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Italian after English

Ho varato sul mio sito il progetto “Italian after English”. Si tratta di pagine di spiegazioni e chiarimenti pensate per chi si accosta allo studio dell’italiano conoscendo già l’inglese. Imparare la nostra lingua sapendo già un’altra lingua europea presenta indubbi vantaggi rispetto a cercare di impararla direttamente partendo dall’arabo, dal cinese, dal giapponese, dal cingalese, ecc., ossia senza nemmeno conoscere l’alfabeto latino.

Non intende essere un corso che sostituisce il libro di testo e gli altri materiali didattici, ma un supporto costituito da study notes che si focalizzano su ciò che più differenzia l’italiano dall’inglese e quindi può essere difficile da comprendere e può generare più errori.

Chi volesse dare un’occhiata lo troverà qui : http://www.gporcelli.it/ITaEN/homeit.htm.

Si affianca a Sweeney’s English (http://www.gporcelli.it/Sweeney/index.htm) come lavoro della serie “Non interesserà a nessuno ma mi è piaciuto farlo.”

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Erasmus

Nel reparto di geriatria riabilitativa dove è ricoverata mia moglie, è arrivata una nuova dottoressa. Curioso di sapere qualcosa di più di lei, ho scoperto che è stata l’autrice di un documento-testimonianza sul Progetto Erasmus enormemente migliore di tanti discorsi dei nostri politici e di tanti documenti degli euro-burocrati. Oltre tutto, scritto quando tragici eventi (Bataclan, pullman di studenti presso Tarragona…) rendevano più difficile farlo.

Se non l’avete letto, lo trovate qui: http://archivio.uniroma1.it/sites/default/files/Il%20mio%20Erasmus_Benedetta_Cerasoli.pdf – e se l’avete letto a suo tempo, vale la pena di rileggerlo ogni tanto.

L’ho ringraziata vivamente: sono uno dei tanti che agli inizi si sono datti da fare (soprattutto nei weekend) perché il Progetto si traducesse in buone pratiche interuniversitarie. In Italia, tra l’altro, non avevamo i semestri, i crediti formativi, le strutture capaci di accogliere i disabili, ecc. In retrospettiva, il lavoro che ho fatto per l’Erasmus è uno degli aspetti della mia professione che ritengo più validi e una testimonianza come quella della dott. Cerasoli è molto gratificante.

Una promozione inattesa

Avevo segnalato a mia figlia uno “svarione” (per essere gentili) di comprensione dell’inglese su una rivista settimanale. Lei ne ha riparlato su Facebook e mi ha descritto come “grammar-nazi, soprattutto per l’inglese.” Ha fatto bene, un dilettante che si occupa di qualsiasi cosa va bene. Se avesse detto che studio la lingua inglese da sessant’anni mi avrebbero dato del saccente, presuntuoso, ecc.

Il corpo parla – così mi disse…

Una ventina di giorni dopo l’incidente, svegliandomi da un pisolino ho avvertito una sensazione nuova, come se il mio organismo mi dicesse: “stai guarendo.” Sensazione piacevole, ma razionalmente sapevo che solo le radiografie potevano confermarmi che omero e tibia stavano andando a posto.

Ne ho parlato con mia figlia Chiara, psicologa e counsellor di psicosomatica integrata, e la sua risposta lapidaria è stata: “il corpo parla.”

Dopo altri dieci giorni, la visita di controllo mi ha dato piena conferma: sto guarendo e non ho più bisogno di gesso e tutore.

Una frase che avevo sempre catalogato tra quelle assai dubbie ora mi convince. Il corpo parla. A me è successo.

Coerenza

Ecologia, ambientalismo, biodiversità… Concetti saliti all’attenzione generale (mai abbastanza, peraltro) nella seconda metà del secolo scorso. Si invoca il rispetto assoluto della natura – ma con una “piccola” eccezione: quando si tratta della sessualità e della procreazione umana allora si devono accettare tutti gli artifici, le manipolazioni (mutilazioni comprese), gli interventi possibili e anche quelli solo immaginabili. Il massimo dell’incoerenza mi sembra di riscontrarlo in coloro che strillano se in un allevamento i cuccioli sono allontanati dalle madri ma poi sono favorevoli all’utero in affitto.

Recentemente ho letto “Tra biologia e filosofia, per me prevale la filosofia.” Cioè: se le indagini scientifiche ci dicono, ad esempio, che siamo tutti figli biologici di un maschio e di una femmina ma questo va contro le mie pensate, tanto peggio per la scienza. Posizioni del genere rendono impossibile qualsiasi dialogo con un minimo di oggettività.

La lingua italiana è cattolica – così dicono…

Qualche tempo fa, uno scrittore inglese (che ha scelto di vivere in Italia e nonostante ciò nei suoi primi libri ha detto ogni male di noi) lamentava che avvertiva “qualcosa di cattolico” nella traduzione italiana di un suo lavoro. Gli ho scritto: su una serie di questioni sulla traduzione letteraria ci siamo chiariti e trovati d’accordo, ma alla mia domanda se considerasse l’inglese una lingua protestante non ha risposto.

Più recentemente, in un gruppo di Facebook a cui ho aderito perché in genere è molto interessante, ho letto: “La scrittura italiana è un po’ come il cattolicesimo. Perché accontentarsi di un santo quando se ne possono avere cinquemila? Perché usare la fredda pietra quando esiste il mosaico dorato? Perché avere un Dio solo quando se ne può avere uno trino?

Se il confronto è tra una lingua inglese “protestante” e una lingua italiana “cattolica”, parecchie cose non quadrano. Le Trinity Church e i Trinity College sono più frequenti nei paesi di lingua inglese che da noi – così come il rilievo dato alla Pentecoste in Gran Bretagna, Germania, ecc. Di santi è pieno il Regno Unito, che ne ha messi tre anche sulla bandiera (le croci di S. Giorgio, S. Andrea e S. Patrizio), ha dedicato a San Paolo la cattedrale nella City, ecc. I mosaici dorati sono più tipici del cristianesimo orientale, ortodosso-bizantino – la cui influenza si ritrova soprattutto in luoghi particolari come Venezia e Ravenna.

Che gli italiani siano spesso molto meno concisi degli inglesi nel parlare e nello scrivere è un dato di fatto. Tirare in ballo la religione mi sembra fuori luogo, non degno di persone colte.

La lingua straniera come puzzle

Tra le parecchie cose che facevo mentre frequentavo l’università (in parte per avere qualche liretta in più per me e in parte per fare esperienze utili),  ce n’era una che mi faceva trovare dall’altra parte della città dopo le 22.30, due o tre volte la settimana. Per tornare a casa impiegavo 35 o 40 minuti su un tram semivuoto: potevo quindi sedermi tranquillo a leggere. Mi portavo un libro inglese scelto in base ai teleromanzi a puntate già trasmessi alla TV (all’epoca, c’era solo la Rai, con due canali in bianco e nero): Jane Eyre, Tom Jones, The Vicar of Wakefield… Di questi romanzi, quindi, conoscevo già la trama e i personaggi principali, sia pure a grandi linee.

Non avevo con me il dizionario – avrei dovuto portarmi il volumone in giro tutto il giorno – e se trovavo una parola sconosciuta, semplicemente continuavo a leggere. Il più delle volte la parola la ritrovavo poco oltre e il contesto mi faceva capire esattamente che cosa significasse. Nei pochi casi in cui non succedeva, segnavo la parola a matita sul libro e me la andavo a cercare poi sul dizionario. In questo modo ho appreso non solo quelle parole ma il loro effettivo uso.

Parecchi anni più tardi, studiando psicolinguistica e glottodidattica, ho trovato la conferma che “non lasciarsi bloccare da parole sconosciute è essenziale per fare progressi nell’imparare una lingua.” Vale anche per la comprensione del parlato, non solo dello scritto.

Avrei preferito avere qualcuno che potesse suggerirmi quali libri leggere prima e quali dopo, in base alla complessità della scrittura, ma anche così la cosa ha funzionato. I pezzi del puzzle vanno a posto poco a poco.