Il corpo parla – così mi disse…

Una ventina di giorni dopo l’incidente, svegliandomi da un pisolino ho avvertito una sensazione nuova, come se il mio organismo mi dicesse: “stai guarendo.” Sensazione piacevole, ma razionalmente sapevo che solo le radiografie potevano confermarmi che omero e tibia stavano andando a posto.

Ne ho parlato con mia figlia Chiara, psicologa e counsellor di psicosomatica integrata, e la sua risposta lapidaria è stata: “il corpo parla.”

Dopo altri dieci giorni, la visita di controllo mi ha dato piena conferma: sto guarendo e non ho più bisogno di gesso e tutore.

Una frase che avevo sempre catalogato tra quelle assai dubbie ora mi convince. Il corpo parla. A me è successo.

Coerenza

Ecologia, ambientalismo, biodiversità… Concetti saliti all’attenzione generale (mai abbastanza, peraltro) nella seconda metà del secolo scorso. Si invoca il rispetto assoluto della natura – ma con una “piccola” eccezione: quando si tratta della sessualità e della procreazione umana allora si devono accettare tutti gli artifici, le manipolazioni (mutilazioni comprese), gli interventi possibili e anche quelli solo immaginabili. Il massimo dell’incoerenza mi sembra di riscontrarlo in coloro che strillano se in un allevamento i cuccioli sono allontanati dalle madri ma poi sono favorevoli all’utero in affitto.

Recentemente ho letto “Tra biologia e filosofia, per me prevale la filosofia.” Cioè: se le indagini scientifiche ci dicono, ad esempio, che siamo tutti figli biologici di un maschio e di una femmina ma questo va contro le mie pensate, tanto peggio per la scienza. Posizioni del genere rendono impossibile qualsiasi dialogo con un minimo di oggettività.

La lingua italiana è cattolica – così dicono…

Qualche tempo fa, uno scrittore inglese (che ha scelto di vivere in Italia e nonostante ciò nei suoi primi libri ha detto ogni male di noi) lamentava che avvertiva “qualcosa di cattolico” nella traduzione italiana di un suo lavoro. Gli ho scritto: su una serie di questioni sulla traduzione letteraria ci siamo chiariti e trovati d’accordo, ma alla mia domanda se considerasse l’inglese una lingua protestante non ha risposto.

Più recentemente, in un gruppo di Facebook a cui ho aderito perché in genere è molto interessante, ho letto: “La scrittura italiana è un po’ come il cattolicesimo. Perché accontentarsi di un santo quando se ne possono avere cinquemila? Perché usare la fredda pietra quando esiste il mosaico dorato? Perché avere un Dio solo quando se ne può avere uno trino?

Se il confronto è tra una lingua inglese “protestante” e una lingua italiana “cattolica”, parecchie cose non quadrano. Le Trinity Church e i Trinity College sono più frequenti nei paesi di lingua inglese che da noi – così come il rilievo dato alla Pentecoste in Gran Bretagna, Germania, ecc. Di santi è pieno il Regno Unito, che ne ha messi tre anche sulla bandiera (le croci di S. Giorgio, S. Andrea e S. Patrizio), ha dedicato a San Paolo la cattedrale nella City, ecc. I mosaici dorati sono più tipici del cristianesimo orientale, ortodosso-bizantino – la cui influenza si ritrova soprattutto in luoghi particolari come Venezia e Ravenna.

Che gli italiani siano spesso molto meno concisi degli inglesi nel parlare e nello scrivere è un dato di fatto. Tirare in ballo la religione mi sembra fuori luogo, non degno di persone colte.

La lingua straniera come puzzle

Tra le parecchie cose che facevo mentre frequentavo l’università (in parte per avere qualche liretta in più per me e in parte per fare esperienze utili),  ce n’era una che mi faceva trovare dall’altra parte della città dopo le 22.30, due o tre volte la settimana. Per tornare a casa impiegavo 35 o 40 minuti su un tram semivuoto: potevo quindi sedermi tranquillo a leggere. Mi portavo un libro inglese scelto in base ai teleromanzi a puntate già trasmessi alla TV (all’epoca, c’era solo la Rai, con due canali in bianco e nero): Jane Eyre, Tom Jones, The Vicar of Wakefield… Di questi romanzi, quindi, conoscevo già la trama e i personaggi principali, sia pure a grandi linee.

Non avevo con me il dizionario – avrei dovuto portarmi il volumone in giro tutto il giorno – e se trovavo una parola sconosciuta, semplicemente continuavo a leggere. Il più delle volte la parola la ritrovavo poco oltre e il contesto mi faceva capire esattamente che cosa significasse. Nei pochi casi in cui non succedeva, segnavo la parola a matita sul libro e me la andavo a cercare poi sul dizionario. In questo modo ho appreso non solo quelle parole ma il loro effettivo uso.

Parecchi anni più tardi, studiando psicolinguistica e glottodidattica, ho trovato la conferma che “non lasciarsi bloccare da parole sconosciute è essenziale per fare progressi nell’imparare una lingua.” Vale anche per la comprensione del parlato, non solo dello scritto.

Avrei preferito avere qualcuno che potesse suggerirmi quali libri leggere prima e quali dopo, in base alla complessità della scrittura, ma anche così la cosa ha funzionato. I pezzi del puzzle vanno a posto poco a poco.

Inglese: un affare di famiglia

Questo articolo ha origine da una discussione in un Gruppo di Facebook sulla lingua inglese. Un certo numero di persone scrivono per sapere a che età sia meglio (ammesso che sia bene) cominciare a insegnare una lingua ai bambini piccoli. Rispondendo, ho sintetizzato i dati delle ricerche psicolinguistiche ma una volta ho anche ho accennato al fatto che ci è riuscito di trasmettere l’amore per l’inglese alle nostre tre figlie. Di qui la richiesta di fornire qualche informazione in più. Ripeto qui quello che ho scritto.

Due figlie si servono dell’inglese sia nella loro professione sia per le loro letture di testi di narrativa varia, mentre una, inoltre, è diventata anche lei insegnante d’inglese: a 14 anni aveva già deciso che avrebbe fatto il lavoro dei genitori. Infatti anche mia moglie è stata insegnante di inglese e proprio questo ci ha fatto conoscere: entrambi eravamo in un gruppo di 10 borsisti Fulbright italiani che nel remoto 1969 hanno trascorso i tre mesi estivi negli USA.

Quando è nata la prima figlia, Elena, ci è venuto spontaneo usare l’inglese per comunicarci cose che non era bene che lei sapesse. A un certo punto – c’era già la seconda figlia, Silvia – ci siamo accorti che cominciava a cogliere alcune parole e quindi a capire almeno il senso generale della conversazione. Allora è cambiata la strategia: le cose “da grandi” ce le dicevamo quando loro non c’erano e in inglese parlavamo di quello che avremmo fatto nel weekend e di altre cose che a loro interessavano direttamente, ma che fingevamo di voler tenere segrete per fare una sorpresa al momento buono. La loro attenzione era quindi al massimo ed Elena aveva la soddisfazione di spiegare alla sorella (alle sorelle, quando c’è stata anche Chiara) quello che aveva capito.

Nel frattempo abbiamo fatto quello che qualsiasi buon genitore fa per appassionare i figli alla lettura: racconto di favole, regalo di libri adatti, ecc. Presto hanno scoperto che alcuni libri divertenti erano in inglese: nel trimestre americano avevamo fatto una buona scorta di libretti dei Peanuts, adeguata a trascorrere le lunghissime ore su treni e Greyhound, tra Chicago e Los Angeles e ritorno. Le “bedtime stories” a un certo punto sono state anche in inglese – quella dei tre orsi, ad esempio: io mi divertivo a fare il vocione dell’orso grande e grosso, poi la voce normale dell’orso medio e infine la vocina dell’orso piccino e loro si divertivano ad ascoltarmi. Naturalmente la storia la sapevano già

Era anche l’epoca in cui per varie vicende avevamo abbastanza spesso a cena da noi ospiti stranieri; anche quando le bimbe non capivano i nostri discorsi, era chiaro che l’inglese non è una cosa che sta solo sui libri di scuola ma è una realtà viva.

Il ricordo più bello è quello di Silvia distesa prona sul divano con a fianco Chiara e davanti a loro The Lion, the Witch and the Wardrobe. Silvia, che allora aveva 11 o 12 anni, raccontava a Chiara (7-8 anni) la storia in italiano, però indicandole col dito le corrispondenti parole e frasi inglesi. A quel punto era fatta: era passato il discorso che l’inglese serve per avere più occasioni di divertirsi e di conoscere cose belle. Quando poi hanno cominciato a fare vacanze-studio in Inghilterra e Irlanda, il loro livello di padronanza della lingua consentiva loro di non ridursi a parlare in italiano con gli altri del gruppo. E naturalmente anche dalle lezioni a scuola potevano trarre maggiore profitto.

Tutto qui. Abbiamo approfittato di una situazione per molti aspetti privilegiata e abbiamo avuto la conferma di quanto studi e ricerche affermano: per far innamorare di un’altra lingua i bambini non è mai troppo presto. Per amarla, però, deve trattarsi di un’esperienza piacevole e positiva.

Silly Christians?

Un ignoto sapientone ha creato l’immagine qui sotto, che alcuni non ignoti sapientoni di casa nostra diffondono periodicamente su Facebook per togliersi il gusto di insultare i cristiani.
Il sapientone pensa forse che non sappiamo che “prima c’erano i pagani”? Questo è l’anno 2016 dell’era cristiana (ma forse lui non ci pensa, quando scrive la data) e sappiamo benissimo che gli anni avanti Cristo sono moltissimi di più.
Il sapientone pensa forse che quello che vale per la sola lingua inglese (una delle circa 3000 lingue parlate nel mondo) valga anche per tutte le altre? Se in Italia, dopo quasi due millenni di cristianesimo, diciamo ancora lunedì, martedì, ecc. non significa forse che non ce ne frega niente che in quei giorni siano rimasti i ricordi degli astri o degli dei? A noi basta ricordare il Sabato ebraico e soprattutto la Domenica (dies dominica, cioè giorno del Signore). In altre lingue i ricordi pagani nei nomi dei giorni sono spariti del tutto: ad esempio in russo, nel greco moderno e in portoghese, che è la lingua più diffusa nell’emisfero australe.
La Pasqua prende il nome dall’est solo in inglese, tedesco e poche altre lingue – non in italiano né in moltissime altre.

La data ipotetica della Natività è prossima a quella di una festa pagana. E allora? In qualsiasi altro momento dell’anno sarebbe stata coincidente o vicina rispetto a qualcuna delle innumerevoli tradizioni antiche – o a qualche solstizio, equinozio… Alcune chiese cristiane orientali festeggiano Natale il 6 gennaio (e non cambia assolutamente nulla di sostanziale).
Nessuna di queste cose fa parte del Credo cristiano. Irrilevanza totale.
O si vuole affermare che siccome il paganesimo è venuto prima, è anche superiore? Non credo, non avrebbe senso. Come, beninteso, non avrebbe senso il contrario.

silly

P.S. Se anche per te il giorno in cui pubblico questo articolo è il 31 ottobre, allora tu stai usando un calendario che prende il nome dal papa che l’ha adottato. Non per questo ti dirò mai “sciocco pagano!”

Breve autobiografia linguistica

Alcuni membri di un gruppo di Facebook che seguo mi hanno chiesto come sia nata e cresciuta la mia passione per le lingue. Ho recuperato alcune cose che avevo detto durante un convegno (ANILS, Sanremo, maggio 2005) e le riporto qui sotto.
“[…] non sarei da questa parte del tavolo se non avessi avuto una serie di fortune. In ordine cronologico, la prima è stata quella di crescere bilingue, in una famiglia in cui si è sempre parlato un buon italiano ma con un nonno con il quale potevo comunicare solo in milanese. Essere col mio nonno materno era sempre una gioia e l’esperienza di bilinguismo era quindi un’esperienza lieta e gratificante. In questa sede non occorre che chiarisca che i dialetti sono lingue e che il buon vecchio dialetto milanese, quello autentico destinato a scomparire con la mia generazione, era altrettanto diverso dall’italiano quanto lo è il francese.
Proprio il francese fu la prima lingua straniera in senso stretto con cui venni in contatto. Mia madre lavorava nel campo della moda e quando io avevo 6 o 7 anni, cioè poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, cominciò a recarsi a Parigi due volte all’anno per le sfilate. Ogni anno mi portava in dono una scatola di Meccano che mi consentiva l’avanzamento di un livello — anche perché il Meccano francese era molto più bello, nei colori e nelle rifiniture, di quello inglese venduto in Italia. Le istruzioni erano in francese e così feci le mie prime esperienze di CLIL, cioè di apprendimento di un’altra lingua integrato nei contenuti. Tuttora sono francofono per quanto riguarda questi aspetti: di molti pezzi del gioco conosco il nome francese ma non ho mai saputo quello italiano.
La cosa era resa possibile da un supporto multimodale, ossia il fascicolo per le istruzioni che presentava sia una serie di modelli che si potevano costruire con i pezzi disponibili, sia il catalogo illustrato dei singoli pezzi. La sinergia tra testo e immagine, lo sappiamo, è uno dei fondamenti dell’apprendimento delle lingue straniere per scopi speciali — e costruire le gru col Meccano è uno scopo speciale. Come complemento, mia madre mi aveva insegnato i rudimenti della conversazione francese — le solite cose: i saluti, i numeri, le frasi utili al turista, ecc.
Ancora una volta quindi l’incontro con un’altra lingua avvenne in una dimensione felice, ludica e familiare assieme. Questo mi rese facile affrontare dopo parecchi anni lo studio del francese all’università — anche se nulla sarebbe mai riuscito a farmi piacere Victor Hugo, il tipo di poeta-vate che meno corrisponde alla mia sensibilità. La pretesa che tutti gli autori debbano essere amati da tutti gli studenti è una delle strane nozioni che certi insegnanti portano con sé […].
Quando ero studente io, si iniziava a studiare la lingua straniera in seconda media, cioè, tra l’altro, dopo un anno di latino. E fu all’inizio della seconda media che scoprii di essere nella sezione di spagnolo, probabilmente l’unica di Milano. Dopo un attimo di sconcerto la cosa divenne un dato di fatto accettato tranquillamente e fu allora che iniziai lo studio sistematico di una lingua estera che tuttora è l’unica che oso adoperare parlando in pubblico, oltre all’inglese. Anche lo spagnolo, come il francese, venne poi ripreso come esame biennale all’università.
Un’altra grande fortuna fu che i miei genitori scelsero per me alle superiori (e parlo di più di 60 anni fa!) una lingua che allora era ampiamente minoritaria come numero di classi ma che prometteva bene, cioè l’inglese. Il mio primo voto di inglese scritto in pagella fu un quattro, ma del resto anche qualche mio compagno che era al terzo anno di inglese ce l’aveva, e comunque poi ho recuperato. Io poi scelsi l’inglese come lingua quadriennale all’università e da allora questa lingua ha un ruolo importante nella mia professione. […] questa esperienza può indicare che si può riuscire passabilmente bene a imparare una lingua straniera dopo l’età della pubertà purché esista già un certo grado di familiarità con altre lingue diverse dalla materna.
Tutte storie positive, allora? No, l’anno di tedesco all’università, con un testo di grammatica ancora con i caratteri gotici e con autori di letteratura che non mi piacevano, non mi diede quasi nulla. Quel tanto (che come si sa vuol dire “quel poco”) di tedesco che mi consente di comunicare in modo elementare come turista nei paesi germanofoni e di comprendere abbastanza bene i testi scritti, l’ho imparato quando il prof. Freddi volle che entrassi a far parte del suo Seminario permanente per la promozione del bilinguismo, istituito a Bolzano nella seconda metà degli anni ’70 per rispondere alle esigenze derivanti dall’applicazione degli accordi DeGasperi-Grüber. Le insegne bilingui nelle città altoatesine e più in generale la compresenza dei due gruppi etnici mi hanno consentito l’acquisizione di un bagaglio utile, funzionale alle comunicazioni in cui ero impegnato. […]”