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La bestemmia

“***” . No, non trascriverò mai la bestemmia che quel tale disse per ben due volte parlando al telefono con un suo collega. Quel tale (che non posso certo chiamare ‘signore’) era l’agente con cui avevo in corso l’assicurazione RCA e da cui ero andato proprio per avere il contrassegno, la carta verde, ecc. – in cambio, si sa, della mia firma su un assegno. Siccome era molto alterato mi guardai bene dal dirgli qualcosa, presi quel che mi doveva dare e me ne andai al più presto.

Appena tornato a casa presi carta e penna (si fa per dire: non ricordo se fosse ancora la macchina per scrivere o già un PC) e scrissi alla compagnia di assicurazione  dicendo che se non mi avessero cambiato agenzia avrei cambiato compagnia. Previa telefonata, venne a trovarmi a casa un sabato mattina un funzionario per scusarsi di persona e per sottopormi una lista di agenzie tra cui scegliere.

In certi casi, non si devono subire gli atti di maleducazione.

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Faccio la psicologa…

Così ha scritto qualche tempo fa mia figlia Chiara su Facebook:


  1. “1. Faccio la psicologa, non la chiaroveggente. Significa che non posso sapere le cose se non mi vengono dette, o se non le vedo.
  2. Faccio la psicologa, quindi so razionalizzare… non sono un robot privo di emozioni immune alla rabbia, al dolore, al risentimento. Io con le emozioni ci lavoro, se non le provassi non avrebbe alcun senso.
  3. Faccio la psicologa, non sono in possesso di tecniche segrete per far fare agli altri quello che voglio io.
  4. Faccio la psicologa, non l’insegnante, il direttore spirituale o il life-coach… non insegno niente e non do lezioni di vita a nessuno, credo che ognuno debba trovare la propria strada e le proprie risposte dentro di sé.
  5. Faccio la psicologa, quindi ho un’ottima memoria, mi ricordo cosa mi viene detto e sono abituata a rilevare le discrepanze tra quello che sento e quello che vedo. E’ così che posso aiutare i miei pazienti a fare chiarezza.
  6. I miei strumenti sono le mie orecchie, i miei occhi, la mia sensibilità e il mio cervello. Non ho filtri, bacchette, pozioni magiche di alcun genere.
  7. So che il gruppo, la famiglia, la coppia, la classe ecc. sono più che una somma di individui e hanno dinamiche proprie. Tutti i partecipanti, compreso lo psicologo, concorrono al fallimento e al successo delle relazioni.

Ispirato da un discorso con una collega.”

Sono riflessioni che sottopongo all’attenzione dei miei colleghi insegnanti.

Adattabilità

“Mio padre è la persona più adattabile che io conosca”. Così ha detto una mia figlia a una persona che mi avrebbe poi ospitato per alcuni giorni a Dublino. Quando mi ha riferito questo, mi ha fatto molto piacere. Per carattere, ma anche per avere viaggiato moltissimo in condizioni non sempre ottimali, ho imparato che la cosa migliore è accogliere le circostanze per quanto di buono hanno da offrirti senza stare a pensare a ciò che sarebbe desiderabile. Sono irremovibile solo di fronte a eventi del tutto inaccettabili, anche a costo di dare una svolta alla mia vita.

Smentite e correzioni

“Voce dal sen fuggita, più richiamar non vale”: me lo sentivo ripetere spesso, da bambino, quando mi “scappava detto” qualcosa e poi cercavo di rimediare in qualche modo. Era una citazione inesatta e parziale di una strofa di Ipermestra del Metastasio:

Voce dal sen fuggita
Poi richiamar non vale;
Non si trattien lo strale
Quando dall’arco uscì.

All’epoca – sono nato nella prima metà del secolo scorso – la parola data era considerata molto importante. Nei mercati, un accordo verbale sancito da una stretta di mano valeva come impegno per una compravendita anche di valore rilevante: così passavano di proprietà capi di bestiame, grossi quantitativi di prodotti agricoli, e così via. Le interrogazioni scolastiche, sin dalla scuola elementare, imponevano di stare bene attenti e pensare prima di aprire bocca.

Ora sento uomini politici e persone importanti (o ritenute tali) che sparano sciocchezze o cattiverie e oltre tutto le diffondono “twittando” o “postando” sulle varie reti sociali. Salvo poi arrampicarsi sugli specchi per far credere di essere stati fraintesi, oppure per cercare di ritrattarle. Eh, no, cari signori: quel che è detto è detto e se avete scagliato una freccia che ha ferito qualcuno, il danno è fatto.

P.S. Questo post risale a vari anni fa e l’ho spostato qui per mettere un po’ di ordine nel mio blog. Pensando ai nostri governanti e a quanto accade su Facebook e simili, ora sembra risalire a un mondo precedente.

Scusi, mi presterebbe la sua giacca?

Vi è mai successo che una persona mai vista prima vi chiedesse di prestarle la giacca? A me è accaduto il 29 giugno 2000 nella Basilica di San Pietro a Roma.

Un paio di premesse: mi trovavo a Roma il giorno del Santo Patrono perché il giorno prima c’era stata una riunione all’università “Roma 3” – e per lo stesso motivo avevo la giacca malgrado la calura estiva. Era anche il trentesimo anniversario del nostro matrimonio, avevo portato con me mia moglie e siamo andati a Messa proprio in San Pietro.

Mentre attendiamo l’inizio della celebrazione all’altare della Confessione, mi si avvicina con aria timida e incerta una signora che mi spiega in un italiano stentato che lei faceva parte di una corale cattolica in pellegrinaggio a Roma e il loro direttore doveva leggere una delle Letture: salvo scoprire all’ultimo momento che l’etichetta vaticana prescrive che gli uomini indossino la giacca e lui aveva indosso una di quelle camicie sui cui colori è meglio sorvolare e che comunque aveva le maniche corte. Le do la mia giacca – lo confesso: dopo avere spostato nei pantaloni il portafogli – ma se io non sono certamente mingherlino, lui era un americanone: la mia giacca riusciva a indossarla a fatica e su di lui aveva un aspetto ridicolmente striminzito. Nel frattempo altre persone erano andate avanti nella ricerca e avevano trovato un altro fedele con una giacca di taglia un po’ più adeguata – e altrettanto disponibile al prestito.

Così fu che la mia giacca non salì mai sull’altare maggiore di San Pietro.

Milano, 44 anni fa

Il 16 aprile 1975 uno studente di sinistra di 17 anni, Claudio Varalli, venne ucciso a colpi di pistola da uno studente di destra di 22 anni, Antonio Braggion, come esito di uno scontro tra le opposte fazioni in Piazza Cavour. La mattina dopo, durante una manifestazione di gruppi della sinistra, in corso XXII Marzo una camionetta dei carabinieri travolse e uccise il 28enne antifascista militante Giannino Zibecchi.

Ricordo benissimo questi episodi. All’epoca ero vicepreside dell’Istituto Tecnico per il Turismo frequentato dal Varalli (e che ora porta il suo nome) e avevo cominciato a insegnare alcune ore all’Università Cattolica dove il Braggion era studente di Giurisprudenza.

Proprio la sera del 16 era in programma una riunione del Consiglio di Istituto al “Turismo.” Non sapevo nulla di quanto era successo quel pomeriggio, al punto che scendendo dall’auto non avevo spento il registratore a cassette che mi ero portato. L’ho fatto non appena ho visto le facce di chi era già lì – un paio di colleghi, qualche rappresentante dei genitori e degli studenti, dai quali appresi la notizia. Giunto il Preside, dedicammo un po’ di tempo a cercare di immaginare come avremmo potuto arginare le prevedibili reazioni dei giorni successivi.

Ovviamente, il Consiglio venne rinviato e quindi rientrai a casa prima del solito, ben deciso a non dire nulla a mia moglie, agli ultimi giorni della sua seconda gravidanza. Dietro sua insistenza, e sapendo che si sarebbe preoccupata ancora di più se non le avessi dato spiegazioni, con le dovute cautele le ho raccontato quanto era successo. Dopo di che, andammo a dormire.

Verso le quattro del mattino Anna Maria si svegliò e cominciò ad avvertire i dolori del parto; la valigetta con l’occorrente era pronta da tempo e quindi ben presto arrivammo alla clinica dove avrebbe partorito. La clinica si trova proprio a fianco della caserma dei carabinieri da cui quella stessa mattina sarebbe uscita l’autocolonna del “caso Zibecchi”. Il parto fu un cesareo, come programmato, e andò tutto bene. Mia figlia Silvia, che oggi festeggia il compleanno, è la splendida nota positiva tra due tragici eventi. Tra ambulanze e camionette, era tutto un ululare di sirene e mia moglie temeva che io rimanessi coinvolto in qualche episodio. La Provvidenza volle che io non subissi nessuna conseguenza, a parte una fortissima tensione emotiva che solo dopo una settimana mi permise di sentirmi pienamente felice di essere diventato padre per la seconda volta.

“Stupidi? No!” – così mi disse…

Ogni volta che apro Facebook trovo qualcuno che dà degli idioti ai governanti e ai politici in genere. Allora mi tornano in mente le parole di un ex-collega che ha fatto anche politica fino a diventare Capo di Gabinetto di un Ministro:

“Di ministri, segretari di partito e politici importanti ne ho conosciuti parecchi. Più o meno onesti, ossia più o meno farabutti; più o meno competenti, cioè più o meno incompetenti rispetto ai compiti del loro Ministero. Di stupidi, nessuno. Quelli vengono fatti fuori molto prima dai compagni di partito.”

Un discorso diverso, secondo me, va fatto per certi personaggi che vincono le elezioni. Basta che un capopopolo la metta in lista, e certi elettori votano anche per una pornostar. Ma non è colpa della pornostar se ce la siamo ritrovata come deputata. Magari è colpa di qualcuno di quelli che danno degli idioti ai politici.