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Monthly Archives: giugno 2014

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“Io sono un caso particolare” – della serie ‘Così mi disse…’

“Io sono un caso particolare”. Così mi dissero in tanti (troppi!) nei giorni in cui stavo organizzando presso il Politecnico di Milano, per conto delle Civiche Scuole di Lingue, i nuovi corsi di inglese. Rispondevo che il cartello esposto era chiaro: il giorno X chi già sapeva un po’ di inglese doveva venire per sostenere un test e rispondere a un questionario; chi dichiarava di non sapere assolutamente nulla di quella lingua (e negli anni ’70 poteva ancora succedere) doveva venire direttamente il primo giorno di lezione, la settimana successiva; dei casi particolari mi sarei occupato il giorno Y, avendo già sotto mano il quadro generale dei livelli e delle classi che si sarebbero costituite.
Visto che i “casi particolari” sarebbero stati discussi dopo, molti scoprirono di colpo di essere casi normali e si presentarono come richiesto. Il giorno Y i casi davvero particolari furono pochissimi e vennero risolti in mezz’oretta inserendo gli interessati nelle classi che più facevano al caso loro.
Se essere un caso particolare non dà il privilegio di passare davanti agli altri, tanto vale non esserlo.

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“Su da voi, come vi regolate?”

Così mi disse un collega mentre stavamo discutendo il voto da dare a una laureanda della Facoltà di Lingue a Bari. Ero arrivato là nel 1986/87 come vincitore di concorso a cattedre e la mia settimana-tipo era: lunedì lezioni e assistenza tesi alla Cattolica di Milano, poi notte in treno e Bari dal martedì al giovedì; rientro in treno (in buona parte dedicato alla lettura di tesi o altro lavoro) nel pomeriggio-sera; poi di nuovo in Cattolica il venerdì e il sabato mattina, per tenermi in caldo il posto nel quale contavo di rientrare. Così per quasi quattro anni, per almeno nove mesi all’anno e almeno tre settimane al mese; in caso di esami o riunioni estendevo il periodo di permanenza a Bari.

Ma torniamo a quella laureanda, il cui cognome a me non diceva nulla ma doveva significare moltissimo ai miei colleghi pugliesi: aveva 97 come voto derivante dalla media degli esami ma DOVEVA laurearsi con 110 e lode. Uno di loro mi fece quella domanda, “Su da voi, come vi regolate?”, alla quale io non risposi direttamente. Dissi che in Cattolica ci si laureava con 21 esami (più le teologie che non contano e non devono contare) mentre a Bari erano 17: voleva dire che negli stessi quattro anni gli studenti di Milano e Brescia dovevano fare un’annualità in più; in Cattolica erano obbligatorie due lingue quadriennali mentre a Bari ci si poteva laureare in Lingue e Letterature – al plurale – studiando la sola lingua quadriennale e sostituendo la lingua triennale con altre materie (tra cui la “mia” Didattica delle Lingue Moderne). Lì mi fermai perché era chiaro che rifiutavo il confronto.
Le cose poi andarono come “dovevano” andare e la lode fu approvata all’unanimità: votata anche dal collega che sembrava essere dissidente e da me, che non volevo inimicarmi ulteriormente chi già mi giudicava un corpo estraneo. Come insegna Cervantes, chi lotta contro i mulini a vento si trova col sedere per terra, pestato duro senza avere ottenuto niente.
Ricordo questo episodio, e altri meno gravi ma sulla stessa linea, con molta tristezza. Le capacità (intelligenza, attitudini linguistiche, laboriosità potenziale) sono distribuite equamente ovunque. Tenendo presente che alcuni degli studenti migliori non erano lì ma in altre università da Roma in su, ugualmente c’erano fior di giovani che non meritavano di trovarsi in un ambiente lassista che non li impegnava a sviluppare al meglio le loro doti.

“Diventerà cieco”

“Quel bambino diventerà cieco.” Così mi disse il medico scolastico che accompagnò le classi quinte dell’Istituto Tecnico per il Turismo di Milano nel suo viaggio di istruzione in Egitto circa 40 anni fa. Eravamo al Cairo, davanti alla chiesa che la tradizione vuole sorga sul luogo dove dimorarono Gesù, la Madonna e San Giuseppe dopo la fuga da Re Erode. Il bambino di circa due anni era seduto in strada, tutto sporco ma soprattutto con delle grandi croste sugli occhi, segno inconfondibile di un tracoma già conclamato. “Io ho con me la pomata oftalmica che lo guarirebbe nel giro di poco tempo e con una spesa irrisoria, ma anche ammesso che gli possa mettere le mani addosso è inutile che lo faccia oggi se nessun altro lo fa nei prossimi giorni.” Non ricordo assolutamente nulla di quella chiesa ma per me quel bambino è l’immagine di ciò che da secoli avremmo dovuto fare nel cosiddetto “terzo mondo” e non abbiamo fatto.

L’episodio mi è venuto in mente perché ho appena condiviso su Facebook la frase “Per costruire 12 ospedali servono 250 milioni di dollari, il costo di 8 ore di guerra in Iraq. Si prendessero un giorno di ferie.” La frase è attribuita a Gino Strada ma non so se sia autentica – quindi non so nemmeno se quelle cifre siano attendibili. Il concetto comunque è chiaro ed è quello che ho condiviso.