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“Perché queste cose non le metti per iscritto?”

Così mi ha detto mia moglie dopo avermi sentito raccontare, per l’ennesima volta, uno degli episodi curiosi che mi sono accaduti nella vita. “Davvero credi che ne valga la pena?”. Ad una sua risposta laconica ma convinta non ho replicato e ho cominciato a riflettere.

Mi sono accorto ben presto che alla base di molti di tali episodi ci sono state parole importanti: profonde o casuali, meditate o spontanee, ma tutte capaci di imprimersi nella mia coscienza. In qualche caso, mi hanno cambiato la vita. Sono emozioni che posso trasmettere ad altri? Non lo so, ci provo.

In principio

A diciott’anni e mezzo avevo superato con buoni voti gli esami del primo anno e lo dissi a uno zio di mia madre, frate cappuccino. Pensavo di fargli piacere, anche perché l’università era la “Cattolica”. Non era un sacerdote ma uno di quei fratelli conversi che un tempo non era raro trovare nei conventi. Mi guardò col suo sguardo tenero e tenendomi per una mano mi disse: “Ricordati, Gianfranco, che l’intelligenza e la buona volontà sono doni del Signore e quando li dà in abbondanza vuole che vengano messi al servizio di tutti.” Un gran bel programma di vita, impegnativo ma degno di essere abbracciato con fede. Ho cercato di farlo mio.

[Febbraio 2013]

Fenomenologia di Facebook

Il fatto

Un membro di un Gruppo sulla lingua italiana chiede, ad esempio, se per parole come “scervellarsi, scentrato” e simili la pronuncia giusta sia con la consonante “sc” di scelta o con il nesso consonantico “s” di sole + “c” di cielo. Nel seguito, le chiamerò pronunce A o B.

Fase 1 – la negazione

“Ma no, non ha senso, nessuno usa la pronuncia A (o B, a seconda dei casi)”. Chiarito, a fatica, che il quesito è corretto perché in Italia circolano entrambe le pronunce, si passa alla

Fase 2 – la scelta irrevocabile

“A (o B) non si può sentire!” “A (o B) è orribile, non può essere giusto” “A (o B) lo dicono a ***, ma che ne sanno quelli di *** di buona pronuncia italiana?” Ognuno difende la forma a cui è abituato e denigra l’altra. Senza giustificazioni o argomentazioni, solo a base di “E’ brutta”, “Non mi piace” o peggio.

Fase 3 – l’autorità

Vista l’inconcludenza del dibattito, c’è sempre qualcuno che ripesca pareri della Crusca, voci della Treccani, e simili. Se però poi il discorso si fa un po’ tecnico, montano le proteste. È difficile far comprendere che parlare di fonologia senza sapere distinguere le consonanti fricative dalle affricate è come voler parlare di calcio senza conoscere la differenza tra centrocampista e centromediano (se il paragone vi pare formulato male, avete capito perché non mi troverete mai a discutere di calcio).

Fase 5 – il ciclo si chiude

Nel frattempo, la discussione si è allungata molto, (quasi) nessuno ha la pazienza di leggere le risposte precedenti e scrive le proprie. simili a quelle delle prime fasi, finché altre discussioni avviate nel frattempo distolgono l’attenzione da questa.

“Write it in your books”

Novembre 1961. Al quarto anno di università abbiamo un nuovo “lettore”, di madrelingua inglese, che pronuncia quella frase. Mi colpisce (la ricordo ancora perfettamente!) e da allora ho bene in mente che in inglese:

  • anche i quaderni sono “libri” (books);
  • si scrive NEL quaderno, non SUL quaderno;
  • si usa il plurale (books) anche dove in italiano si userebbe il singolare con valore distributivo: “scrivetelo sul quaderno (ognuno il suo)” e non “sui quaderni”.**
  • si usa di preferenza il possessivo (your) invece dell’articolo.

Non ricordo assolutamente, invece, quale fosse la cosa importante che lui ci chiese di scrivere – forse la sapevo già.

Proprio perché l’apprendimento è ricco di questi episodi imprevedibili e “creativi”, l’insegnamento è una professione sempre nuova, ricca e affascinante.

**NOTA Ora l’uso di questi plurali sta dilagando anche tra noi. La maestra ci diceva “Mettetevi il cappotto che usciamo” ma ora mi capita di leggere “si misero le giacche solo prima dell’incontro col Presidente”, una frase che subito mi fa pensare che ognuno di giacche se ne sia messa più di una.

Il monolingue è un malato curabile

Anthony Mollica, italo-canadese docente della nostra lingua, da decenni diffonde questo messaggio in tante lingue mediante adesivi, spille e aggeggi vari. Pian piano, il motto “Monolingualism can be cured” si è diffuso parecchio, come ognuno può controllare su Internet.

Frequento un paio di gruppi di Facebook sulla lingua italiana dove il tema in assoluto più discusso riguarda gli eccessi, gli abusi e le storpiature nell’introduzione di vocaboli e locuzioni inglesi (spesso, in finto inglese cioè in modi che non corrispondono agli usi nativi, come nel caso di “smart working”).

Su abusi e storture sono d’accordo e anch’io evito i forestierismi inutili – nel primo paragrafo ero stato tentato di scrivere gadget ma ho preferito “aggeggi”. Mi dispiacciono molto, però, le posizioni oltranziste e decisamente xenofobe contro le lingue straniere, come se dietro non ci fossero culture e patrimoni letterari da cui abbiamo sempre attinto molto e che ci hanno arricchito. Il fatto che a nostra volta abbiamo dato a tutti gli altri almeno altrettanto, e in molti campi anche di più, è verissimo ma non cambia la sostanza del discorso.

L’ignoranza delle lingue e culture straniere è una brutta cosa – come qualsiasi forma di ignoranza – e inoltre si manifesta chiaramente a ogni occasione di contatto, diretto o indiretto, con chi non usa l’italiano. Nascondo con facilità la mia ignoranza in tanti campi (dalla mitologia greca all’astrofisica, dalla ricetta del tiramisù a come si fabbricavano le caramelle col buco) ma quando mi è capitato di dover comunicare in tedesco immediatamente hanno capito che ero straniero e me la cavavo a fatica.

In quei gruppi di Facebook, i buoni bilingui e i poliglotti si riconoscono principalmente per il fatto che scrivono in buon italiano senza forestierismi. Alcuni di coloro che segnalano abusi dell’inglese da parte di radio, TV o giornali a volte incorrono loro stessi nei forestierismi. Ieri ho trovato “funzione social”; qualche giorno fa, un’invettiva terminava con “escamotage” – così, come se nulla fosse.

L’inglese tra noi

Aeroporto della Malpensa, una decina di anni fa.

“Permette?” mi disse una passeggera del mio stesso volo, avvicinandosi con in mano un metro da sarta. Senza attendere risposta, misurò il mio trolley e constatò che effettivamente le misure erano quelle previste per essere portato in cabina.

Il suo glielo avevano fatto mettere in stiva, previo pagamento di un sovrapprezzo sul biglietto “a basso costo”.

E cominciò a inveire per il fatto che sul biglietto tutto era scritto in inglese, anche se il volo era tra due città italiane. Dopo un po’ si fermò per tirare il fiato e mi guardò come per chiedere il mio parere su quanto l’inglese stesse prevaricando sulla nostra lingua.

“Io spero di non dover imparare anche il cinese” fu la mia risposta; e il dialogo finì lì.

I Giuseppi (2)

Il primo articolo è qui: I Giuseppi.

Tra le parole inglesi che terminano in e pronunciata [i] c’è anche Chile, il Cile. La troviamo in un noto limerick:

There was a young girl, pretty Billie,

who behaved remarkably silly:

at an All-Nations Ball

she wore nothing at all

but swore that her costume was Chile.

Il gioco di parole si basa sull’omofonia con chilly, gelido.

Per ottenere un suono finale simile alla nostra [e] alcuni anglofoni – in particolare negli USA – si servono della lettera a, come in lasagna. Ora questa forma al singolare si sta diffondendo anche da noi, come “il pantalone” e simili – ma è un altro discorso. Mi ha colpito anni fa trovare lasagnaed per descrivere una grande scultura in cui strati di cemento si alternano a strati di automobili demolite e schiacciate, che erano descritte come “lasagnate” nel cemento.

P.S. Alle parole in -e /-i/ citate in questi articoli (Giuseppe, salame, recipe, adobe, Chile) possiamo aggiungere molti nomi “classici” tra cui Nike, Aphrodite, Salome, Psyche, ecc. Per segnalare che la e finale non è muta in passato si sono usati dei segni diacritici: nell’800 la dieresi (vedi le sorelle  Brontë), in epoche precedenti anche l’accento acuto.

Linguista a chi?

Non è raro che tra i frequentatori dei Gruppi di Facebook a cui ho accennato più volte qualcuno se la prenda con “i linguisti” per i motivi più diversi: perché troppo rigorosi e tradizionalisti oppure perché troppo lassisti e innovatori. Il più delle volte, questo avviene solo perché alcune affermazioni errate e a volte cervellotiche di persone poco competenti trovano smentite autorevoli e dettagliate nei siti più accreditati: i campioni del “secondo me” non gradiscono quando qualcuno glieli segnala.

L’impressione generale è che certe invettive – in particolare le più maleducate e irritanti – provengano da persone che non hanno per nulla un’idea di che cosa sia davvero la Linguistica e di quali siano le discipline che vi afferiscono: Linguistica Generale, Linguistica educativa, Sociolinguistica, Psicolinguistica e via elencando.

In ogni caso, basterebbe la lettura di alcuni testi di base per rendersi conto che parlare genericamente di “linguisti” senza riferimenti agli ambiti di studio, alle “scuole” di pensiero, e così via è un’inaccettabile ipersemplificazione di una realtà che nell’arco degli ultimi 150 anni ha registrato sviluppi notevoli.

Con i miei limiti (che conosco meglio di chiunque altro e di cui non faccio mistero), rientro anch’io nella categoria dei linguisti e certe insolenze generiche e gratuite mi danno fastidio.

Miserabili (2)

L’antefatto è spiegato nell’altro articolo con lo stesso titolo.

Sul piano professionale, una delle cose di cui sono particolarmente contento è di avere collaborato sin dagli inizi (inizi difficili, molto complicati) al Progetto Erasmus. Gli ho dedicato parecchi weekend, in parte a Milano accogliendo i colleghi delle università consociate, in parte recandomi io nelle sedi che di volta in volta ospitavano le riunioni. Molto lavoro, molto poco turismo anche se qualcosa sono riuscito a visitare nei ritagli di tempo. Tante difficoltà per armonizzare i diversi sistemi, appianare le reciproche diffidenze, trovare soluzioni ingegnose per soddisfare le legittime richieste dei partner conciliandole con le nostre esigenze.

Per dare un esempio: la mia università (facoltà di Lingue, sedi di Milano e Brescia) ha potuto collaborare con un’università inglese perché un certo numero di studenti bresciani andavano a Ripon (Yorkshire) a seguire corsi di area linguistica mentre i loro studenti della sede di York venivano a Milano per studiare discipline teatrali.

Agli inizi, noi avevamo ancora solo le annualità e invece gli scambi prevedevano i semestri. Si è anche costruito pian piano il sistema dei crediti formativi, da noi all’epoca pressoché sconosciuti.

In retrospettiva, sono orgoglioso di questo lavoro anche se non posso dimenticare che in Spagna, a Parigi e altrove ci sono stati gravi episodi che hanno avuto tra le vittime anche studentesse e studenti Erasmus italiani. Però è nata una generazione di Europei, provenienti da nazioni che fino a non molto tempo addietro erano state in guerra l’una contro l’altra.

Questo, secondo quell’esperantista accanito di cui vi parlavo nel precedente articolo, farebbe di me una persona ancor più miserabile. E chissà, forse ha ragione: se uno ha il privilegio di fare l’università a Enna, perché mai dovrebbe desiderare di passare un semestre a Madrid o Liverpool o Angers o Stoccarda o… invece di starsene lì?

Miserabili

Un Povero Illuso Riformatore di Lingue Artificiali (che da buon milanese io chiamo col suo acronimo) su una delle reti sociali ha chiamato “miserabili” tante persone ma soprattutto i genitori che spingono i figli a imparare le lingue straniere e una in particolare, il nemico numero uno, cioè l’inglese.

Giunto nell’ottantesimo anno di vita, con la consapevolezza costante che potrebbe essere l’ultimo a prescindere da questo o quel virus, mi succede abbastanza spesso di tentare un bilancio della mia vita. E non tanto per quanto riguarda studi e lavoro, dove le cose mi sono andate fin troppo bene anche per una serie di fortunate coincidenze, ma per quanto riguarda la mia famiglia. Che figlio sono stato? Che marito, padre, suocero e nonno sono stato e sono? Trovo luci e ombre, certezze e dubbi che sarebbe troppo lungo e difficile raccontare – anche ammettendo che a qualcuno possano interessare.

Di una cosa però sono decisamente soddisfatto e cioè di essere riuscito, col determinante apporto di mia moglie, a far amare la lingua inglese alle nostre figlie. Ora una di esse la insegna in una scuola media: desiderava farlo già da giovanissima, quando ha scelto il Liceo linguistico. Le altre se ne servono per il lavoro, l’informazione e le letture – non necessariamente Shakespeare ma piuttosto C. S. Lewis (Narnia) e Schulz (Linus, Charlie Brown & co.).

Molti contatti con persone delle nazionalità più disparate li hanno avuti già in casa: mi piaceva invitare i colleghi che venivano a Milano per il Progetto Erasmus o altri stranieri, conosciuti per qualunque motivo. Il resto l’hanno fatto i loro viaggi all’estero, e in particolare in Irlanda.

No, non sono io il miserabile, è lui il P.I.R.L.A.

P.S. Io l’ho bloccato e quindi non posso vedere quello che fa ma amici mi dicono che il “post” sui Miserabili è stato tolto. Evidentemente non ho protestato solo io. E meglio così, naturalmente.

I Giuseppi

Adesso che, a quanto pare, un altro Giuseppe (Joseph detto Joe) sta per diventare Capo di Governo – e dello Stato, nel suo paese – voglio tornare sulla pronuncia trumpiana “giuseppi”.

Le parole inglesi polisillabiche in cui la e finale si pronuncia sono poche e quasi tutte di origine straniera, come l’italiano salame, lo spagnolo adobe (un materiale per costruzione tipico del New Mexico e gli edifici costruiti con esso), il latino recipe (ricetta di cucina) e gli Apache, il gruppo etnico nordamericano. In tutte, la e finale si pronuncia abitualmente come /i/.

Da noi è circolata per tanto tempo (e in alcuni sopravvive) la pronuncia “alla francese” di Apache (apàsc), usata anche per il cognome di Don Ameche (1908-1993), attore brillante americano. Al “Musichiere”, programma Rai ancora in bianco e nero, spiegò che il suo vero cognome era Amici e aveva scelto quel nome d’arte proprio perché lo pronunciassero “all’italiana”. Quindi negli USA e altrove era /amici/ mentre proprio da noi era “amèsc”!

P.S. Il seguito di questo articolo è qui: https://deiporcellinonsibuttaniente.wordpress.com/2020/12/18/i-giuseppi-2/

Come eravamo… e come ero io.

Nata come passatempo narcisistico durante il lockdown, la riscrittura della mia tesi di laurea in formato elettronico si è rivelata un’operazione meno banale di quanto pensassi. Nelle 230 cartelle dell’originale cartaceo ho riscoperto una documentazione approfondita e puntuale dello stato degli studi fonologici sulla lingua inglese alla fine degli anni ’50. “Approfondita e puntuale” non me lo dico da me ma è come l’hanno giudicata coloro che a suo tempo (1962-63) l’hanno seguita e poi valutata, ritenendola degna della lode.

Per questo l’ho messa a disposizione di chi volesse darle un’occhiata, nell’ambito di quegli studi di linguistica e glottodidattica in prospettiva storica a cui si dedicano ora un certo numero di studiosi. Grande assertore dell’importanza di una prospettiva storica è stato uno dei miei Maestri, che qui mi piace ricordare: il prof. Renzo Titone (1925-2013).

La versione attuale è, per scelta, il più possibile aderente all’originale, con tutti i limiti e problemi descritti nella Premessa all’edizione 2020 e in alcune note finali aggiunte per l’occasione. Se la salute e la voglia reggeranno, vi potrà essere una nuova edizione con tutte le revisioni del caso. Devo decidere se sarà ancora in italiano oppure – come avrei preferito già 60 anni fa, in inglese.

Il pdf è liberamente consultabile e scaricabile senza alcuna profilazione o altro. Il link è http://www.gporcelli.it/libri/TesiGP63.pdf.

Oltre alla riscoperta del “come eravamo” c’è stata una riscoperta di come ero io: già terribilmente pignolo e prolisso – più di quanto non lo fossi in seguito, col passare degli anni e col maturare dell’esperienza come autore. Soprattutto, mi sentivo già insegnante fino al midollo anche se la tesi l’avevo quasi pronta prima ancora di fare le primissime esperienze – che non furono come prof di inglese ma come maestro elementare. Peraltro, nell’estate del 1961, fra il terzo e il quarto anno di università, uno dei due mesi trascorsi a Londra lo passai frequentando un “Course for Teachers” a cui ero stato ammesso anche senza laurea – per fortuna gli inglesi erano (e forse sono tuttora) meno legati di noi all’idea del “pezzo di carta”.