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La lingua straniera come puzzle

Tra le parecchie cose che facevo mentre frequentavo l’università (in parte per avere qualche liretta in più per me e in parte per fare esperienze utili),  ce n’era una che mi faceva trovare dall’altra parte della città dopo le 22.30, due o tre volte la settimana. Per tornare a casa impiegavo 35 o 40 minuti su un tram semivuoto: potevo quindi sedermi tranquillo a leggere. Mi portavo un libro inglese scelto in base ai teleromanzi a puntate già trasmessi alla TV (all’epoca, c’era solo la Rai, con due canali in bianco e nero): Jane Eyre, Tom Jones, The Vicar of Wakefield… Di questi romanzi, quindi, conoscevo già la trama e i personaggi principali, sia pure a grandi linee.

Non avevo con me il dizionario – avrei dovuto portarmi il volumone in giro tutto il giorno – e se trovavo una parola sconosciuta, semplicemente continuavo a leggere. Il più delle volte la parola la ritrovavo poco oltre e il contesto mi faceva capire esattamente che cosa significasse. Nei pochi casi in cui non succedeva, segnavo la parola a matita sul libro e me la andavo a cercare poi sul dizionario. In questo modo ho appreso non solo quelle parole ma il loro effettivo uso.

Parecchi anni più tardi, studiando psicolinguistica e glottodidattica, ho trovato la conferma che “non lasciarsi bloccare da parole sconosciute è essenziale per fare progressi nell’imparare una lingua.” Vale anche per la comprensione del parlato, non solo dello scritto.

Avrei preferito avere qualcuno che potesse suggerirmi quali libri leggere prima e quali dopo, in base alla complessità della scrittura, ma anche così la cosa ha funzionato. I pezzi del puzzle vanno a posto poco a poco.

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