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SOTTO LE PAROLE, NULLA?

Premessa: questo articolo apparve a stampa nel 1992. I riferimenti sono “datati”, i contenuti sono purtroppo ancora attuali.

Sabato 7 dicembre 1991, ricordando il cinquantenario dell’at­tacco giapponese a Pearl Harbor, il Giornale di Montanelli pubbli­cava una carta dell’isola di Oahu che indicava la posizione di Ho­nolulu, della stessa Pearl Harbor e di una serie di obiettivi mi­litari, tra cui le “Baracche Schofield.” Nessuno in redazione si è chiesto come mai delle baracche avessero un nome e costituissero un obiettivo militare. Per avere la risposta sarebbe bastato con­sultare qualsiasi dizionario, da cui si ricava che barracks signi­fica “caserma”, ma pare che la pseudoconoscenza dell’inglese da cui molti sono affetti faccia perdere l’umiltà che porta ad effet­tuare alcuni semplici controlli.

Più recentemente un altro importante quotidiano milanese (Corriere della Sera del 19.6.92, p. 44) invoca una “autority” (sic) dell’ambiente, per studiare e possibilmente risolvere il problema del traffico urbano. Forse perché la grafia del titolo appare carente, la parola viene immediatamente ripetuta nella prima riga del testo, questa volta come “autorithy”. Dopo due sba­gli diversi in due righe, la parola non viene più usata.

Qui però il discorso non si limita a recriminare che non si sappia (o non si voglia) usare il dizionario per verificare l’or­tografia; bisogna chiedersi perché i giornalisti facciano ricorso a certe parole straniere, anche a rischio di infortuni professio­nali. La parola authority è un caso interessante. Come nome astratto, essa equivale al nostro autorità sia nel senso di “pre­stigio morale, stima, credito” di cui gode qualcuno, che di “po­tere legittimo, facoltà di comandare”; al plurale, le authorities sono, analogamente all’italiano, le persone investite di pubblici poteri. La parola authority possiede però, come sostantivo singo­lare concreto, altri due significati che in italiano vengono resi altrimenti. Il primo è quello di “autorizzazione”, ossia di per­messo ufficiale di fare qualcosa; e il secondo è quello di “ente”, nel senso di “organismo preposto alla gestione di un servizio pub­blico.” Ad esempio, la Port of London Authority, le cui iniziali P.L.A. spiccano sugli imbarcaderi del Tamigi, altro non è che l’Ente del Porto di Londra: l’idea astratta di prestigio e di autorevolezza è completamente assente, assorbita da quella di “orga­nismo di gestione.”

Tornando a Milano, se quello che si propone è un ente per la viabilità, con interventi attenti agli aspetti ecologici, perché non dirlo chiaramente invece di ricorrere alla parola straniera? Possiamo supporre (senza fare processi alle intenzioni, ma solo sulla base del contesto) che si sia anzitutto voluto evitare la parola ente perché ampiamente screditata: si è parlato a lungo di enti inutili, anche se poi non ne sono stati soppressi molti, e più recentemente vi sono stati scandali politico-amministrativi connessi ad enti… partiti per la tangente. E allora lo sconforto non riguarda più le disortografie, ma gli episodi di cattiva amministrazione della cosa pubblica.

La scelta di authority, al di là della sua scarsa appropria­tezza rispetto all’uso che se ne fa nella lingua d’origine, verosimilmente vuol proprio suggerire l’esigenza di recuperare quelle qualità di prestigio, stima e autorevolezza di cui si avverte un gran bisogno. Se le cose stanno così, lo snobismo che troppo spesso fa preferire parole inglesi a parole italiane c’entra poco: c’è, invece, il non confessato desiderio di recuperare quell’autorità che anni di contestazione velleitaria hanno cercato invano di cancellare come esigenza sociale, un’autorità fatta non certo di autoritarismo arrogante ma di competenza e senso di re­sponsabilità.

Dietro e sotto le parole, quindi, c’è molto più di quanto non appaia ad uno sguardo distratto. Se ci soffermiamo ad osservare i prestiti stranieri che quotidianamente ci vengono posti sotto gli occhi possiamo trarre spunti di riflessione a vari livelli: dalla constatazione della superficialità ed approssimazione con cui usiamo i vocaboli nostri ed altrui, fino alle tensioni che si esprimono inconsciamente quando si rifiutano certe parole per pre­ferirne altre.

Giochi (di parole) proibiti

C’è un altro fenomeno recente che dev’essere tenuto sotto sorveglianza stretta, ed è il proliferare, nella pubblicistica ad alta diffusione, delle opere che in vari modi si occupano di aspetti e problemi linguistici. Alcune di esse, come certi libri di Marchi sulla lingua italiana e latina, e le “lezioni semiserie” di inglese di Beppe Severgnini, hanno il pregio di fornire in modo divertente e accattivante informazioni, nozioni, curiosità inte­ressanti e spunti per ulteriori approfondimenti; sono attuazioni dell’antico ma sempre valido monito che prescrive di docere delec­tando (quando ci si riesce).

Molto più spesso, si tratta di opere presentate sotto l’etichetta di “libri comici” e il cui scopo dichiarato è quindi solo quello di procurare momenti di evasione; obiettivo certamente legittimo ma che può nascondere qualche insidia. Fino a che punto è lecito giocare con le parole? E ancor prima: da che cosa nascono i giochi di parole, e che ruolo possono avere?

Fondamento dei giochi di parole è il fatto che i legami tra il piano della realtà conosciuta o pensata (cose, azioni, concetti e idee) e il piano della lingua in cui si esprime tale realtà (vo­caboli e strutture) sono spesso legami incoerenti – in linguistica si parla di arbitrarietà del segno, ove per segno si intende la connessione tra significato e significante. La stessa parola può rinviare a due o più significati (“a letto ho letto un libro”) e per converso significati quasi identici possono essere rappresen­tati da significanti molto diversi tra loro: parola/vocabolo, di­vertimento/svago/passatempo, e innumerevoli altri esempi. La somi­glianza tra due parole può non avere alcun rapporto con la vici­nanza o lontananza dei rispettivi significati: si vedano le coppie baleno/balena e pizzo/pizza in contrasto con tavolo/tavola e mattino/mattina.

Ogni lingua ha strutture grammaticali ed un patrimonio fra­seologico che esistono al di fuori del singolo parlante e sono sottratti al controllo di ciascuno e di tutti, così che nessuno può permettersi, di punto in giallo, di alterare il sistema. Di punto in giallo è, ovviamente, una violazione deliberata rispetto a “di punto in bianco”, violazione che qui ha lo scopo di sottoli­neare come le espressioni idiomatiche siano immutabili (l’altra loro caratteristica è che il significato complessivo può non avere nulla in comune con alcuno degli elementi costitutivi: né punto, né bianco né le due preposizioni di e in hanno a che vedere con l’idea di “improvvisamente”).

Chi “gioca con le parole” trova percorsi alternativi tra si­gnificanti e significati, sfruttando i doppi sensi, le somiglianze a livello fonico (con cambi di consonanti o vocali, spostamenti d’accento, ecc.) e altre caratteristiche del sistema. Ecco allora che per il Dizionario alternativo di Boris Makaresko i petrolieri sono “gente di tanica larga” e ciclostile significa “eleganza nel pedalare.”

I giochi di parole li troviamo già in Omero: è celeberrimo l’episodio di Polifemo accecato da Ulisse che, modificando lievemente il suo nome, dice di chiamarsi Nessuno: la somiglianza, no­tevolissima nella lingua omerica, viene persa in traduzione. In ambito letterario troviamo ogni tipo di gioco di parole, dai doppi sensi alle scelte di vocaboli determinate da rime, assonanze o al­litterazioni; il tutto finalizzato agli scopi più diversi, dall’armonia del verso alla “frase ad effetto” destinata ad impri­mersi nella memoria del lettore, fino a giochi sottili di allu­sioni, ironie e richiami incrociati che consentono “letture del testo” a vari livelli. Ad esempio, possiamo forse ritenere casuale che il Manzoni faccia assumere a Renzo Tramaglino, fuggitivo nel Bergamasco, il cognome Rivolta?

La capacità di cogliere le trame plurime tra le parole e i loro significati è indice di spiccata intelligenza verbale; al tempo stesso il ricorso ai giochi di parole è uno dei mezzi che ne favoriscono lo sviluppo. Qualche anno fa destò molto interesse il volume di Ersilia Zamponi I draghi locopei (anagramma di “giochi di parole”) sulle esperienze didattiche condotte in una scuola me­dia in provincia di Novara. L’abitudine a manipolare la lingua italiana in modi non convenzionali aveva condotto gli scolari ad una più elevata sensibilità linguistica e ad una molto maggiore attenzione al valore delle parole.

“Chi non Fisica non fosica” si legge su un banco d’università e vien da pensare a uno studente che distrattosi ha lasciato va­gare la mente, magari chiedendosi se valesse la pena di tentare di superare un certo esame, ed ha colto la rima tra la materia stu­diata e il “risica” del proverbio. “Favori in corso” si legge sulla parete di un cantiere di una delle società sotto inchiesta per gli appalti irregolari. “Difficile pronuncia, impossibile ri­nuncia” rima lo slogan di una marca di elettrodomestici il cui nome, Whirlpool, sembra studiato apposta per essere storpiato da­gli italiani (se Whirlpool fosse stato tradotto, forse qualcuno avrebbe coniato lo slogan “incontro al Vortice”…). Scoperte così ne possiamo fare molte ogni giorno: basta tenere occhi e orecchie ben aperti. Dalle barzellette alle canzoni, dalle filastrocche per bambini agli slogan politici, i giochi di parole fanno parte della nostra vita e, nel complesso, la arricchiscono.

Non è quindi questo il livello di uso linguistico che ci può preoccupare; è vero che la prosa “brillante” o il discorso ricco di calembours a volte hanno il solo fine di mascherare il vuoto delle idee, ma lo stesso avviene – e anche con maggiore frequenza – con testi imbottiti di paroloni e tecnicismi. I libri la cui lettura ci ha suggerito riflessioni allarmate sono quelli in cui o ci si prende gioco dei solecismi oppure ci si preoccupa del dire ma non del fare. Un esempio del primo tipo è Il novissimo Ippoliti della lingua italiana, un “dizionario” che raccoglie gli strafal­cioni più notevoli registrati nella trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, un programma in cui vengono messe alla berlina persone di scarsa cultura che “spiegano” a modo loro le parole o le espressioni proposte loro dal conduttore Gianni Ippoliti. Si può sorridere di quegli spropositi  se si riesce a convincersi che l’ignoranza possa fare spettacolo: solo così si può trovar diver­tente il programma proposto da quella che si autodefinisce la più culturale delle reti RAI.

Al secondo tipo appartengono libri sempre più numerosi (so­prattutto all’estero, ma la tendenza è già avvertibile anche da noi) che non si preoccupano di analizzare fenomeni sociali come il razzismo, il sessismo, l’ecologismo, ecc. e di proporre interventi coerenti con i risultati dell’indagine e idonei a conseguire i ri­sultati sperati, ma si concentrano sul linguaggio che è (o si pre­sume che sia) la spia di tali atteggiamenti. Sembra che a molti non importi tanto favorire i rapporti tra persone e popoli affin­ché si conoscano meglio e quindi scoprano il piacere dell’amicizia al di là delle differenze di religione, cultura, lingua e colore; la loro prima preoccupazione è di impedire che si dica o scriva, ad esempio, “gli studenti” intendendo “studenti e studentesse” (un uso ritenuto maschilista), o si usino espressioni come “di umor nero” o “arrabbiato nero”, sospette di razzismo – ma allora forse sono razziste anche “giallo di rabbia” e “rosso per la vergogna.” Non so se sia vero che Donna Ellen Cooperman, dopo un anno di bat­taglie nei tribunali dello Stato di New York, ha ottenuto di chia­marsi Donna Ellen Cooperperson – un cognome “non sessista”; di certo un operatore televisivo, soprattutto negli U.S.A., non è più un cameraman ma una cameraperson. Che poi una cameraperson di sesso femminile riesca, a parità di qualifica professionale, ad avere gli stessi diritti, stipendi e prospettive di carriera dei colleghi maschi, sembrerebbe questione tutto sommato secondaria.

Assistiamo perciò ad una decostruzione del linguaggio, ossia ad uno smontaggio delle parole esasperato e, almeno in apparenza, fine a se stesso. C’è chi ha proposto in tutta serietà che accanto alla history (che contiene il possessivo his, “appartenente a lui”) si faccia studiare a scuola la herstory (her vuol dire “ap­partenente a lei”), ossia la storia esaminata dal punto di vista femminile. E poiché son significa “figlio”, anche cameraperson può essere una parola sessista, alla quale dovrebbe almeno essere af­fiancata cameraperdaughter (daughter è la “figlia”).

Chi si imbarca in tali proposte respinge come dato irrilevante il fatto che le parole latine historia e persona (entrambe, guarda caso, di genere femminile) non potevano certamente prefigu­rare i maschili inglesi his e son. L’estremismo verbale, al di là di ogni utilità e senza alcuna prospettiva di successo, cela la crisi delle ideologie, e soprattutto lo smarrimento di molti di fronte al crollo di quella che per decenni ha tentato di imporre la propria egemonia. Sotto la facile e labile etichetta del post-moderno si propugna un mondo di parole che agisce da cortina fumogena, nascondendo una realtà sociale che in tanti casi ci chiede invece di rimboccarci le maniche e di esprimere la nostra solida­rietà. Non solo a parole, si intende.

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