Start here

Mons. Josef Motal

Il trentennale della caduta del Muro di Berlino è l’occasione per far conoscere alcuni degli episodi per me più significativi della mia vita collegati a quell’evento.

Josef Motal, nato in Cecoslovacchia il 1° marzo 1925, assieme ad altri seminaristi alla fine della II Guerra Mondiale ebbe il permesso dal regime comunista di andare in pellegrinaggio a Roma. Venne poi negato loro il permesso di rientrare in patria e quindi il 23 dicembre 1950 ricevette l’ordinazione sacerdotale a Roma. Rimase poi in Italia e io lo conobbi perché ebbe l’incarico di insegnare la lingua ceca nella mia Università.

Quando il regime “democratico” di Praga cadde, assieme alla grande statua di Stalin che dominava la città, lo vidi passare felice mentre diceva a tutti “Il mio Paese è libero, finalmente!”

Qualche tempo dopo, riuscì a tornare nella Repubblica Ceca per un breve periodo. Io lo rividi in seguito e di nuovo scambiammo alcune parole. A parte i saluti, in sostanza mi disse una sola cosa: “Hanno tolto al mio popolo la voglia di lavorare.” Il tono era triste e sconsolato.

Un regime che blocca ogni libera iniziativa, livellando tutti secondo logiche di potere non sempre comprensibili, è un regime che non incoraggia le persone a dare il meglio di sé.

Padre Motal è morto in Italia il 27 febbraio 2004.

Barbara Filarska

Un ricordo di Barbara Filarska (30 giugno 1922 – 3 Settembre 2007)

Il trentennale della caduta del Muro di Berlino per me è l’occasione per far conoscere alcuni degli episodi più significativi della mia vita collegati a quell’evento.

Dopo la caduta del Muro di Berlino e dei regimi comunisti, la Repubblica “Democratica” Tedesca non fu il solo Paese ad avere bisogno di rimettersi al passo con la Storia. All’inizio degli anni ’90 la mia università offrì delle borse a professori della consorella università Cattolica di Lublino, in Polonia, perché potessero rimanere sei mesi da noi per aggiornarsi su ciò che a loro era stato impedito di conoscere dal regime comunista.

Siccome nei fine-settimana la mensa dell’università non funzionava, si era creata una rete di colleghi e amici che ospitavano i borsisti polacchi a pranzo o a cena. Fu così che ebbi l’occasione di conoscere persone fuori dal comune; Barbara Filarska, docente di Archeologia Cristiana, era una di loro. Il suo obiettivo era di ricostruire in pochi mesi gli oltre trent’anni di studi su quella materia censurati dal suo governo.

Conversando, soprattutto in francese, venne fuori che lei era stata una delle donne che si vedono in fila nude nel film Schindler’s List: dall’altra parte della casupola, ognuna potè recuperare il minimo indispensabile di indumenti e con quelli – solo quelli e nient’altro – dovette tornare a piedi in Polonia. Dove però i guai non erano per niente finiti: dopo i soprusi subiti dai nazisti, i cattolici polacchi dovettero subire quelli del regime materialista ateo filo-russo. Di queste vicende Barbara rese una splendida testimonianza agli alunni della scuola media “Cardarelli” di Milano, dove insegnava mia moglie.

Per me, uno degli aspetti più importanti fu che queste testimonianze arrivarono a viva voce alle mie figlie: nate negli anni ’70, dopo trent’anni dalla guerra, potevano altrimenti pensare che certi terribili racconti dei libri e dei film fossero frutto di fantasia o, peggio, di manipolazione ideologica.

Sempre con l’aiuto di varie persone (le borse bastavano appena per sopravvivere), Barbara potè anche andare a Roma a trovare un ex-collega di Lublino che nel frattempo aveva indossato la tonaca bianca. Pensava di dover farsi riconoscere da Karol Wojtiŀa e invece fu lui ad andarle incontro, chiamandola per nome, e tra l’altro le chiese subito notizie della figlia che era andata monaca di clausura, non ricordo se a Danzica o Stettino. (Per quel poco che vale, trovate qui la mia testimonianza sulle eccezionali doti comunicative di Papa Giovanni Paolo II: https://deiporcellinonsibuttaniente.wordpress.com/2014/05/16/29-febbraio-1992-udienza-speciale-per-luniversita-cattolica/ )

“Temperamentvoll” a chi?

Nei giorni della caduta del Muro di Berlino mi trovavo a Francoforte s/M per una riunione della FIPLV, una Federazione mondiale a cui aderiscono numerose associazioni nazionali di insegnanti di lingue straniere. Ero là come rappresentante dell’italiana ANILS. C’era parecchia irrequietudine in giro: si intuiva che stava per succedere qualcosa di grosso. Erano visibilmente inquieti anche i colleghi che rappresentavano le associazioni di Germania Est, Polonia e Cecoslovacchia, senza peraltro far mancare la loro presenza attenta e attiva. Soltanto, non appena c’era un momento di pausa, schizzavano fuori dalla sala delle riunioni alla caccia del telefono disponibile più vicino. Ancor più rapidamente sparirono alla fine dei lavori del sabato mattina – un saluto cortese, educato, perfino sorridente e… via! Era chiara l’urgenza di tornare a casa al più presto per vivere quegli eventi assieme ai loro cari.

Eravamo rimasti noi rappresentanti delle associazioni dell’Europa Occidentale per una riunione pomeridiana della nostra Sezione. Il rappresentante ungherese, che era anche il Segretario Generale della FIPLV mondiale, disse (in inglese) una frase che non posso dimenticare: “Noi non facciamo parte dell’Europa occidentale, per ora, ma ugualmente vorrei rimanere.” Il suo Paese aveva iniziato prima degli altri ad allontanarsi dal regime sovietico e ad aprire qualche breccia nella Cortina di Ferro. A nome di tutti noi, il coordinatore della Sezione occidentale, un francese, accolse la sua richiesta con grande piacere.

Prima e dopo cena, in albergo, vedevo i servizi TV da Berlino. Non solo: c’era sempre qualche canale con le telecamere puntate sul Muro – che qualcuno stava cercando di sgretolare a mani nude, mentre i più atletici e coraggiosi saltavano giù da un’altezza notevole pur di mettere piede nel settore occidentale. Fino a pochi giorni prima, avvicinarsi al muro significava rischiare l’arresto e salire sul muro poteva costare la vita.

Vedendo tutte quelle scene di euforia collettiva, quasi di delirio, mi chiedevo come mai i tedeschi definissero noi italiani “tenperamentvoll”, cioè pieni di temperamento, di passione, di emotività. Da noi, non avevo mai visto scene del genere ma lì si viveva la liberazione da troppi anni sotto un regime che era “Demokratische” solo nel nome dello Stato che stava crollando assieme al Muro.

Per non ripartire subito dopo il lavoro senza avere nemmeno dato un’occhiata a Francoforte, avevo prenotato il treno della notte per essere di ritorno a Milano il lunedì mattina presto. Passeggiando quella domenica, ho visto le prime Trabant, le utilitarie della Germania Est, che erano arrivate fin lì. Su una di esse un cartello ringraziava tutti coloro che avevano espresso il loro interessamento e diceva che non occorreva nulla: si erano finalmente ricongiunti a parenti che non vedevano da moltissimo tempo.

Quel cartello scritto a mano con un pennarello era uno degli innumerevoli segni di una meravigliosa solidarietà collettiva.

Dizionario italglese

La serie “Non interesserà a nessuno ma mi è piaciuto farlo” si è arricchita (si fa per dire) di un nuovo prodotto: il Dizionario italglese dei prestiti e dei “falsi amici”. Non piacerà per niente a chi vorrebbe espellere totalmente la lingua inglese dall’uso (e abuso) che se ne fa in Italia. Io segnalo chiaramente le parole ed espressioni che ritengo inutili e quindi dannose, però ritengo che molti vocaboli siano “prestiti di necessità”. Segnalo anche le storpiature dell’italiano derivanti da cattivi calchi dall’inglese – per esempio, “confidente” per “fiducioso”. Molti abusi denunciano non solo uno scarso rispetto dell’italiano ma anche una conoscenza troppo superficiale dell’inglese.

Ci sono alcune pagine introduttive in cui chiarisco questi concetti e altri punti rilevanti: pregherei di leggerle prima di iniziare la consultazione delle singole voci.

L’indirizzo è http://www.gporcelli.it/Jdi/jhome.htm .

Un insegnante su Facebook

Ho scritto alcune riflessioni da vecchio insegnante a proposito delle mie esperienze su Facebook e dintorni. Avvertenza: se per te le opinioni sono di due tipi: le tue e quelle sbagliate; se sei assolutamente sicuro che si deve dubitare di tutto; se per te “democrazia” significa “egualitarismo” e cioè “la mia ignoranza vale quanto la tua competenza/esperienza/professionalità”; se secondo te chi ti segnala un errore lo fa per offenderti e umiliarti e non per aiutarti… allora per cortesia NON LEGGERLE. Per gli altri: http://www.gporcelli.it/articoli/Un_insegnante_su_FB.pdf

Scrutinare

Parlando delle operazioni post-voto ma soprattutto delle valutazioni scolastiche di fine anno, un articolo sul Corriere della Sera di oggi ricorda che l’etimologia del verbo “scrutinare” rinvia al concetto di “frugare, rovistare.” Questo mi ha riportato alla mente il ricordo, sempre vivido, di quando i miei genitori fecero in modo che potessi andare in seconda elementare a sei anni, dopo un esame di ammissione.

Fu allora che sentii per la prima volta la parola “scrutinio” – un’operazione misteriosa a cui sarei stato sottoposto di lì a pochi giorni. Forse il suono della parola – in particolare la sequenza iniziale [skr] – unito al timore dell’evento in sé, fece sì che quella notte mi apparissero due brutti ceffi con i baffoni e vestiti come i gendarmi di Pinocchio. Uno di loro aveva in mano un punteruolo con cui mi avrebbe “scrutinato” un polpastrello.

Mi svegliai terrorizzato e mia madre mi tranquillizzò. E’ curioso che il primo incubo della mia vita (e uno dei pochissimi, per mia fortuna) mi sia venuto proprio dal mondo della scuola nel quale sarei poi rimasto per sempre.

Avviso ai naviganti

Il 4 maggio 2019 ho riordinato il blog, spostando nella pagina principale alcuni post che avevo messo in altre pagine. Questo ha portato in alto varie cose scritte nel 2013.