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Tre cose sull’italiano per cui sono debitore ai contatti con gli stranieri

1) Nel dicembre 1967, durante un corso di formazione a Roma, un linguista italo-americano mi si avvicina con un tono leggermente imbarazzato e a bassa voce mi chiede di parlargli del valore del suffisso “-otto”. Penso (ad alta voce) a “giovanotto, bambolotto, orsacchiotto…” ma lui mi ferma e viene al dunque: la parola che gli creava problemi era “cazzotto”.

Quella parola l’avevo appresa da bambino, credo nella mia altra lingua materna, e avevo sempre associato “on cassòtt” a un pugno e nient’altro – anche perché all’epoca si stava ben attenti a non usare certi vocaboli in presenza di bambini. La connessione che mi veniva proposta era quindi per me del tutto nuova – e secondo molti dizionari non è del tutto certo che l’origine sia proprio quella.

2) Parecchi anni dopo ebbi modo di conoscere un’italianista dell’università di Varsavia. Parlava un ottimo italiano perché era stata per alcuni anni da noi da ragazzina e aveva frequentato a Milano le scuole medie. Mi disse che era stata colpita dal fatto che “troppo” aveva subito un cambiamento d’uso: lei la conosceva nel senso di “eccessivo/eccessivamente” e invece aveva sentito più volte frasi come “Devi proprio vedere quel film: è troppo bello!” in cui viene usata per costruire un superlativo.

3) Nel 1986/87 mi capitò di andare a Budapest per tenere, con altri colleghi, un corso di formazione sulla didattica delle lingue. Un corsista mi fece notare che io continuavo a dire “método” ma la pronuncia corretta è “mètodo”. La mia pronuncia regionale evidentemente non gli piaceva o riteneva che tutti e tre noi (un veneto, un’umbra e io) dovevamo essere buoni modelli di pronuncia toscana.

Il Pane che illumina

“Osservate che nel quadro, piuttosto buio, la luce si concentra sul pane che c’è sulla tavola.” Così disse e ripeté la guida che ci mostrava le opere esposte in una pinacoteca emiliana e che temporaneamente ospitava un celebre dipinto del Caravaggio, abitualmente esposto all’Accademia di Brera in Milano.

Verissimo, cara guida, ma se non dici che il quadro raffigura un episodio del Vangelo di San Luca nel quale si parla dei discepoli di Emmaus che dopo aver camminato con Gesù e averlo invitato a cena senza averlo riconosciuto, “lo riconobbero allo spezzare del pane” (Luca 24, 30-31), allora non si capisce che senso abbia che proprio il pane venga messo in luce – non solo metaforicamente.

Il fatto risale a parecchi anni fa ma mi è tornato in mente oggi perché il Vangelo di questa domenica ricorda proprio quell’episodio – uno dei tanti che narrano ciò che è successo dopo la Resurrezione di Cristo.

Senza conoscere le Scritture è impossibile capire e apprezzare tanta parte dell’arte europea degli ultimi due millenni. La mia città ospita quello che ritengo essere un capolavoro assoluto dell’arte mondiale: le grandi vetrate del Duomo. Chi conosce la Bibbia vi “legge” molte storie dell’Antico e del Nuovo Testamento; alcune altre vetrate illustrano episodi delle vite dei Santi. Gli ignoranti ammirano i vetrini colorati.

Emilio Fassi – in Memoriam

Ieri ho scritto alcune considerazioni sulla “Gazzetta dello Sport” https://deiporcellinonsibuttaniente.wordpress.com/2020/04/22/la-gazzetta-senza-sport/ e parlandone con altri su Facebook mi è tornato in mente il mio prof di ginnastica delle superiori, Emilio Fassi. Se lo cercate sulla rete, se ne parla ancora come mitico allenatore dei giovani della Pallacanestro Olimpia Milano (all’epoca Borletti, poi Simmenthal e vari altri sponsor – ultimamente, se non sbaglio, anche Armani).

Il prof. Fassi era uno sportivo puro: ai suoi ragazzi non chiedeva di vincere ma di giocare bene – e ne sono venute fuori generazioni di campioni, molti dei quali a loro volta sono diventati allenatori. Mi è tornato in mente perché distingueva gli sportivi veri e propri, i soli degni di essere chiamati tali perché praticanti, dai “contemplativi” (gli spettatori) e dai “gazzettiferi“, e si capiva che detestava questi ultimi più di quelli che almeno frequentavano stadi e palazzetti.

Io gli sono sempre stato gratissimo per molti motivi: per l’esempio di correttezza e sportività; per avermi appassionato alla pallacanestro, sia pure come semplice spettatore, data la mia esigua statura; e soprattutto per un gesto molto importante per me. Anche se mi riporta a un periodo tra i più difficili della mia vita, lo racconto volentieri perché può dare un’idea della grandezza dell’uomo.

All’inizio dell’ultimo anno di Istituto Magistrale mia madre andò a parlargli per dirgli che avrebbe chiesto l’esonero dalle lezioni di Educazione Fisica per gravi motivi di salute. Lui si informò dettagliatamente dei problemi e le consigliò di fidarsi di lui, che avrebbe avuto per me le necessarie attenzioni. Esonerarmi avrebbe significato per me poter ottenere il titolo di studio ma non l’abilitazione all’insegnamento. Mia madre ebbe fiducia in quell’omone “con una faccia da gangster” (così lei la descrisse) e tutto andò bene. Di fronte a tanti il cui motto è “non mi prendo la responsabilità” lui si erge nella mia memoria come esempio di serietà professionale e di empatia.

Concludo con il link alla commemorazione che ne fece il 26 novembre 2000 la “Gazzetta” in occasione della sua morte: http://archiviostorico.gazzetta.it/2000/novembre/26/morto_professor_Emilio_Fassi_Maestro_ga_0_0011267798.shtml (ebbene sì, la “Gazzetta” ha anche qualche merito, a cominciare dal Giro d’Italia di ciclismo – una delle tante cose che quest’anno ci mancheranno).

La Gazzetta senza Sport

Oggi l’agenzia che ogni mattina mi fa trovare sul pianerottolo di casa il “Corriere della Sera” mi ha dato in omaggio anche “La Gazzetta dello Sport”. E’ un giornale che avevo guardato un paio di volte quando ero ragazzino (cioè verso la metà del secolo scorso) e poi mai più. Ho voluto curiosare per capire che cosa avessero da scrivere in questo periodo in cui non si pratica nessuno sport né, per quanto ne so, ci sono trattative per cambi di società. Su 40 pagine, una decina sono di pubblicità (e di queste almeno 8 della stessa casa editrice dei giornali) ma poi ci sono ben 30 pagine di aria fritta: vecchie foto, amarcord di ogni genere, improbabili interviste, gossip a tutto spiano… Non una sola notizia di sport vero, mancando la materia prima. Devo comunque pensare che se, pur con i tempi che corrono, ci sono appassionati che continuano a comperare il prodotto, sono molto bravi i giornalisti a confezionarlo riempiendolo di quello che a me pare il nulla totale.

Lancaster 1984

Un altro ricordo stanato tra le vecchie cose: la foto di gruppo alla fine del primo corso del British Council sul Computer nella Ricerca Linguistica e nella Didattica delle Lingue (Università di Lancaster, settembre 1984). Davanti a me il tutor principale, John Higgins; alla sua destra il direttore del corso, il linguista Geoffrey Leech.

Un altro tutor, con il quale ricordo di avere dialogato a lungo sul testing, è Gerry Knowles, il quarto da sinistra nella prima fila. Il primo a destra della terza fila è il tedesco Dieter Wolff, che in seguito si è occupato parecchio di CLIL. Ecco l’elenco completo dei nomi:

Terza pagina

Tra le mie vecchie cose conservate fino ad oggi ci sono alcune pagine del Corriere della Sera del 7 settembre 1984, tra cui una Terza Pagina di quelle vere, di una volta: un elzeviro di Rafael Alberti su un amore giovanile di Neruda (e il traduttore è Cesco Vian, che era stato mio professore di Letteratura Spagnola all’università); un’analisi approfondita della situazione dello Yemen di allora, che può chiarire come si sia giunti alla drammatica situazione attuale – l’autore è Dino Frescobaldi; infine, un articolo del regista televisivo e docente di Semiologia Gianfranco Bettetini su “la paura culturale di fronte al computer”. La foto centrale riguarda una spedizione archeologica a Marib, l’antica capitale yemenita.

L’ultimo è l’articolo per il quale ho conservato la pagina e di cui riproduco qui sotto la conclusione, che ritengo per la massima parte tuttora attuale.

Bettetini fa riferimento soprattutto alla matematica in virtù del fatto che proveniva da una laurea in Ingegneria – abbinata a una passione per il teatro che l’ha condotto ad approfondire gli studi sulla Teoria della Comunicazione e sul mezzo televisivo, che negli anni ’50 rappresentava la grande novità e la sfida più significativa. Vincitore di cattedra universitaria, si era messo in aspettativa per lavorare in Rai, prima come regista di produzioni importanti e poi come dirigente. Negli anni ’90 è tornato nei ruoli universitari e ho avuto il privilegio di dirigere con lui il Dottorato di Scienze linguistiche e Linguaggi della comunicazione in Università Cattolica.

Diversamente Quaresima

Riporto qui quanto ho pubblicato su L’Eco del Giambellino, il mensile della Parrocchia di San Vito.

“Ma tu esci?” mi ha chiesto mio genero Fabio.

“Sì, sul terrazzo.”

“Ti accontenti di poco.”

“Mi sento un privilegiato rispetto ai tantissimi che non hanno nemmeno quel poco.”

Guardo l’ulivo che ho sul terrazzo e penso al significato di questa pianta, che dà il nome all’inizio della settimana più significativa dell’anno.

La mia vita non è cambiata molto: già prima restavo in casa il più possibile e uscivo solo per andare in farmacia e acquistare il cibo. E per la Messa, che era anche un momento di sollievo e di recupero (o “ri-creazione”, nel senso originario di questa parola).

Sono cambiati parecchio i pensieri: anche sul mio terrazzo sventola il tricolore e ne vedo altri nelle case di fronte. Sono un chiaro segno di preoccupazioni condivise.

Ora al posto mio per le spese esce – il meno possibile – la badante di mia moglie, che porta il nome più caro a noi credenti, Maria. La accompagno alla porta mentre la vedo indossare maschera e guanti e trepido per lei, forse ancora più che per noi stessi.

Maria ha una figlia che porta lo stesso nome di mia madre, un nome piuttosto raro da noi. E’ medico, con nove anni di studio ma né lei né la sua laurea sono italiane e anche in periodi come questo la nostra burocrazia non si sbriga ad effettuare i pur doverosi controlli. Lei intanto è volontaria della Croce Rossa.

Vi chiedo di ricordare nelle preghiere le persone come loro.