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Così mi hanno detto

“Perché queste cose non le metti per iscritto?”

Così mi ha detto mia moglie dopo avermi sentito raccontare, per l’ennesima volta, uno degli episodi curiosi che mi sono accaduti nella vita. “Davvero credi che ne valga la pena?”. Ad una sua risposta laconica ma convinta non ho replicato e ho cominciato a riflettere.

Mi sono accorto ben presto che alla base di molti di tali episodi ci sono state parole importanti: profonde o casuali, meditate o spontanee, ma tutte capaci di imprimersi nella mia coscienza. In qualche caso, mi hanno cambiato la vita. Sono emozioni che posso trasmettere ad altri? Non lo so, ci provo.

In principio

A diciott’anni  e mezzo avevo superato con buoni voti gli esami del primo anno e lo dissi a uno zio di mia madre, frate cappuccino. Pensavo di fargli piacere, anche perché l’università era la “Cattolica”. Non era un sacerdote ma uno di quei fratelli conversi che un tempo non era raro trovare nei conventi. Mi guardò col suo sguardo tenero e tenendomi per una mano mi disse: “Ricordati, Gianfranco, che l’intelligenza e la buona volontà sono doni del Signore e quando li dà in abbondanza vuole che vengano messi al servizio di tutti.”  Un gran bel programma di vita, impegnativo ma degno di essere abbracciato con fede. Ho cercato di farlo mio.

Tutto il mondo è paese?

Un paio d’anni dopo andai a Londra da solo, per un soggiorno di due mesi. Sbarcato a Victoria Station dopo 23 ore di viaggio in treno, traghetto e ancora treno, e poi una mezz’ora di coda per il taxi, finalmente salgo sul cab (uno di quelli enormi che ormai si vedono solo nei film) e do l’indirizzo di Highgate che era la mia destinazione. Il taxi si inoltra nella città ma a un tratto fa un movimento strano; l’autista si ferma, mi dice che ha forato e mi chiede se voglio cambiare il taxi oppure attendere che lui cambiasse la ruota. Non sapendo dove fossi e se avrei trovato facilmente un altro taxi, gli ho risposto di cambiare la ruota. Apre il cofano, vi infila un bastone e con movimenti rapidi solleva il taxi, me, le due valigie e la sacca che portavo a tracolla. Altrettanto rapidamente cambia la ruota e riabbassa il taxi ma poi mi dice che non può proseguire senza ruota di scorta e devo scendere. Nel frattempo il tassametro, ovviamente, era salito di prezzo. Gli ho risposto che sarei sceso ma prima volevo annotare un indirizzo che avevo visto sull’avviso affisso nella vettura. Alla sua domanda “perché?” provvidenzialmente mi viene alle labbra il verbo “to complain”: per reclamare. L’autista cambia immediatamente tono: ero evidentemente il ragazzino appena giunto in Inghilterra, avevo vent’anni e ne dimostravo forse quindici, ma sapevo abbastanza inglese per dargli dei fastidi. Quelle parole devo anche averle dette con la stizza che può maturare con tutta la stanchezza e l’ansia che avevo addosso. Sta di fatto che mi portò a destinazione senza altri problemi e in seguito scoprii di avere speso meno di altri a cui i tassisti avevano fatto fare dei giri lunghissimi.

Così fu che ancora prima di arrivare imparai due lezioni. La prima fu che le persone che cercano di approfittare dello straniero e dell’inesperto si trovano ovunque, non solo in Italia. La seconda fu che però in altri Paesi i reclami vengono presi molto sul serio dalle autorità e quindi sono temuti da chi sgarra.

Telling lies

Qualche settimana dopo, il 13 Agosto 1961, giunge la notizia della costruzione del Muro di Berlino da parte della Repubblica “Democratica” Tedesca. Nel pomeriggio decido di prendere un giornale e mi fermo davanti a un rivenditore di strada che aveva entrambi i quotidiani della sera allora in circolazione. Esito e allungo lo sguardo – la mia preoccupazione fondamentale di studente squattrinato era di non spendere nemmeno un penny più del necessario. L’uomo me ne allunga uno e, equivocando sulla mia perplessità, mi dice “They all tell the same lies”, cioè… dicono tutti le stesse bugie. Humour britannico? Non ne sono tanto sicuro. Di sicuro ho imparato a non confondere i due verbi inglesi che esprimono “dire” – almeno in quel contesto.

Ah, i bei tempi e la scuola di una volta…

Una “Enciclopedia sociale” che ho comperato mentre facevo l’università (cioè nel periodo 1958-62) reca una statistica che mi ha colpito: nel 1955, ossia ben dieci anni dopo la fine della seconda Guerra mondiale, la popolazione italiana di età 11-14 anni era così ripartita: 10% alla scuola secondaria di primo grado (di cui una minoranza alla Scuola Media, quella col latino e che permetteva di proseguire verso gli studi successivi, e la maggioranza nelle scuole di avviamento professionale); 25% ancora nella scuola elementare, che bocciava, eccome!, e quindi aveva una considerevole quantità di ripetenti. Gli altri, cioè circa i due terzi, erano già al lavoro – a bottega, nei campi o nei pascoli. Ne possiamo trarre varie conseguenze. La prima è che noi studenti ci sentivamo privilegiati e quindi se c’era da studiare fino alle dieci di sera lo facevamo con fatica ma in vista di traguardi futuri importanti. La seconda è che i nostri insegnanti di Scuola Media (a cui si accedeva con un esame di ammissione) facevano parte a loro volta di un’élite di laureati. La terza è che i raffronti tra oggi e allora  non sono possibili: dovremmo fare delle classi composte dal 10% degli studenti più intelligenti e impegnati, privi di TV, computer, ecc. e con altre distrazioni molto ridotte… Le seconde case, la “settimana corta” senza il sabato lavorativo – ossia i weekend come li conosciamo ora – e molto altro allora non c’erano.

Ma la noia no!

All’inizio di una lezione in università vidi comparire in aula Elena, la mia figlia maggiore. Aveva al massimo 14 anni ma evidentemente era curiosa di sapere come insegnava suo padre e forse anche di capire almeno un po’ che cosa significasse quella strana parola, “Glottodidattica”, che aveva sentito tante volte. Se ne stette bravissima e attenta e alla fine se ne andò senza disturbare mentre scambiavo alcune parole con le mie studentesse. Alla sera, a cena, riuscii finalmente a chiederle “Allora, come ti sembro come prof.?” “Sei buffo ma non palloso”. Lo presi come un grande complimento: essere riuscito a non annoiarla malgrado non potesse seguirmi per i riferimenti a concetti e autori che non poteva conoscere, fu un successo. Molti anni dopo riferii la sua risposta a una ex-allieva, e dalla sua reazione capii che era perfettamente d’accordo. E va bene, meglio essere un omino buffo che un insegnante noioso.

[segue – prima o poi…]

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