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Breve autobiografia linguistica

Alcuni membri di un gruppo di Facebook che seguo mi hanno chiesto come sia nata e cresciuta la mia passione per le lingue. Ho recuperato alcune cose che avevo detto durante un convegno (ANILS, Sanremo, maggio 2005) e le riporto qui sotto.
“[…] non sarei da questa parte del tavolo se non avessi avuto una serie di fortune. In ordine cronologico, la prima è stata quella di crescere bilingue, in una famiglia in cui si è sempre parlato un buon italiano ma con un nonno con il quale potevo comunicare solo in milanese. Essere col mio nonno materno era sempre una gioia e l’esperienza di bilinguismo era quindi un’esperienza lieta e gratificante. In questa sede non occorre che chiarisca che i dialetti sono lingue e che il buon vecchio dialetto milanese, quello autentico destinato a scomparire con la mia generazione, era altrettanto diverso dall’italiano quanto lo è il francese.
Proprio il francese fu la prima lingua straniera in senso stretto con cui venni in contatto. Mia madre lavorava nel campo della moda e quando io avevo 6 o 7 anni, cioè poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, cominciò a recarsi a Parigi due volte all’anno per le sfilate. Ogni anno mi portava in dono una scatola di Meccano che mi consentiva l’avanzamento di un livello — anche perché il Meccano francese era molto più bello, nei colori e nelle rifiniture, di quello inglese venduto in Italia. Le istruzioni erano in francese e così feci le mie prime esperienze di CLIL, cioè di apprendimento di un’altra lingua integrato nei contenuti. Tuttora sono francofono per quanto riguarda questi aspetti: di molti pezzi del gioco conosco il nome francese ma non ho mai saputo quello italiano.
La cosa era resa possibile da un supporto multimodale, ossia il fascicolo per le istruzioni che presentava sia una serie di modelli che si potevano costruire con i pezzi disponibili, sia il catalogo illustrato dei singoli pezzi. La sinergia tra testo e immagine, lo sappiamo, è uno dei fondamenti dell’apprendimento delle lingue straniere per scopi speciali — e costruire le gru col Meccano è uno scopo speciale. Come complemento, mia madre mi aveva insegnato i rudimenti della conversazione francese — le solite cose: i saluti, i numeri, le frasi utili al turista, ecc.
Ancora una volta quindi l’incontro con un’altra lingua avvenne in una dimensione felice, ludica e familiare assieme. Questo mi rese facile affrontare dopo parecchi anni lo studio del francese all’università — anche se nulla sarebbe mai riuscito a farmi piacere Victor Hugo, il tipo di poeta-vate che meno corrisponde alla mia sensibilità. La pretesa che tutti gli autori debbano essere amati da tutti gli studenti è una delle strane nozioni che certi insegnanti portano con sé […].
Quando ero studente io, si iniziava a studiare la lingua straniera in seconda media, cioè, tra l’altro, dopo un anno di latino. E fu all’inizio della seconda media che scoprii di essere nella sezione di spagnolo, probabilmente l’unica di Milano. Dopo un attimo di sconcerto la cosa divenne un dato di fatto accettato tranquillamente e fu allora che iniziai lo studio sistematico di una lingua estera che tuttora è l’unica che oso adoperare parlando in pubblico, oltre all’inglese. Anche lo spagnolo, come il francese, venne poi ripreso come esame biennale all’università.
Un’altra grande fortuna fu che i miei genitori scelsero per me alle superiori (e parlo di più di 60 anni fa!) una lingua che allora era ampiamente minoritaria come numero di classi ma che prometteva bene, cioè l’inglese. Il mio primo voto di inglese scritto in pagella fu un quattro, ma del resto anche qualche mio compagno che era al terzo anno di inglese ce l’aveva, e comunque poi ho recuperato. Io poi scelsi l’inglese come lingua quadriennale all’università e da allora questa lingua ha un ruolo importante nella mia professione. […] questa esperienza può indicare che si può riuscire passabilmente bene a imparare una lingua straniera dopo l’età della pubertà purché esista già un certo grado di familiarità con altre lingue diverse dalla materna.
Tutte storie positive, allora? No, l’anno di tedesco all’università, con un testo di grammatica ancora con i caratteri gotici e con autori di letteratura che non mi piacevano, non mi diede quasi nulla. Quel tanto (che come si sa vuol dire “quel poco”) di tedesco che mi consente di comunicare in modo elementare come turista nei paesi germanofoni e di comprendere abbastanza bene i testi scritti, l’ho imparato quando il prof. Freddi volle che entrassi a far parte del suo Seminario permanente per la promozione del bilinguismo, istituito a Bolzano nella seconda metà degli anni ’70 per rispondere alle esigenze derivanti dall’applicazione degli accordi DeGasperi-Grüber. Le insegne bilingui nelle città altoatesine e più in generale la compresenza dei due gruppi etnici mi hanno consentito l’acquisizione di un bagaglio utile, funzionale alle comunicazioni in cui ero impegnato. […]”

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