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Erasmus

Nel reparto di geriatria riabilitativa dove è ricoverata mia moglie, è arrivata una nuova dottoressa. Curioso di sapere qualcosa di più di lei, ho scoperto che è stata l’autrice di un documento-testimonianza sul Progetto Erasmus enormemente migliore di tanti discorsi dei nostri politici e di tanti documenti degli euro-burocrati. Oltre tutto, scritto quando tragici eventi (Bataclan, pullman di studenti presso Tarragona…) rendevano più difficile farlo.

Se non l’avete letto, lo trovate qui: http://archivio.uniroma1.it/sites/default/files/Il%20mio%20Erasmus_Benedetta_Cerasoli.pdf – e se l’avete letto a suo tempo, vale la pena di rileggerlo ogni tanto.

L’ho ringraziata vivamente: sono uno dei tanti che agli inizi si sono datti da fare (soprattutto nei weekend) perché il Progetto si traducesse in buone pratiche interuniversitarie. Non avevamo i semestri, i crediti formativi, le strutture capaci di accogliere i disabili, ecc. In retrospettiva, il lavoro fatto per l’Erasmus è uno degli aspetti della mia professione che ritengo più validi e una testimonianza come quella è molto gratificante.

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Una promozione inattesa

Avevo segnalato a mia figlia uno “svarione” (per essere gentili) di comprensione dell’inglese su una rivista settimanale. Lei ne ha riparlato su Facebook e mi ha descritto come “grammar-nazi, soprattutto per l’inglese.” Ha fatto bene, un dilettante che si occupa di qualsiasi cosa va bene. Se avesse detto che studio la lingua inglese da sessant’anni mi avrebbero dato del saccente, presuntuoso, ecc.

Il corpo parla – così mi disse…

Una ventina di giorni dopo l’incidente, svegliandomi da un pisolino ho avvertito una sensazione nuova, come se il mio organismo mi dicesse: “stai guarendo.” Sensazione piacevole, ma razionalmente sapevo che solo le radiografie potevano confermarmi che omero e tibia stavano andando a posto.

Ne ho parlato con mia figlia Chiara, psicologa e counsellor di psicosomatica integrata, e la sua risposta lapidaria è stata: “il corpo parla.”

Dopo altri dieci giorni, la visita di controllo mi ha dato piena conferma: sto guarendo e non ho più bisogno di gesso e tutore.

Una frase che avevo sempre catalogato tra quelle assai dubbie ora mi convince. Il corpo parla. A me è successo.

Coerenza

Ecologia, ambientalismo, biodiversità… Concetti saliti all’attenzione generale (mai abbastanza, peraltro) nella seconda metà del secolo scorso. Si invoca il rispetto assoluto della natura – ma con una “piccola” eccezione: quando si tratta della sessualità e della procreazione umana allora si devono accettare tutti gli artifici, le manipolazioni (mutilazioni comprese), gli interventi possibili e anche quelli solo immaginabili. Il massimo dell’incoerenza mi sembra di riscontrarlo in coloro che strillano se in un allevamento i cuccioli sono allontanati dalle madri ma poi sono favorevoli all’utero in affitto.

Recentemente ho letto “Tra biologia e filosofia, per me prevale la filosofia.” Cioè: se le indagini scientifiche ci dicono, ad esempio, che siamo tutti figli biologici di un maschio e di una femmina ma questo va contro le mie pensate, tanto peggio per la scienza. Posizioni del genere rendono impossibile qualsiasi dialogo con un minimo di oggettività.

La lingua italiana è cattolica – così dicono…

Qualche tempo fa, uno scrittore inglese (che ha scelto di vivere in Italia e nonostante ciò nei suoi primi libri ha detto ogni male di noi) lamentava che avvertiva “qualcosa di cattolico” nella traduzione italiana di un suo lavoro. Gli ho scritto: su una serie di questioni sulla traduzione letteraria ci siamo chiariti e trovati d’accordo, ma alla mia domanda se considerasse l’inglese una lingua protestante non ha risposto.

Più recentemente, in un gruppo di Facebook a cui ho aderito perché in genere è molto interessante, ho letto: “La scrittura italiana è un po’ come il cattolicesimo. Perché accontentarsi di un santo quando se ne possono avere cinquemila? Perché usare la fredda pietra quando esiste il mosaico dorato? Perché avere un Dio solo quando se ne può avere uno trino?

Se il confronto è tra una lingua inglese “protestante” e una lingua italiana “cattolica”, parecchie cose non quadrano. Le Trinity Church e i Trinity College sono più frequenti nei paesi di lingua inglese che da noi – così come il rilievo dato alla Pentecoste in Gran Bretagna, Germania, ecc. Di santi è pieno il Regno Unito, che ne ha messi tre anche sulla bandiera (le croci di S. Giorgio, S. Andrea e S. Patrizio), ha dedicato a San Paolo la cattedrale nella City, ecc. I mosaici dorati sono più tipici del cristianesimo orientale, ortodosso-bizantino – la cui influenza si ritrova soprattutto in luoghi particolari come Venezia e Ravenna.

Che gli italiani siano spesso molto meno concisi degli inglesi nel parlare e nello scrivere è un dato di fatto. Tirare in ballo la religione mi sembra fuori luogo, non degno di persone colte.

La lingua straniera come puzzle

Tra le parecchie cose che facevo mentre frequentavo l’università (in parte per avere qualche liretta in più per me e in parte per fare esperienze utili),  ce n’era una che mi faceva trovare dall’altra parte della città dopo le 22.30, due o tre volte la settimana. Per tornare a casa impiegavo 35 o 40 minuti su un tram semivuoto: potevo quindi sedermi tranquillo a leggere. Mi portavo un libro inglese scelto in base ai teleromanzi a puntate già trasmessi alla TV (all’epoca, c’era solo la Rai, con due canali in bianco e nero): Jane Eyre, Tom Jones, The Vicar of Wakefield… Di questi romanzi, quindi, conoscevo già la trama e i personaggi principali, sia pure a grandi linee.

Non avevo con me il dizionario – avrei dovuto portarmi il volumone in giro tutto il giorno – e se trovavo una parola sconosciuta, semplicemente continuavo a leggere. Il più delle volte la parola la ritrovavo poco oltre e il contesto mi faceva capire esattamente che cosa significasse. Nei pochi casi in cui non succedeva, segnavo la parola a matita sul libro e me la andavo a cercare poi sul dizionario. In questo modo ho appreso non solo quelle parole ma il loro effettivo uso.

Parecchi anni più tardi, studiando psicolinguistica e glottodidattica, ho trovato la conferma che “non lasciarsi bloccare da parole sconosciute è essenziale per fare progressi nell’imparare una lingua.” Vale anche per la comprensione del parlato, non solo dello scritto.

Avrei preferito avere qualcuno che potesse suggerirmi quali libri leggere prima e quali dopo, in base alla complessità della scrittura, ma anche così la cosa ha funzionato. I pezzi del puzzle vanno a posto poco a poco.

Inglese: un affare di famiglia

Questo articolo ha origine da una discussione in un Gruppo di Facebook sulla lingua inglese. Un certo numero di persone scrivono per sapere a che età sia meglio (ammesso che sia bene) cominciare a insegnare una lingua ai bambini piccoli. Rispondendo, ho sintetizzato i dati delle ricerche psicolinguistiche ma una volta ho anche ho accennato al fatto che ci è riuscito di trasmettere l’amore per l’inglese alle nostre tre figlie. Di qui la richiesta di fornire qualche informazione in più. Ripeto qui quello che ho scritto.

Due figlie si servono dell’inglese sia nella loro professione sia per le loro letture di testi di narrativa varia, mentre una, inoltre, è diventata anche lei insegnante d’inglese: a 14 anni aveva già deciso che avrebbe fatto il lavoro dei genitori. Infatti anche mia moglie è stata insegnante di inglese e proprio questo ci ha fatto conoscere: entrambi eravamo in un gruppo di 10 borsisti Fulbright italiani che nel remoto 1969 hanno trascorso i tre mesi estivi negli USA.

Quando è nata la prima figlia, Elena, ci è venuto spontaneo usare l’inglese per comunicarci cose che non era bene che lei sapesse. A un certo punto – c’era già la seconda figlia, Silvia – ci siamo accorti che cominciava a cogliere alcune parole e quindi a capire almeno il senso generale della conversazione. Allora è cambiata la strategia: le cose “da grandi” ce le dicevamo quando loro non c’erano e in inglese parlavamo di quello che avremmo fatto nel weekend e di altre cose che a loro interessavano direttamente, ma che fingevamo di voler tenere segrete per fare una sorpresa al momento buono. La loro attenzione era quindi al massimo ed Elena aveva la soddisfazione di spiegare alla sorella (alle sorelle, quando c’è stata anche Chiara) quello che aveva capito.

Nel frattempo abbiamo fatto quello che qualsiasi buon genitore fa per appassionare i figli alla lettura: racconto di favole, regalo di libri adatti, ecc. Presto hanno scoperto che alcuni libri divertenti erano in inglese: nel trimestre americano avevamo fatto una buona scorta di libretti dei Peanuts, adeguata a trascorrere le lunghissime ore su treni e Greyhound, tra Chicago e Los Angeles e ritorno. Le “bedtime stories” a un certo punto sono state anche in inglese – quella dei tre orsi, ad esempio: io mi divertivo a fare il vocione dell’orso grande e grosso, poi la voce normale dell’orso medio e infine la vocina dell’orso piccino e loro si divertivano ad ascoltarmi. Naturalmente la storia la sapevano già

Era anche l’epoca in cui per varie vicende avevamo abbastanza spesso a cena da noi ospiti stranieri; anche quando le bimbe non capivano i nostri discorsi, era chiaro che l’inglese non è una cosa che sta solo sui libri di scuola ma è una realtà viva.

Il ricordo più bello è quello di Silvia distesa prona sul divano con a fianco Chiara e davanti a loro The Lion, the Witch and the Wardrobe. Silvia, che allora aveva 11 o 12 anni, raccontava a Chiara (7-8 anni) la storia in italiano, però indicandole col dito le corrispondenti parole e frasi inglesi. A quel punto era fatta: era passato il discorso che l’inglese serve per avere più occasioni di divertirsi e di conoscere cose belle. Quando poi hanno cominciato a fare vacanze-studio in Inghilterra e Irlanda, il loro livello di padronanza della lingua consentiva loro di non ridursi a parlare in italiano con gli altri del gruppo. E naturalmente anche dalle lezioni a scuola potevano trarre maggiore profitto.

Tutto qui. Abbiamo approfittato di una situazione per molti aspetti privilegiata e abbiamo avuto la conferma di quanto studi e ricerche affermano: per far innamorare di un’altra lingua i bambini non è mai troppo presto. Per amarla, però, deve trattarsi di un’esperienza piacevole e positiva.