre in cui venne in segreteria un padre che voleva iscrivere il figlio e mi fece capire che era analfabeta: il suo desiderio era che suo figlio non si ritrovasse in futuro nella sua stessa situazione. Esamino, assieme al segretario, i documenti che aveva preparato e gli dico che era tutto a posto, che non occorreva altro. Ovviamente mancava la sua firma, che misi io non appena lui fu uscito, sotto gli occhi del segretario che mi fece capire che altrimenti l’avrebbe messa lui. Una firma falsa di cui mi vanterò sempre.
Quando rientrò la preside, per correttezza le dissi che cosa avevo fatto. Non mi degnò di una risposta e passò ad altro. Era maoista quando ancora non era di moda (il ’68 non era ancora arrivato) ed era la persona più dedita al lavoro che io abbia mai conosciuto. Sapeva benissimo che come cattolico non potevo condividere le sue posizioni sul ruolo della famiglia e su varie altre questioni ma questo non ci ha mai impedito di lavorare lealmente assieme per il bene dei nostri allievi.

Un alieno!

Dopo avere acquistato cinque articoli in un grande magazzino, intanto che faccio la fila alla cassa calcolo il totale dei prezzi e preparo la somma da pagare. Quando arriva il mio turno metto sul banco della cassiera gli oggetti e il denaro (per combinazione, avevo l’importo esatto fino all’ultima lira). La cassiera procede alla solita operazione e vedendo che l’importo segnato sullo scontrino corrispondeva ai soldi che le avevo dato, mi ha guardato come si guarda un alieno.
Ma forse lo ero, già negli anni ’80: appartengo alla generazione di quelli che hanno imparato a fare i calcoli a mente.

Non si riesce a comunicare – così mi disse…

“Non si riesce a comunicare per telefono col vostro Provveditorato”: così mi disse un funzionario dell’università di Bari che aveva bisogno di un’informazione. Gli ho fatto presente che all’epoca (fine anni ’80) la provincia di Milano, ora divisa in tre, aveva da sola tanti abitanti quanti Puglia e Basilicata assieme e che quindi il Provveditorato agli Studi di Milano era una realtà complessa a cui competeva un carico di lavoro pari a quello dei sette provveditorati di quelle regioni messi assieme, con tutte le difficoltà conseguenti.

Mi sono fatto dire di che cosa avesse bisogno e con una telefonata a una collega ho avuto nome e numero di telefono della persona a cui poteva rivolgersi. Questo ha fatto crescere molto la sua stima nei miei confronti – per troppe persone non conta come lavori ma quanti e quali contatti riesci ad avere.

L’episodio mi è parso emblematico di una visione distorta della realtà. Tanti colleghi di laggiù – così come troppi politici e giornalisti – parlavano come se l’Italia si dividesse in quattro parti uguali: Nord, Centro, Sud e Isole. Con riferimento alla popolazione, la realtà è rappresentata da questo grafico:

Mypie


Il Nord ha circa il doppio degli abitanti del Sud – ma c’è di più. Se osserviamo la cartina

cartina-italia

possiamo notare che il confine tra Abruzzo e Molise è la prosecuzione quasi lineare del confine fra Lazio e Campania. Geograficamente, quindi, l’Abruzzo appartiene al Centro: L’Aquila e Pescara sono più a nord di Roma. Anche il Molise, che si colloca alla stessa latitudine della Ciociaria, potrebbe essere considerato una regione del Centro, senza forzature. Come mai invece queste Regioni si auto-classificano ovunque come “Italia meridionale”? Nostalgia dei Borboni o affermazione del diritto di beneficiare della Cassa per il Mezzogiorno?

Che coincidenza…

Della banca presso cui avevo aperto il conto corrente a Bari vi ho già parlato (https://deiporcellinonsibuttaniente.wordpress.com/2014/08/29/veramente-siamo-chiusi-cosi-mi-dissero/). Non faccio nomi – dico solo che era una delle grandi “banche di interesse nazionale” e il conto mi serviva solo perché l’università accreditasse il mio stipendio. Ogni mese mi facevo dare un assegno circolare intestato a me stesso e non trasferibile, che avrei versato sul nostro conto bancario appena tornato a Milano.

Un giorno mi dicono che non c’erano fondi: lo stipendio era stato accreditato ma c’era anche un addebito più o meno della stessa cifra per uno “storno” ossia per compensare un altro accredito che non mi era dovuto. Mi faccio dare l’estratto conto dal quale risultava lo storno ma non l’altro accredito. Chiedo quindi di correggere e di rilasciarmi l’assegno. La risposta è che “si può fare ma ci vuole tempo.” Non me lo faccio dire due volte: con un “ma certo! Servite prima la signora” riferito a una cliente in attesa, mi fiondo su una poltroncina e mi immergo nella lettura di un articolo che avevo appena ricevuto e che davvero mi interessava molto. Il messaggio era comunque chiaro: “di qui non esco senza i miei soldi”.

Dopo un po’ di tempo e non pochi imbarazzi, mi chiamano allo sportello e mi mostrano un documento dell’Università che a dir loro era all’origine del disguido: il numero di quel documento coincideva col numero del mio conto corrente. Non ho fatto alcun commento e ho atteso che mi dessero l’assegno. Che pensassero pure di avermi fatto fesso: c’è una probabilità su centomila che due numeri di cinque cifre coincidano. Coincidenze così si verificano tutti i giorni, no?