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“Visti ‘o cippone…” – della serie “Così mi disse…”

Credo di essermi sempre vestito decorosamente, non tanto per ambizione personale ma per riguardo verso le istituzioni per le quali lavoravo e le persone con cui dovevo interagire. Anzi, in qualche caso (come quello che racconto qui: https://deiporcellinonsibuttaniente.wordpress.com/2014/01/23/cosi-mi-ha-detto-via-quella-cravatta/) sono stato considerato “overdressed” rispetto alle attese di certi gruppi di persone.

Al tempo stesso, non ho mai seguito la moda né tenuto all’eleganza: niente abiti o altri capi “firmati” o cravatte all’ultima moda. Qualche volta ho commesso anche “errori di sintassi” combinando male i colori – ad esempio, indossando le solite scarpe nere anche se l’abito era marrone. E forse anche di peggio.

Questo mi è stato rimproverato in particolare quando lavoravo a Bari. Ci ero arrivato come vincitore di concorso universitario, cioè come “barone” secondo una definizione corrente – che però ho sempre rifiutato per me: ho evitato accuratamente ogni forma di potere “baronale” (favoritismi, nepotismi e simili), e credo di esserci riuscito.

Un giorno un collega e amico mi citò un proverbio locale che dice, più o meno, “Visti ‘o cippone e tieni ‘o barone” cioè “se vesti elegantemente quel che resta di un albero privato della chioma, ossia il troncone o ceppone, ottieni un gran signore”. Gli ho risposto che con me funzionava al contrario: Vesti un “barone” e ottieni un “cippone”!

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Non si può…

Per la serie “Non interesserà a nessuno ma mi piace farlo”, dopo Sweeney’s English e Italian after English ho cominciato a redigere un Dizionario “italglese” (?!) – titolo provvisorio, comunque; e non cercatelo sul mio sito (www.gporcelli.it) perché per ora non è accessibile. Intende essere un repertorio di “falsi amici” come barracks, che non sono le baracche, e di prestiti inglesi usati correntemente in italiano, a volte correttamente ma più spesso con significati che non sono (o sono solo in parte) quelli della lingua d’origine: per intenderci, parole come box (dell’auto) o ticket (per medicine, visite e esami clinici).

Come punto di partenza c’è un repertorio di circa 600 parole, un elenco che compare anche in un mio vecchio testo a stampa. Con l’occasione ho cominciato a tenere sotto osservazione la presenza dell’inglese nei media e mi sono reso conto che l’impresa si configura molto più complessa di come l’avevo pensata.

Una decina d’anni fa, un candidato alle elezioni regionali aveva diffuso poster e volantini con lo slogan “*** for President”. È un’espressione che chiunque può capire e se “inglese” è sinonimo di “prestigio, efficienza e modernità”, allora va bene in campagna elettorale.

Giorni fa, dopo le votazioni alla Camera dei Comuni, su Metro ho trovato in prima pagina:

e sicuramente il gioco di parole “may not” richiede un livello di comprensione ben più alto rispetto a “for President”. Poco sotto, troviamo un prestito di vecchia data, premier, uno molto più recente ma notissimo, Brexit, e tra virgolette “no deal”, molto più breve di ogni possibile traduzione in italiano.

A questo punto, il progetto del dizionario o si trasforma profondamente per stare al passo con i tempi oppure è destinato all’abbandono.

PS Pregherei di non intervenire pro o contro la Brexit ma solo sugli aspetti linguistici. Grazie.

Il caso Zamberletti

Tutte le cronache oggi ricordano il Ministro Giuseppe Zamberletti come fondatore della Protezione Civile, moderna ed efficiente come la conosciamo adesso in Italia.
Nell’estate del 1987, secondo le sue abitudini, si trova nella Valtellina devastata dall’alluvione per garantire la sua presenza autorevole e fattiva. Un giorno arriva la notizia della sua sostituzione con un altro ministro.

“Ma perché non lo hanno lasciato, che è così bravo?” fu la reazione di molti, soprattutto di gente del suo collegio elettorale (Como, Sondrio, Varese). Che però in quelle elezioni avevano tolto voti alla Democrazia Cristiana, il suo partito, per darli alla Lega Nord di Umberto Bossi (“Terroni, foeura di ball!”). In altri collegi invece la DC aveva fatto progressi e i leader locali avevano preteso per sé le poltrone ministeriali.

Il sistema democratico funziona così: se stimi un esponente politico e lo vuoi vedere confermato nel suo ruolo, devi votare per il suo partito, magari “turandoti il naso”, come diceva Indro Montanelli a proposito proprio della DC.

Ma del resto, le elezioni del 1987 sono quelle che hanno portato alla Camera anche Cicciolina. Detto questo sugli elettori italiani, cade ogni altro discorso.

Verità vo cercando ch’è sì cara… (seconda puntata)

Qualcuno ha replicato (in privato: e perché non direttamente qui sul blog?) che è un bene che i dogmi, le pretese verità assolute, le affermazioni assiomatiche e apodittiche non trovino più spazio nella comunicazione quotidiana. Non sono d’accordo: le grandi domande sull’origine dell’universo, sul Destino della persona umana, sull’anima e così via non si possono tranquillamente eludere. Appartengono però alla sfera filosofica e religiosa e le risposte implicano percorsi complessi che coinvolgono ragione e fede. Non si possono certo liquidare in poche battute.

Però tutto questo che c’entra? Io mi riferivo semplicemente – banalmente, se volete – a quello che in milanese moderno* si chiama “fact checking”, il controllo della verità fattuale di ciò che viene affermato. E’ vero o è falso che in Italia verrà ripristinato il servizio militare di leva? Quando l’ho letto su Facebook ho segnalato all’amico che era una bufala. Mi ha risposto che siccome lui avrebbe voluto che fosse vero, non avrebbe rimosso il post. E allora cadiamo nella disinformazione intenzionale, nella diffusione della menzogna. E questo proprio non riesco a digerirlo.

*P.S. La definizione dell’inglese come “milanese moderno” non è mia ma di Beppe Severgnini.

Verità vo cercando ch’è sì cara…

Anzitutto chiedo scusa a Dante per avere storpiato un suo celebre verso, ma mi sta molto a cuore la ricerca del vero e mi preoccupa che esso appaia da molti messo in disparte. Leggo, in un gruppo a cui mi sono iscritto, questo avviso di un’amministratrice:

“Facebook escluderà automaticamente dal gruppo chi non farà almeno un commento in 30 giorni. Lo sto leggendo sempre più spesso e pare ci siano già conferme, nel dubbio commentate qui sotto per dimostrare di essere attivi, male che vada è una bufala. Grazie”

Non mi pare che sia vero: risulto attivo in gruppi nei quali non scrivo nulla da parecchio tempo, forse anni. E’ nella logica inclusiva dei social network escludere solo chi viola le norme della comunità, che di solito non prevedono un numero minimo di interventi in un arco di tempo,

Il punto principale però è un altro: “male che vada è una bufala”. Davvero ci importa così poco che circolino notizie false? Dobbiamo abituarci all’idea che se quello che leggiamo non corrisponde al vero, la cosa non è grave?

Campagne di disinformazione o addirittura di odio stanno dilagando ovunque e stanno influendo sulla vita sociale e politica di tante parti del mondo odierno. Occorre una forte resistenza attiva contro tutto ciò, a costo di dovere spendere del tempo per verificare le “notizie” e contrastare la falsità. Come minimo, una bufala fa perdere tempo e, per tornare al Sommo Poeta,” ‘l perder tempo a chi più sa più spiace.”

Italian after English

Ho varato sul mio sito il progetto “Italian after English”. Si tratta di pagine di spiegazioni e chiarimenti pensate per chi si accosta allo studio dell’italiano conoscendo già l’inglese. Imparare la nostra lingua sapendo già un’altra lingua europea presenta indubbi vantaggi rispetto a cercare di impararla direttamente partendo dall’arabo, dal cinese, dal giapponese, dal cingalese, ecc., ossia senza nemmeno conoscere l’alfabeto latino.

Non intende essere un corso che sostituisce il libro di testo e gli altri materiali didattici, ma un supporto costituito da study notes che si focalizzano su ciò che più differenzia l’italiano dall’inglese e quindi può essere difficile da comprendere e può generare più errori.

Chi volesse dare un’occhiata lo troverà qui : http://www.gporcelli.it/ITaEN/homeit.htm.

Si affianca a Sweeney’s English (http://www.gporcelli.it/Sweeney/index.htm) come lavoro della serie “Non interesserà a nessuno ma mi è piaciuto farlo.”

Erasmus

Nel reparto di geriatria riabilitativa dove è ricoverata mia moglie, è arrivata una nuova dottoressa. Curioso di sapere qualcosa di più di lei, ho scoperto che è stata l’autrice di un documento-testimonianza sul Progetto Erasmus enormemente migliore di tanti discorsi dei nostri politici e di tanti documenti degli euro-burocrati. Oltre tutto, scritto quando tragici eventi (Bataclan, pullman di studenti presso Tarragona…) rendevano più difficile farlo.

Se non l’avete letto, lo trovate qui: http://archivio.uniroma1.it/sites/default/files/Il%20mio%20Erasmus_Benedetta_Cerasoli.pdf – e se l’avete letto a suo tempo, vale la pena di rileggerlo ogni tanto.

L’ho ringraziata vivamente: sono uno dei tanti che agli inizi si sono datti da fare (soprattutto nei weekend) perché il Progetto si traducesse in buone pratiche interuniversitarie. In Italia, tra l’altro, non avevamo i semestri, i crediti formativi, le strutture capaci di accogliere i disabili, ecc. In retrospettiva, il lavoro che ho fatto per l’Erasmus è uno degli aspetti della mia professione che ritengo più validi e una testimonianza come quella della dott. Cerasoli è molto gratificante.