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“Perché queste cose non le metti per iscritto?”

Così mi ha detto mia moglie dopo avermi sentito raccontare, per l’ennesima volta, uno degli episodi curiosi che mi sono accaduti nella vita. “Davvero credi che ne valga la pena?”. Ad una sua risposta laconica ma convinta non ho replicato e ho cominciato a riflettere.

Mi sono accorto ben presto che alla base di molti di tali episodi ci sono state parole importanti: profonde o casuali, meditate o spontanee, ma tutte capaci di imprimersi nella mia coscienza. In qualche caso, mi hanno cambiato la vita. Sono emozioni che posso trasmettere ad altri? Non lo so, ci provo.

In principio

A diciott’anni e mezzo avevo superato con buoni voti gli esami del primo anno e lo dissi a uno zio di mia madre, frate cappuccino. Pensavo di fargli piacere, anche perché l’università era la “Cattolica”. Non era un sacerdote ma uno di quei fratelli conversi che un tempo non era raro trovare nei conventi. Mi guardò col suo sguardo tenero e tenendomi per una mano mi disse: “Ricordati, Gianfranco, che l’intelligenza e la buona volontà sono doni del Signore e quando li dà in abbondanza vuole che vengano messi al servizio di tutti.” Un gran bel programma di vita, impegnativo ma degno di essere abbracciato con fede. Ho cercato di farlo mio.

[Febbraio 2013]

Minima Linguistica alias Linguistica in pillole

Da qualche tempo su Facebook seguo quasi esclusivamente gruppi che si occupano di lingua (in particolare, italiano e inglese) e di comunicazione. Tra coloro che promuovono le conversazioni, o vi partecipano con assiduità, ci sono persone altamente qualificate – non necessariamente docenti o ricercatori universitari.

Molti, al contrario, sono appassionati cultori della materia ma privi di ogni base per quanto riguarda la Linguistica. Non mi riferisco tanto alla terminologia quanto proprio ai concetti fondamentali. A questi cultori dedico alcune “pillole” orientative con l’intento di smontare almeno i preconcetti più diffusi e più capaci di confondere le idee.

Il punto di partenza è la lingua italiana, così come viene insegnata solitamente nelle scuole e presentata nei libri di testo di base. A scuola si imparano soprattutto “regole”: spesso sono ineccepibili ma a volte devono essere ampliate, rivedute e corrette nel momento in cui si procede da un livello elementare di analisi a un livello più accurato e approfondito.

L’intento è di farlo con la massima semplicità e chiarezza di linguaggio. Sarò grato a chi mi segnalerà eventuali mancanze in tal senso. Gli specialisti mi perdoneranno se in qualche caso il mancato uso di termini tecnici comportasse qualche imprecisione – almeno temporanea, mentre mi accingo ai chiarimenti opportuni.

I primi argomenti, non necessariamente nell’ordine, saranno:

  • Linguistica descrittiva, prescrittiva e “regole”
  • Alfabeto, pronuncia e fonologia
  • Fenomeni evolutivi nelle lingue
  • Vocaboli e concetti (semantica minima – introduzione)

Man mano che le schede relative saranno redatte, le righe qui sopra saranno cambiate in link alle pagine in questione.

Milano, agosto 2020

Fra Romolo da Bascapè

A diciotto anni e mezzo avevo superato con buoni voti gli esami del primo anno e lo dissi a uno zio di mia madre, frate cappuccino. Pensavo di fargli piacere, anche perché l’università era la “Cattolica”. Non era un sacerdote ma uno di quei fratelli conversi che un tempo non era raro trovare nei conventi. Mi guardò col suo sguardo tenero e tenendomi per una mano mi disse: “Ricordati, Gianfranco, che l’intelligenza e la buona volontà sono doni del Signore e quando li dà in abbondanza vuole che vengano messi al servizio di tutti.” Un gran bel programma di vita, impegnativo ma degno di essere abbracciato con fede. Ho cercato di farlo mio.

Letture baresi

Nel periodo di quattro anni in cui andavo quasi settimanalmente a Bari, ho acquistato il quotidiano locale, la “Gazzetta del Mezzogiorno” solo due volte, per sapere dove fosse il cinema in cui proiettavano il film che mi interessava vedere. Dando un’occhiata al giornale nell’intervallo del film, entrambe le volte ho trovato editoriali del direttore, Giuseppe Giacovazzo, che mi hanno colpito, tanto che li ricordo benissimo.

Il primo era pieno d’orgoglio e trionfalismo perché mentre la Fiera di Milano chiudeva i battenti, la Fiera del Levante avrebbe mantenuto il suo solito calendario annuale – ed era previsto un aumento degli espositori. In realtà a “morire” era solo la vecchia Fiera di Aprile: alcune tra le mostre principali come il Salone del Mobile, quello delle macchine utensili (e, poi, dell’automazione), quello delle macchine e attrezzature per ufficio (“esploso” col boom dell’informatica), la mostra del ciclo e motociclo, e varie altre, avevano tutte ormai dato luogo a grandi manifestazioni autonome in altri periodi dell’anno. Nei giorni “storici” (12-25 aprile) erano rimaste solo poche esposizioni secondarie, che non giustificavano il mantenimento della tradizione. La Fiera di Milano era più viva che mai e di fatto era attiva da settembre a giugno.

Le elezioni europee del 1989 videro la Lega Nord presentare liste in tutte le circoscrizioni, compresi il Sud e le isole. Giacovazzo stigmatizzò il fatto che un candidato leghista andasse in giro per la Lombardia facendo comizi di 20 secondi: “In questa provincia, la percentuale di invalidi civili è x, in provincia di Avellino (o Catanzaro, o quel che era) la percentuale è y. Votate Lega.” Si trattava certamente di un modo alquanto becero di fare propaganda politica – Salvini avrà ben imparato da qualcuno! – ma mi sarei anche aspettato qualche commento sul fatto che le cifre erano esatte e che y era di parecchie volte maggiore di x, spesso anche di un ordine di grandezza. Ci sarebbero voluti ancora vari anni perché il fenomeno dei falsi invalidi venisse combattuto seriamente e, almeno in parte, ridimensionato.

Frugalità scolastica

Pupil: “Excuse me, what does ‘frugal’ mean?”

Teacher: “To be frugal means ‘to save’. Now make a sentence with ‘frugal’.”

P. : “The Princess was a prisoner in a tower. When she saw a knight pass by on his horse, she shouted: ‘Frugal me! Frugal me!’ He frugalled her and they lived happily together ever since.” ( Honi soit qui mal y pense).

La storia venne raccontata nel 1968 da Mary Finocchiaro (1913-1996), glottodidatta e formatrice, per decenni General manager di TESOL-Italy, durante un corso di formazione a Venezia, per illustrare come NON si insegnano i vocaboli.

A proposito di “logica”

Parlando di alcuni aspetti dell’organizzazione, il direttore del primo corso che ho frequentato all’estero (Londra, luglio 1961) disse che per criticare qualcosa, i francesi dicono “C’est pas logique” mentre gli inglesi dicono “It doesn’t work.” A modo suo, era una sintesi della differenza tra razionalismo e pragmatismo. Dovevamo aspettarci qualcosa che magari non pareva del tutto “logico”, però funzionava.

L’ho raccontato a un francesista scozzese (ed ex-pilota della RAF che spesso andava in giro col proprio aeroplanino) e lui mi ha raccontato di quella volta in cui, arrivato in un aeroporto francese, ha chiesto se dovesse pagare le tasse aeroportuali una tantum oppure per ogni atterraggio e decollo. Alla risposta “buona la seconda”, il suo amico francese ha protestato: “Mais c’est pas logique!”. In realtà è del tutto “logico” che si paghi un servizio ogni volta che se ne fa uso e quella reazione significava piuttosto “non sono d’accordo.”

Mi sono ricordato di questi episodi perché in alcuni Gruppi di Facebook a cui partecipo si parla spesso di “logica” e soprattutto di quanto lo studio del Latino e del Greco antico aiuti a svilupparla. Anche lì, però, non appena si approfondisce la questione emerge che per “logica” si intendono cose diverse. La considero una di quelle parole che, come “ragionevole” e “buonsenso”, si usano per sostenere le proprie idee: “E’ logico” spesso significa solo “Io la penso e la vedo così.”

Perché non LA collega?

Non sono sicuro che funzioni ancora così, ma negli anni ’70 il collegio dei professori all’inizio dell’anno scolastico eleggeva quattro collaboratori del Preside, il quale a sua volta sceglieva uno dei quattro come suo Vice. Un anno avvenne che a me venne richiesto di ricandidarmi (ero già stato vicepreside lì e altrove anche se avevo meno di 40 anni) e poi le colleghe si misero alla ricerca di altri uomini da votare. Però… “X e Y sono troppo coinvolti col Movimento studentesco e ogni genere di protesta, anche violenta, Z e T si fanno i fatti loro come avvocato e commercialista e qui sono assenteisti…” e via lamentando.

Io intervenni chiedendo: “Ma perché devono essere uomini e non donne?”

“Le donne hanno famiglia, i figli, la casa…”

“No: per esempio A., la collega più esperta che abbiamo perché ha diretto un’agenzia di viaggi, per quanto ne sappiamo è single e libera come l’aria; F., K., L. e altre sono attive nei rispettivi sindacati e movimenti e mi danno l’idea di saper gestire benissimo casa e lavoro.” In breve, ho dato una serie di nomi di colleghe secondo me valide, pescandole tra i diversi schieramenti perché non fosse una scelta di parte. Venne chiesto loro di candidarsi e tre di loro furono elette assieme a me.

L’onda lunga della storica subalternità della donna in quegli anni prendeva la forma del non volere un’altra donna al di sopra di sé: meglio un uomo così così che una donna di cui si dovevano riconoscere alti livelli di professionalità.

Ci volle un po’ di tempo perché le donne imparassero a sostenersi a vicenda e a non essere nemiche del loro genere.

Generi grammaticali e nuore grammaticali

Avvertenza: Questo articolo contiene linguaggio “politically Scorrect”, che a qualcun potrebbe dare fastidio.

Non spiegatemi che “generi” nel titolo è il plurale di “genere” e non di “genero”: siete maschilisti e sessisti alla ricerca di facili giustificazioni. Se si parla di generi si deve parlare anche di nuore – è la par condicio, gente! Le quote rosa! Non ditemi che “qualcun” nell’avvertenza è sbagliato: no, è solo gender-free (qualunque cosa questo significhi).

Ogni tanto – in realtà, ogni poco – alcuni “gruppi sociali” su Internet vengono inondati da dispute interminabili sul sessismo nella lingua, sulla necessità di evitarlo e sui modi in cui ciò si può fare in italiano. Sulle soluzioni ci sono proposte inconciliabili, propugnate da alcuni (vabbè, d’ora in avanti uso il maschile ma vi avevo avvisati) e fieramente avversate da altri; le discussioni sono interminabili perché sono inconcludenti.

Prima di procedere: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli…” Costituzione della Repubblica Italiana, art. 3. Ho solo evidenziato alcune parole, non ritengo necessario aggiungere altro a un testo così autorevole.

O meglio, non aggiungo altro per quanto riguarda la difesa di chi viene discriminato in base al genere biologico o all’orientamento sessuale: è un dovere di tutti, senza distinzioni o eccezioni di alcun tipo. Osservo però che anche il testo della Costituzione parla di “cittadini” intendendo tutti e tutte. E ci vorranno più di venti anni (1948-1969) perché vengano aboliti gli articoli del Codice Penale che punivano la moglie per adulterio – mentre per il marito occorreva che si configurasse il concubinato. Il diritto romano prevedeva la pena di morte per l’adultera, anche alla periferia dell’Impero, tant’è che Gesù dovette intervenire per impedire una lapidazione con la frase “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra.” (Gv 8,3).

La prevaricazione dell’uomo sulla donna ha quindi una lunghissima storia alle spalle, contro la quale le reazioni sono state ampie e fattive solo in epoca piuttosto recente – e in varie parti del mondo non se ne parla proprio, se non si vuole rischiare la galera. Non è la sola discriminazione: “In data 21 aprile 2020 l’omosessualità rimane reato ufficialmente in circa 68 paesi del mondo.” (Da Wikipedia, ma ci sono riserve sull’attendibilità dei dati riportati nella tabella). https://it.wikipedia.org/wiki/Depenalizzazione_dell%27omosessualit%C3%A0_per_stato_e_anno . Ci sono stati in cui l’omosessualità femminile è legale mentre quella maschile è passibile di pena di morte.

Mi limito a questi brevi cenni, tutt’altro che esaurienti, perché senza capire quanto si siano evolute tante società civili negli ultimi decenni non si può comprendere la dominanza del genere maschile in molte lingue, tra cui l’italiano. E’ fuorviante pensare che quando Oscar Wilde finiva nel carcere di Reading per sodomia, qualcuno – compreso lui stesso! – si desse la pena di proporre i pronomi “s/he, ey” o l’uso di “they” come singolare. Per secoli, l’ambasciatrice è stata solo la moglie dell’ambasciatore, mai un ambasciatore donna; nel teatro, considerato un àmbito ai limiti della moralità, le parti femminili erano interpretate da uomini; ecc.

In varie discussioni sul sessismo nella lingua, c’è qualcuno che propone l’introduzione del genere neutro. A parte che lingue come il tedesco ci mostrano che difficilmente questa è la soluzione – il neutro semmai è utile per designare cose o concetti astratti, come avviene in buona misura in inglese – quello che servirebbe sarebbe il genere comune per i nomi di persona. Abbiamo già il/la pianista, un/un’ insegnante, il/la negoziante – in teoria potremmo estenderlo a il/la dottore, l’/la ingegnere, il/la ambasciatore, il/la infermiere, il/la pittore… e creare il/la sarte, il/la chirurghe, e così via, tutti con la desinenza -e e il loro bravo plurale in -i: i/le calciatori, gli/le avvocati…

Cercare di migliorare una lingua mentre la si usa è come voler migliorare il motore di un aereo intanto che si è in volo. Certo, potremmo far studiare ai nostri giovani il grande poete Giacomo Leopardi e la grande poete Alda Merini. Nel giro di almeno una generazione – ma probabilmente non basterebbe – e soprattutto se tutti fossimo d’accordo, qualche risultato si potrebbe forse ottenere. Mi pare che siamo ben lontani da un accordo – e però non devo dirlo io, devono dirlo le donne, che per loro natura sono più facilmente inclini a raggiungere intese (… o no?). Conosco laureate e insegnanti a cui sta benissimo essere chiamate “dottoressa” o “professoressa”, malgrado certi testi sacri del femminismo dicano peste e corna del suffisso -essa.

Ci vorrebbe una lingua che non marca il genere dei sostantivi. Ci vorrebbe? Ma c’è già! In esperanto tutti i sostantivi terminano in -o, tutti gli aggettivi terminano in -a, e così via: tutto regolare, facile e bello. Davvero: in esperanto “donna” è virino e “madre” è patrino. Eureka! Ma… un momento: virino è il femminile di viro, l’uomo maschio (da non confondere con homo che, come in latino, indica l’essere umano a prescindere dal sesso) e patrino è il femminile di patro, il padre. Quindi le parole che indicano la quintessenza della femminilità sono derivate dal maschile? Non occorre essere femministi per dire che non ci siamo proprio. E mi torna alla mente uno dei miei maestri, uno psicolinguista, che dopo avere nominato nel corso di una lezione l’esperanto aggiunse a mezza voce, “se è una lingua…” – probabilmente pensava a questo genere di problemi.

Nelle discussioni on-line si trova di tutto: impegno sociale, fino alla partigianeria, ma anche ironia, voglia di perdere e far perdere tempo… In risposta a chi osservava che da “fattore” derivano “fattoressa” e “fattrice”, con differenze precise nel significato, qualcuno ha scritto che allora da “dottore” si poteva derivare anche “dottrice” – sempre per evitare il suffisso -essa.

La lingua si è evoluta nei secoli, come accennavo prima, ed erano secoli in cui la visione relativa ai generi era sempre rigorosamente “binaria”, come si dice ora. Ero già grandicello quando cominciarono i primi accenni al “terzo sesso” nelle conversazioni in pubblico e in alcuni organi di stampa. La parola gay non era ancora stata importata e accanto a “omosessuale” circolavano solo termini pesantemente offensivi. Più tardi ancora giunsero le prime notizie in tema di transessualità. Recentemente ho visto la sigla LGBT+, ove il + riassume tutte le lettere che man mano si aggiungono e che qualcuno (come me, del resto) fa fatica a ricordare. Quante forme linguistiche diverse dovremmo riuscire a formare per accontentare tutti, qualora desiderassero non essere confusi con maschi e femmine?

Faccio fatica a parlare di queste cose perché per me è fondamentale il rispetto di ogni essere umano, qualunque scelta possa fare. Questo d’altra parte non significa che per me una scelta vale l’altra: ecologisti, etologi, filosofi della scienza, sedicenni svedesi, guru di ogni tipo ci dicono che è importantissimo il rispetto della natura per la difesa della biodiversità, per il clima, per tutto il resto. E sono totalmente d’accordo, come prospettiva di fondo. A quanto pare, però, in fatto di sessualità e procreazione umana deve essere ammesso di tutto e di più: mutilazioni, protesi, trapianti, impianti, uso di ormoni e sostanze varie, ecc. Ho letto frasi come “la biologia conta zero” (e non sono sicuro che chi l’ha scritto si riferisse solo ai generi grammaticali, anche se si discuteva di quelli); e più esplicitamente: “se la biologia è in conflitto con la mia filosofia, tanto peggio per la biologia.” Come dire che le mie pensate valgono più della scienza: questo mi permette di tuonare contro quelli che sottraggono troppo presto i cagnolini alla loro madre e al tempo stesso di essere favorevole all’utero in affitto.

La siglia LGBT+ mi ha fatto tornare in mente quando le cronache dicevano che V. Luxuria, che all’epoca era parlamentare, creava fastidio e reazioni negative quando a Montecitorio si recava nelle toilette – non era ben accetto né dai maschi né dalle femmine. Adeguare gli edifici pubblici alle esigenze LGBT+ potrebbe costituire un modo per favorire l’edilizia e quindi la ripresa economica. Dal punto di vista linguistico e comunicativo, che cosa metteremo su tutte quelle porte? I pittogrammi dell’omino e della donnina non basteranno e però essere più espliciti e dettagliati non mi pare proprio consigliabile. Le scritte “signore” e “signori” sembrano inadeguate e sicuramente altre diciture potrebbero essere discutibili. Si potrebbe tentare con i colori: oltre al rosa e all’azzurro, l’arcobaleno e poi (che so?) il viola, ecc.

Torno sul tema del rispetto, che non voglio lasciar cadere e che mi sento impegnato a sostenere non solo in fatto di sessualità e contro il sessismo ma anche per tutta la serie di problemi che attraversano le nostre società – razzismo, bullismo, fobie di ogni genere, odio religioso e antireligioso. Non credo che basti fare attenzione al linguaggio che usiamo, anche se ciò ha la sua importanza. Se mai si riusciranno a introdurre delle innovazioni sull’uso dei generi grammaticali in italiano, saranno cambiamenti lenti, marginali e, almeno per qualche tempo, assai poco incisivi. L’attenzione va focalizzata su ciò che può portare all’esasperazione delle discriminazioni, all’odio e infine, nello specifico, al femminicidio.

P.S. In risposta a una discussione su un gruppo di Facebook ho scritto: “Care colleghe e cari colleghi, siamo qui riunite e riuniti per […]. Raccomando a tutte e tutti di evitare qualsiasi discriminazione linguistica riferita al sesso delle persone. Questo allungherà i tempi di lavoro ma a nessuna e nessuno sarà consentito di dire che ciò fa girare le ovaie o le balle.” Portare alle estreme conseguenze certe scelte è un modo per esporne l’impraticabilità. Il riferimento alle ovaie l’ho tratto dall’intervento di un membro (mi correggo: una… membra?) di quel gruppo.

È giusto così perché a me mi piace

Un mese fa ho pubblicato col titolo “Esterofilia e gesso” https://deiporcellinonsibuttaniente.wordpress.com/2020/05/29/esterofilia-e-gesso/ un articolo in cui sostengo che un atteggiamento rigidamente purista e il conservatorismo totale paradossalmente favoriscono l’adozione di prestiti stranieri. Se, per esempio, “domiciliamento” non è assolutamente proponibile per descrivere ciò che ci venne chiesto nella “Fase 1” della pandemia, ecco che l’inglese ci offre bell’e pronta, già circolante sulle agenzie di stampa internazionali, la parola lockdown.

Come si può intuire dal titolo, qui parlo del fenomeno opposto, altrettanto dilagante su Facebook e (suppongo) sui social media in genere: la pretesa che qualsiasi deviazione dalle norme consolidate, qualsiasi innovazione, ogni neologismo possibile e immaginabile abbiano diritto di cittadinanza per il semplice fatto di essere graditi a qualcuno. È il fenomeno per cui l’Accademia della Crusca, la Treccani, le grammatiche più autorevoli e accreditate non hanno nessun diritto di dirmi che devo scrivere “qual è” senza l’apostrofo. Il “qual’è” è diventato uno dei simboli del movimento delle “regole fai-da-te”, del “secondo me”, del “mi piace e tanto deve bastare”.

Se parlando in milanese dico “a mi el me pias” oppure “l’è pussée mej”, non ho forse il diritto di dire “a me mi piace / è più meglio / è più migliore”? La risposta è ovvia: il diritto nessuno me lo toglie ma devo sapere che proprio quelle espressioni per decenni sono state considerate il marchio della persona dialettofona ignorante che tenta di parlare un italiano che non conosce abbastanza bene. Nella misura in cui una lingua è un fenomeno sociale – uno strumento con il quale una comunità umana di parlanti coopera – essa soggiace a regole condivise e, nel caso delle lingue di nazioni che hanno un sistema scolastico, possiede di fatto un “codice” incorporato nei dizionari e nelle grammatiche riconosciute come “ufficiali.” Appunti e diari li scrivo come mi pare perché li leggo solo io. Dalla qualità dell’italiano in un curriculum vitae può dipendere che io ottenga il posto di lavoro a cui aspiro oppure no.

Anglofobia

  1. Sul deprecabile abuso delle parole straniere in italiano ho già scritto altrove (ad esempio: http://www.gporcelli.it/Jdi/Jlusso.htm ). Qui mi basta ricordare che non sono esterofilo e non uso parole straniere quando parlo o scrivo in italiano – a meno che non debba citarle perché sono loro l’argomento che sto trattando, e allora le metto tra virgolette o in corsivo.
  2. In alcuni gruppi di Facebook a cui partecipo e che si occupano di lingua italiana, buona parte degli interventi stigmatizzano gli abusi (o presunti tali) di parole inglesi da parte di politici, giornali, radio-TV, ecc. Questo mi sta molto bene, in linea di massima, ma riscontro alcuni eccessi con i quali non riesco ad essere d’accordo e che cerco di sintetizzare nel seguito attraverso qualche esempio.
  3. C’è chi dà per scontato che si usi l’inglese per non farsi capire. Ma davvero davvero Family o election non permettono di capire di che cosa si stia parlando? Almeno in casi come questi, può trattarsi di snobismo, di esterofilia, magari di anglomania ma non di voglia di mascherare la realtà.
  4. Anche quando le parole non sono “trasparenti”, come lo sono family, social, election (day) o spending, di solito vengono date abbastanza informazioni perché si capisca esattamente di che cosa si sta parlando: pensiamo alla serie di obblighi e divieti che stampa e TV hanno riassunto nella parola lockdown. Se si ignora l’argomento, anche “cassintegrato” e “premistoppa” possono essere parole misteriose.
  5. Gli anglofobi più accaniti e radicali sostengono che dare spazio all’inglese significa favorire le economie dei paesi anglofoni per un costo, per noi italiani, di 50 miliardi all’anno. Quindi, tutto solo in italiano! Rispetto a questo, ho almeno due problemi:
    1. Attualmente tutte le comunicazioni relative alla navigazione sono in inglese. Per gli aerei esiste un codice ICAO che però a sua volta è basato sull’inglese: ad esempio, “quota tremila” diventa foxtrot lima tree tousand. Nel codice ICAO Foxtrot e Lima stanno per le lettere F e L. Ma perché proprio quelle? Perché stiamo parlando del flight level. Il suono [t] è molto più chiaro del th inglese e questo spiega tree tousand. E infine un dettaglio tutt’altro che secondario: la quota è espressa in piedi, non in metri. Con quale altra lingua e codice possiamo sostituire l’inglese in tempi ragionevolmente brevi e soprattutto senza compromettere la sicurezza dei voli?
    2. Se gli esiti delle ricerche (per esempio, sugli antivirali) fossero pubblicati nelle lingue nazionali, i nostri ricercatori dovrebbero imparare, oltre all’inglese, anche il francese, il giapponese, il cinese… Quanto costerebbe tutto ciò? E probabilmente le ricerche in italiano verrebbero ignorate all’estero – a meno che si venga a sapere (ma in quale lingua?) che sono fondamentali.

Pensando a questi casi, che non sono certo gli unici, la lotta totale, senza quartiere, contro l’inglese mi pare una battaglia di retroguardia. Non ne parlo su Facebook per non farmi dare di nuovo dell’imbecille, del venduto agli angloamericani e altre piacevolezze del genere, che prendono il posto di una risposta sensata che quei tali non sono capaci di darmi.

La furbizia del lavoro agile

Il titolo fa riferimento a due espressioni che la pandemia di Covid-19 ha reso necessario introdurre nella nostra lingua. Sono state ampiamente discusse, assieme a molte altre in italiano e in inglese, e non entro nel merito. Qui mi interessa affrontare alcuni aspetti di fondo riguardanti la Terminologia, con la T maiuscola, e non singoli termini oppure qualcuna delle varie terminologie con la t minuscola.

  1. Le parole e le espressioni nuove servono. Ogni giorno compaiono prodotti, idee o situazioni per cui i vocaboli esistenti appaiono inadeguati. Il punto verrà ripreso nella conclusione.
  2. L'(in)adeguatezza è in rapporto alle diverse categorie di utenti. Io, profano, posso accontentarmi di “valutazione, primo esame, smistamento” e simili per descrivere quello che succede a un paziente dopo l’arrivo in un Pronto Soccorso. Per il personale ospedaliero, triage è un termine tecnico specifico che a loro serve per chiarire bene di che cosa si sta parlando. Nelle ultime settimane, sulle reti sociali l’ho visto ribadire numerose volte da parte dei diretti interessati.
  3. Le fonti possono essere solo o la nostra lingua o una lingua straniera. Il secondo caso è più probabile se il termine tecnico è già presente in essa, ma a volte si usano parole straniere “all’italiana”, ossia in modi non conformi all’uso che se ne fa nella lingua d’origine. Secondo molte testimonianze, anche smart working ne è un esempio.

Quanto precede è l’incipit di un articolo di quattro pagine, quindi troppo lungo per essere inserito qui. Chi fosse interessato può trovare il testo completo qui: http://www.gporcelli.it/articoli/lavoroagile.pdf