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Monthly Archives: gennaio 2014

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Così mi ha detto: “Via quella cravatta!”

“Togliti quel c*** di cravatta per uscire stasera a cena con noi.” Non sono le parole esatte, sia perché mi vennero dette in inglese, sia perché ancora di più delle parole contava il tono irritato e imperioso con cui furono dette, dal responsabile di un gruppo di lavoro di una grande associazione internazionale che aveva organizzato un seminario a Roma.

In quel momento capii anche il perché di certi sguardi infastiditi lungo la giornata: ero vestito nel modo “sbagliato” e a un americano (nel senso di statunitense) questo dà molto fastidio. Tolleranza e flessibilità zero – più comodo usare il dress code che il buonsenso e la cortesia.

Era capitato anche a un mio vicino di casa, che era andato negli USA per lavoro con un collega: dovendo rimanerci solo un paio di giorni o anche meno avevano solo l’abito a giacca (e cravatta) indossato in viaggio. In quella ditta ci si doveva vestire business casual e loro erano troppo formali. Ma almeno loro erano a New York: a me è successo a Roma e quell’americano non si rendeva conto che stava insegnando a un italiano come dovesse vestirsi in Italia. Uno dei guai del mondo d’oggi è che tanti americani, anche a livelli professionali medio-alti, ritengono che il loro stile di vita sia – debba essere! – universale.

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Facoltà non universitarie (della serie “Così mi hanno detto”)

“Professore, i semafori a Napoli sono una facoltà”: così mi disse, mentre stava per passare col rosso, l’autista che mi stava portando a Benevento. Sapeva che ero un docente universitario (in realtà, all’epoca – cioè negli anni ’80 – ero ancora un ricercatore) e “una facoltà” quindi suonava più appropriato di “facoltativi”.

Ho molti altri motivi per ricordare quella giornata, un 10 gennaio fortunatamente limpidissimo. A Linate infatti tutto funzionava perfettamente e quindi riuscii a cambiare il biglietto per Napoli con uno per Roma e a imbarcarmi sul primo aereo, non prima di avere telefonato a casa per dire che avvisassero che non sarei arrivato a Capodichino verso le 11 ma alla stazione ferroviaria di Piazza Garibaldi circa quattro ore dopo. Non ho mai saputo come mai Alitalia mi avesse venduto un biglietto per Napoli quando da parecchie settimane l’aeroporto era chiuso per ristrutturazione e si sapeva che lo sarebbe stato ancora per molto tempo.

Sul volo per Roma era imbarcata la squadra del Milan che due giorni dopo avrebbe incontrato l’Avellino, allora in Serie A. Mi impressionarono i giocatori per il loro abbigliamento – tutti con il cappotto di cammello che all’epoca era il massimo del lusso elegante – e per il continuo giocare d’azzardo, coi “mazzetti”, anche sulla navetta tra il terminale e l’aereo. 

Torniamo in Campania. Ero impaziente perché in base all’orario che mi era stato comunicato avevo poco tempo, anzi rischiavo di arrivare in ritardo.Invece l’autista prima fece una sosta a metà strada: “Professo’, qua o cafè lo fanno bbuono” (era vero!) e poi a Benevento mi portò in albergo, perché prendessi la stanza dove avrei poi pernottato e mi rilassassi un po’ prima di andare al Centro di Cultura.

Quando finalmente passò a prendermi il responsabile locale, mi disse di fare una presentazione breve, perché molte delle partecipanti all’incontro erano madri di famiglia e non potevano tardare per andare a cucinare la cena.

In quel Centro ero stato mesi prima con un collega pedagogista e si era fatto del buon lavoro di formazione degli insegnanti, con un seminario serio e impegnativo. Non mi ero reso conto che questa era un’occasione diversa, una specie di “vetrina” in cui il Centro, collegato all’Università Cattolica, esibiva o i grandi nomi (Lazzati, Lombardini, Treu, Giarda,  Agazzi  ecc.) o persone come me, che si occupavano di settori emergenti nell’ambito accademico. In sostanza, anziché svolgere il tema che mi era stato indicato, avrei dovuto mettere in rilievo quanto la mia Facoltà fosse efficiente e innovativa e, indirettamente, quanto e in quale modo io stesso contribuissi a ciò. Non sono mai riuscito a considerarmi importante e rappresentativo e ricordo quella giornata come una delle meno gradevoli della mia vita, dal punto di vista professionale.

Comunque era vero: i semafori rossi erano una facoltà.

 

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Venerdì 17

Anche il 17 gennaio 1986 era un venerdì. I giorni sono sette, gli anni del ciclo bisestile sono quattro e quindi possiamo essere sicuri che ogni 28 anni il calendario si ripete esattamente uguale, con buona pace di quelle bufale che girano ogni tanto per dirci che certe combinazioni (ad esempio, cinque sabati, cinque domeniche e cinque lunedì nello stesso mese) sono eventi rarissimi, che succedono ogni 397 anni o anche di più.

Ebbene, quel venerdì 17 alle 17 dovetti fare un intervento a un seminario davanti a un pubblico di colleghi. Il più noto è Tullio De Mauro; con lui c’erano due commissari del concorso per la cattedra universitaria che si sarebbe tenuto circa un mese dopo e altre persone che erano lì non tanto per ascoltare ciò che avessi da dire ma per giudicarmi. In pratica, era a modo suo una prova d’esame perché all’epoca il concorso non prevedeva che il candidato tenesse una lezione come prova orale.

Ero tranquillo (beh, relativamente, data la situazione) perché non sono superstizioso e in effetti andò tutto molto bene. Qualche tempo dopo, raccontando la cosa a qualcuno, mi sono sentito dire che se anche fossi stato superstizioso, sarei dovuto restare tranquillo “perché i due 17 si neutralizzano a vicenda”.

Aveva ragione Ettore Petrolini: certe cose trovano sempre uno stupido che le inventa e un cretino che le perfeziona.