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Monthly Archives: luglio 2016

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Il falsario

Erano gli anni ’60 e malgrado fossi un incaricato triennale e tra gli insegnanti più giovani (avevo al massimo 25 anni), mi ritrovai vicepreside di una scuola media di Rho (MI). Ricordo il giorno di settembre in cui venne in segreteria un padre che voleva iscrivere il figlio e mi fece capire che era analfabeta: il suo desiderio era che suo figlio non si ritrovasse in futuro nella sua stessa situazione. Esamino, assieme al segretario, i documenti che aveva preparato e gli dico che era tutto a posto, che non occorreva altro. Ovviamente mancava la sua firma, che misi io non appena lui fu uscito, sotto gli occhi del segretario che mi fece capire che altrimenti l’avrebbe messa lui. Una firma falsa di cui mi vanterò sempre.
Quando rientrò la preside, per correttezza le dissi che cosa avevo fatto. Non mi degnò di una risposta e passò ad altro. Era maoista quando ancora non era di moda (il ’68 non era ancora arrivato) ed era la persona più dedita al lavoro che io abbia mai conosciuto. Sapeva benissimo che come cattolico non potevo condividere le sue posizioni sul ruolo della famiglia e su varie altre questioni ma questo non ci ha mai impedito di lavorare lealmente assieme per il bene dei nostri allievi.

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Un alieno!

Dopo avere acquistato cinque articoli in un grande magazzino, intanto che faccio la fila alla cassa calcolo il totale dei prezzi e preparo la somma da pagare. Quando arriva il mio turno metto sul banco della cassiera gli oggetti e il denaro (per combinazione, avevo l’importo esatto fino all’ultima lira). La cassiera procede alla solita operazione e vedendo che l’importo segnato sullo scontrino corrispondeva ai soldi che le avevo dato, mi ha guardato come si guarda un alieno.
Ma forse lo ero, già negli anni ’80: appartengo alla generazione di quelli che hanno imparato a fare i calcoli a mente.

Non si riesce a comunicare – così mi disse…

“Non si riesce a comunicare per telefono col vostro Provveditorato”: così mi disse un funzionario dell’università di Bari che aveva bisogno di un’informazione. Gli ho fatto presente che all’epoca (fine anni ’80) la provincia di Milano, ora divisa in tre, aveva da sola tanti abitanti quanti Puglia e Basilicata assieme e che quindi il Provveditorato agli Studi di Milano era una realtà complessa a cui competeva un carico di lavoro pari a quello dei sette provveditorati di quelle regioni messi assieme, con tutte le difficoltà conseguenti.

Mi sono fatto dire di che cosa avesse bisogno e con una telefonata a una collega ho avuto nome e numero di telefono della persona a cui poteva rivolgersi. Questo ha fatto crescere molto la sua stima nei miei confronti – per troppe persone non conta come lavori ma quanti e quali contatti riesci ad avere.

L’episodio mi è parso emblematico di una visione distorta della realtà. Tanti colleghi di laggiù – così come troppi politici e giornalisti – parlavano come se l’Italia si dividesse in quattro parti uguali: Nord, Centro, Sud e Isole. Con riferimento alla popolazione, la realtà è rappresentata da questo grafico:

Mypie


Il Nord ha circa il doppio degli abitanti del Sud – ma c’è di più. Se osserviamo la cartina

cartina-italia

possiamo notare che il confine tra Abruzzo e Molise è la prosecuzione quasi lineare del confine fra Lazio e Campania. Geograficamente, quindi, l’Abruzzo appartiene al Centro: L’Aquila e Pescara sono più a nord di Roma. Anche il Molise, che si colloca alla stessa latitudine della Ciociaria, potrebbe essere considerato una regione del Centro, senza forzature. Come mai invece queste Regioni si auto-classificano ovunque come “Italia meridionale”? Nostalgia dei Borboni o affermazione del diritto di beneficiare della Cassa per il Mezzogiorno?

Che coincidenza…

Della banca presso cui avevo aperto il conto corrente a Bari vi ho già parlato (https://deiporcellinonsibuttaniente.wordpress.com/2014/08/29/veramente-siamo-chiusi-cosi-mi-dissero/). Non faccio nomi – dico solo che era una delle grandi “banche di interesse nazionale” e il conto mi serviva solo perché l’università accreditasse il mio stipendio. Ogni mese mi facevo dare un assegno circolare intestato a me stesso e non trasferibile, che avrei versato sul nostro conto bancario appena tornato a Milano.

Un giorno mi dicono che non c’erano fondi: lo stipendio era stato accreditato ma c’era anche un addebito più o meno della stessa cifra per uno “storno” ossia per compensare un altro accredito che non mi era dovuto. Mi faccio dare l’estratto conto dal quale risultava lo storno ma non l’altro accredito. Chiedo quindi di correggere e di rilasciarmi l’assegno. La risposta è che “si può fare ma ci vuole tempo.” Non me lo faccio dire due volte: con un “ma certo! Servite prima la signora” riferito a una cliente in attesa, mi fiondo su una poltroncina e mi immergo nella lettura di un articolo che avevo appena ricevuto e che davvero mi interessava molto. Il messaggio era comunque chiaro: “di qui non esco senza i miei soldi”.

Dopo un po’ di tempo e non pochi imbarazzi, mi chiamano allo sportello e mi mostrano un documento dell’Università che a dir loro era all’origine del disguido: il numero di quel documento coincideva col numero del mio conto corrente. Non ho fatto alcun commento e ho atteso che mi dessero l’assegno. Che pensassero pure di avermi fatto fesso: c’è una probabilità su centomila che due numeri di cinque cifre coincidano. Coincidenze così si verificano tutti i giorni, no?