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“Perché queste cose non le metti per iscritto?”

Così mi ha detto mia moglie dopo avermi sentito raccontare, per l’ennesima volta, uno degli episodi curiosi che mi sono accaduti nella vita. “Davvero credi che ne valga la pena?”. Ad una sua risposta laconica ma convinta non ho replicato e ho cominciato a riflettere.

Mi sono accorto ben presto che alla base di molti di tali episodi ci sono state parole importanti: profonde o casuali, meditate o spontanee, ma tutte capaci di imprimersi nella mia coscienza. In qualche caso, mi hanno cambiato la vita. Sono emozioni che posso trasmettere ad altri? Non lo so, ci provo.

In principio

A diciott’anni e mezzo avevo superato con buoni voti gli esami del primo anno e lo dissi a uno zio di mia madre, frate cappuccino. Pensavo di fargli piacere, anche perché l’università era la “Cattolica”. Non era un sacerdote ma uno di quei fratelli conversi che un tempo non era raro trovare nei conventi. Mi guardò col suo sguardo tenero e tenendomi per una mano mi disse: “Ricordati, Gianfranco, che l’intelligenza e la buona volontà sono doni del Signore e quando li dà in abbondanza vuole che vengano messi al servizio di tutti.” Un gran bel programma di vita, impegnativo ma degno di essere abbracciato con fede. Ho cercato di farlo mio.

[Febbraio 2013]

Un piccolo, personale frammento di Storia

Per decenni avevo infilato in un cassetto cartoline e buste della posta in arrivo: più spesso, le porzioni di esse con i francobolli, che conservavo per riprendere a sistemarli nella collezione che avevo iniziato da ragazzo. Avevo dimenticato che cos’altro ci fosse lì dentro in origine e quando ho finalmente controllato tutto il contenuto ho avuto la sorpresa di trovarvi due croci al merito di guerra: una, con il monogramma di re Vittorio Emanuele III, del mio nonno materno che aveva partecipato alla I Guerra Mondiale; e una di mio padre, reduce dalla II Guerra Mondiale, con il monogramma della Repubblica Italiana – la quale evidentemente riconosceva i meriti anche di chi, come lui, aveva indossato la divisa del Regio Esercito.

Il ritrovamento più interessante riguarda alcune cartoline del 1940. In realtà, la storia che esse raccontano è una vicenda come tante, che però si colloca nel momento in cui l’Italia entra in guerra, affiancandosi a Germania e Giappone.

La prima che ho trovato raffigura la nave Roma, che percorreva la rotta Napoli-Mogadiscio. In un primo momento ho pensato che mio padre l’avesse spedita andando in Somalia – dove sapevo che era stato col Battaglione Universitario “Curtatone e Montanara” – ma il raffronto delle date ora mi fa pensare piuttosto al viaggio di ritorno: infatti era il momento in cui l’Italia era entrata in guerra e buona parte delle truppe coloniali veniva spostato per difendere il suolo della madrepatria. Inoltre la corrispondenza successiva, come vedremo, me lo fa ritrovare nel nord della Sardegna già verso la fine dello stesso mese.

Oltre alla data, 2 giugno 1940, la cartolina reca solo la firma di mio padre. Primogenito di otto figli, la mamma, di madrelingua inglese, lo chiamava “Baby” e quello fu per tutti il suo nome, in famiglia e con gli amici. Da militare era il Capitano Porcelli, poi sul lavoro era il Dott. Porcelli e il suo vero nome di battesimo, Pasquale, in pratica non lo usava nessuno e compariva solo sui documenti e negli indirizzi delle lettere formali.

L’indirizzo sulla cartolina è quello della casa dove i miei andarono ad abitare dopo le nozze (5 aprile 1939). Non so se la sola firma, senza altro testo, fosse dovuta all’affrancatura minima (dieci centesimi di lira). Ho precisi ricordi sul fatto che per anni sulle cartoline si potevano scrivere solo poche parole di saluti, a meno di affrancarle come lettere. E ho ritrovato anche i francobolli “segnatasse” che venivano applicati alla corrispondenza affrancata con un importo insufficiente – tasse che il destinatario era tenuto a corrispondere al postino al momento della consegna. Può anche darsi che la sola firma fosse sufficiente a racchiudere tutto quanto un giovane sposo può desiderare di comunicare alla moglie – così come oggi a molti innamorati basta rendersi presenti con uno squillo del cellulare.

Mi ha sorpreso trovare l’uso della lingua inglese, sotto quel regime (che stramalediceva gli inglesi anche nei programmi radiofonici) e in quel momento particolare. Oltre a Italian Line che campeggia in alto, si noti S.S. (ossia SteamShip) davanti a “Roma” e, al centro, “Published by the Italian Line”.

L’annullo postale è solo parzialmente leggibile ma ritengo che sia “Napoli Ferrovia”. Una conferma indiretta è data dalla cartolina postale di “ben tornato” che il comando militare di Napoli dava ai reduci perché potessero comunicare in quale Centro alloggio si trovavano. Oltre all’affrancatura pre- stampata di £. 1,20 ci sono due francobolli, per un totale di tre lire.

Subito dopo ci sono due cartoline, entrambe da Ploaghe (SS), entrambe affrancate con cent. 20, indirizzate in Viale Abruzzi e con testi di tre parole. Quella datata 25 giugno dice “Da quel paese” e viene da pensare che sottintendesse una specificazione non proprio carina per quel paese di…, quella località piccola e sperduta dove era costretto a restare per servizio. Il testo della seconda, “Sempre con voi”, potrebbe contenere un accenno al figlio in arrivo. Come scriveranno i miei biografi (?!), è la prima attestazione della mia presenza.

Dai racconti che mi erano stati fatti da ragazzo so infatti che mia madre aveva raggiunto mio padre a Ploaghe ma il Maggiore medico del battaglione era un ginecologo (… giustamente!) e a un certo punto si era accorto che io avrei combinato guai già al momento di nascere; quindi mia madre col pancione e in piena guerra prese autobus, nave e treni e tornò a casa. Così fu che nacqui a Milano il febbraio successivo: se fossi nato a Sassari, mia madre avrebbe trovato come ostetrica una zia di colei che una trentina d’anni dopo sarebbe diventata mia moglie,

L’ultimo “pezzo” di questa storia è una cartolina di Olbia, datata 18 agosto, di nuovo con la sola firma e il francobollo da cent. 10.

La notizia più significativa per me è che la cartolina è stata spedita all’indirizzo dei miei nonni materni – dove io stesso sono stato per vari periodi, in particolare quando frequentavo la scuola elementare nella stessa via Rasori – e non più in V.le Abruzzi, dove non ho mai messo piede. Probabilmente nel frattempo i miei avevano lasciato quell’appartamento e in seguito si sarebbero trasferiti in quella che fu casa mia fino al mio matrimonio, non lontano dai nonni materni.

La storia legata a quelle cartoline è tutta qui. Mia madre e io andammo poi in Sardegna quando avevo pochi mesi e in effetti la situazione là era molto più tranquilla che a Milano, abbondantemente bombardata, e rispetto alle zone che videro gli sbarchi degli “Alleati” come la Sicilia e le coste del Tirreno continentale. Non ho ricordi di quel periodo perché le mie memorie più remote mi riportano a Milano nel periodo ’44-45. Mio padre non si presentò al reclutamento della Repubblica di Salò e visse quel periodo come latitante. Abitavamo nella casa di via San Michele del Carso che fu la mia abitazione fino al 1970, quando mi sposai, e di mia madre fino al 1973, quando morì. Ricordo rumori di sparatorie (un partigiano, Mario Greppi, venne ucciso a due metri dal negozio dove stavamo facendo la spesa) e tante macerie. Ricordo treni stracolmi di gente che sfollava quando poteva – anche noi andavamo vicino a Como dove i miei nonni paterni avevano un appartamento. Ricordo donne che guidavano il tram perché gli uomini erano al fronte o prigionieri o deportati, e grappoli di persone aggrappate all’esterno perché di tram ce n’erano pochi e solo pochi ricchi avevano l’automobile. Ricordo gli scantinati dove ci si rifugiava quando suonava l’allarme aereo. Ricordo tante cose che vorrei tanto non rivedere ancora oggi al telegiornale.

“Il socio è quello che ti frega” – così mi dissero…

…in tanti nel periodo in cui lavoravo a Bari. Cercando di approfondire il discorso, sono dovuto giungere alla concluisione che secondo i miei interlocutori o riesci a disporre di risorse sufficienti per aprire una tua azienda oppure è meglio che ti trovi una lavoro come dipendente, possibilmente statale o di azienda pubblica. Di mettersi con altri, in società o in cooperativa, non se ne parla proprio.

Qualcuno mi diceva anche, in confidenza, di enormi difficoltà a tenere insieme una cooperativa come la CUSL che pure nasceva all’interno del movimento di Comunione e Liberazione e quindi godeva di un importante fattore di coesione, almeno ideale.

Nel quartiere dove vivo da circa mezzo secolo, c’erano grandi industrie come la Riva-Calzoni e la Loro & Parisini che hanno costruito grandi centrali e importanti cantieri in giro per il mondo.

Sempre a Milano, in altra zona, c’era una grande fabbrica della Brown, Boveri & Cie, svizzera, il Tecnomasio, che ebbe un ruolo notevole anche nello sviluppo delle lotte operaie in città.

Ricordo anche i Fratelli Branca, visto che mi piace il Brancamenta e che anche quella è una vecchia ditta milanese – ma nemmeno i fratelli erano considerati soci affidabili dai baresi ai quali li ricordavo.

Nel campo degli alcolici la ditta italiana più nota nel mondo, che io sappia, è la Martini & Rossi. I prodotti sono commercializzati solo col nome di Martini, ma anche quella è una vecchia società (torinese, non milanese, ma vabbè nessuno è perfetto).

Se Mr Rolls non si fosse fidato di Mr Royce – e viceversa, naturalmente – non avremmo avuto le auto di lusso più celebri. Ora il marchio Rolls-Royce è associato soprattutto alla produzione di motori per grandi aerei.

Ne so troppo poco per dire che l’individualismo meridionale è (o era? Parlo della fine degli anni ’80) un fattore di scarso sviluppo economico ma sicuramente ne ero stato colpito sfavorevolmente. abituato com’ero a sentir continuamente parlare di società e cooperative di ogni genere e dimensione.

“Non fanno niente” – così mi disse…

… una mia studentessa dell’università di Bari. Al termine dell’esame orale, aprendo il suo libretto per registrare il voto, vidi che era di Trani e mi venne spontaneo dirle quanto mi fosse piaciuta quella città, con la sua splendida Cattedrale in riva al mare. Il dialogo proseguì più o meno così:

– Sì, ma non fanno niente.

– Scusi, non capisco.

– Non ci sono iniziative culturali, progetti di attività significative…

– Mi permetta, ma lei tra non molto sarà una laureata e già ora ha un’evidente sensibilità per questi problemi. Perché mi dice “non fanno niente” invece di “non facciamo niente”?

Seguì una pausa di silenzio abbastanza lunga, dopo la quale mi confidò che in una cittadina vicina l’amministrazione comunale era in mano a una lista di giovani che si davano da fare e dopo le sedute di Consiglio andavano in piazza a spiegare quello che stavano facendo, a parlare di ciò che avevano in animo di fare e chiedendo opinioni, idee, consigli a chiunque fosse presente davanti ai bar, ma soprattutto cercando di coinvolgere altri giovani.

L’episodio mi fece riflettere molto. Non presumo di avere capito chissà che della mentalità meridionale e dei problemi locali, ma anche altri dialoghi mi fecero cogliere la sfiducia dei singoli rispetto alla possibilità di cambiare le cose. Sono sempre stato molto cauto nell’affrontare certi temi perché le popolazioni locali spesso in privato parlano male di sé e riconoscono i grandi problemi da cui sono afflitte, salvo poi adombrarsi e reagire male se qualcuno che viene da fuori osa menzionare la delinquenza organizzata, la corruzione, un certo fatalismo, e così via.

Il dialogo mi è tornato alla mente , dopo oltre 30 anni, proprio in seguito ad una recente discussione su Facebook che ricordava quanto sia difficile far emergere apertamente e pubblicamente ciò che potrebbe essere debellato solo da un contrasto aperto e pubblico. Come se discutere a voce alta di certi problemi fosse più disdicevole, per l’immagine della Regione, del sopportarli in silenzio o, al massimo, accennarvi a bassa voce tra pochi intimi.

Dottore o professore?

Nell’università italiana, chi si laurea ha il titolo di “dottore” e se rimane proseguendo gli studi aspira a essere un giorno “professore”, ossia titolare di un insegnamento ufficiale. Nel frattempo, è normale avere incarichi di tutorato o per insegnamenti non ufficiali: seminari, esercitazioni o altro. Alle mie figlie ho sempre detto “Se vedete qualcuno salire in cattedra, anche se è molto giovane chiamatelo ‘professore’: se non lo è, spera di diventarlo.” Negli ultimi decenni negli USA si è verificato un processo opposto: visto che chiunque abbia un insegnamento universitario viene chiamato “Professor”, chi ha un dottorato di ricerca preferisce farsi chiamare “Doctor”. E ultimamente qualcuno mi chiamava “dottore” pensando che fosse l’appellativo di maggior riguardo.

Bontà e cattiveria

Nella realtà, esistono i gesti di bontà e le cattiverie.

“Buonismo” è una parola inventata da qualche cattivo per insinuare che la bontà non è mai sincera. E questo è falso.

Ancora sul genere in lingua italiana

La dichiarazione di Beatrice Venezi, Direttore (e non Direttrice) dell’orchestra di Sanremo 2021 ha scatenato migliaia di commenti. Non entro nel merito ma mi preoccupano i commenti che accennano agli aspetti giuridici della questione e parlano delle forme femminili come diritto/dovere.
Non sono giurista ma conosco bene la Costituzione e per lavoro ho dovuto leggere un sacco di leggi, decreti, ordinanze, circolari, ecc.
Dappertutto si usa il maschile “inclusivo” o “sovraesteso”: dove si afferma “è diritto (o obbligo, o sacro dovere…) dei cittadini” si intende anche “delle cittadine”. Quando ci si deve riferire a uno dei due sessi, lo si specifica. Non mi risulta che questo abbia di per sé reso ambigui quei testi o leso i diritti di qualcuno.
Temo invece che nel momento in cui si cominciasse a riscrivere la Legge Fondamentale della Repubblica, i Codici, e tutto il resto, ci cacceremmo in un ginepraio di cui qualcuno cercherebbe di approfittare. Probabilmente, a danno delle donne, dei/delle LGBT ecc. ossia proprio delle persone che si vorrebbero tutelare.

Nel concreto, nel caso (del tutto improbabile) in cui mi capitasse di parlare a Beatrice Venezi, la saluterei con “Buongiorno, Direttore”. Nell’altrettanto improbabile caso in cui parlassi con Simona Sala, direi “Buongiorno, Direttrice”, perché quell’appellativo ricorre nelle edizioni del giornale radio di RAi1, la testata che lei dirige. Che problema c’è? Riconosco a ognuna il diritto di scelta.

Era importante dirlo


Commedia in due atti e quattro quadri, scritta per un gioco online da un improbabile folletto commediografo
Personaggi
Dontsay, Principe, detto il Silente
McThane, Re padre di Dontsay
Pampalugue, Ciambellano di Corte
Tarluk, Primo Consigliere
Sieglinda, principessa del Nord
Sudipa-Cheng, principessa dell’Est
Kaylami, principessa del Sud

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Scenografia: L’ampia Sala del Trono del Regno di RebeLot. Sul trono, Re McThane, con lo scettro in mano. Seduti sugli scranni ai piedi della pedana del trono, Il Ciambellano Pampalugue, alla destra del re, e il Primo Consigliere Tarluk, alla sua sinistra, con le insegne del loro grado. Tutti e tre vestono abiti consoni al loro rango, bordati di azzurro e nero, i colori del vessillo reale.
[McThane] <si liscia la barba ed alza lo sguardo verso i presenti nella sala> Bene, Messeri, vi sono altri affari di Stato da discutere?
[Tarluk] <china il capo e, con voce esitante, si rivolge a Pampalugue> Ciambellano, vi prego, ditelo voi a Sua Maestà, è affare delicato.
[McThane] <agita violentemente lo scettro, che va a sfiorare Tarluk> Oh, quante storie… sapete bene che a me si deve dire tutto, e senza troppi giri di parole <sbuffa sonoramente> Di che si tratta?
[Pampalugue] <tossicchia> Ecco, Sire, il Consigliere e io abbiamo notato alcune cose riguardanti vostro figlio, Sua Altezza il Principe Ereditario Dontsay, che tutti chiamano il Silente per il suo mutismo <si sporge un poco verso il trono e abbassa la voce> Ecco, come dire, si è fatto uomo, guarda le ancelle della Regina sua madre con occhi… mi capite, vero? <spalanca gli occhi tenendoli fissi sul re>
[Tarluk]<annuisce> Ecco, sì, è faccenda delicata e familiare, forse non dovremmo occuparcene, ma ci è sembrato nostro dovere porre a tema la questione. <si stringe un po’ nelle spalle> In fondo, è l’erede al Trono.
[Pampalugue] E i cerusici, per quello che valgono <tossisce portandosi la mano destra alla bocca> dicono che in questa fase potrebbe anche guarire e riacquistare la favella.
[McThane] <posa lo scettro e incrocia le braccia al petto> È vero, l’avevo notato anch’io e, detto fra noi, non ha cattivi gusti, proprio come suo padre <sogghigna> Ho dovuto fermarlo e sgridarlo, ma stava allungando le mani verso la più giovane e carina delle servette.
[Pampalugue] <si alza dallo scranno> Quando deciderete il da farsi, potete contare sul nostro aiuto.
[McThane] <sbotta> Ma state fermo un attimo, dove andate? <riprende in mano lo scettro> La decisione è presa: voi due partirete domani stesso con alcuni paggi, percorrerete i regni conosciuti fino alle terre più lontane e tornerete con la principessa più adatta per mio figlio. <batte ripetutamente lo scettro sul palmo della mano sinistra> Sono stato chiaro?
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Scenografia: la stessa Sala del Trono, tre anni dopo, a metà pomeriggio di un giorno di primavera. Il re ha alla sua destra il Principe seduto sul suo tronetto e alla sua sinistra il Ciambellano e il Primo Consigliere, seduti sui rispettivi scranni. Sul lato opposto della scena, su tre poltroncine, tre principesse.
[Pampalugue] Sire, il Consigliere <lo indica con un garbato cenno della mano> e io non abbiamo ritenuto opportuno obbligare voi alla nostra scelta. Abbiamo ottenuto che tre Principesse venissero qui con noi, con il loro seguito, per presentarsi a voi. Se siete d’accordo, ora ve le presento e poi voi stesso le potrete interrogare.
[McThane] <annuisce e con un cenno della mano destra lentamente allontanata dal suo petto indica le principesse> Iniziamo con la prima
[Pampalugue]<si alza, va verso una fanciulla slanciata ma robusta, e le porge la mano aiutandola ad alzarsi> Ecco, vi presento Sieglinda, principessa di Rennilandia, un regno del Nord
[Sieglinda] <fa una lieve riverenza sollevando di poco la gonna> I miei omaggi a voi Sire <indi si volge verso Dontsay con un ampio sorriso> e anche a voi, Principe. Se desiderate interrogarmi, eccomi qui
[McThane] <muove due volte il palmo della mano verso il basso> Accomodatevi e descrivete le vostre capacità, abitudini e tutto <si accarezza la barba mentre osserva la fanciulla>
[Sieglinda] <si siede molto compostamente> Non saprei da dove cominciare… Ecco, amo moltissimo stare all’aria aperta, cavalcare, cacciare <si anima nel dire> Nel tiro con l’arco sono brava quanto molti dei nostri migliori soldati. <mima il gesto di incocco e poi di scocco di una freccia, ammiccando lievemente mentre mira al cuore di Dontsay>
[McThane] <fa una smorfia scuotendo il capo> Ma quando nasceranno dei figli… voi capite che il vostro ruolo sarà ben diverso <severo lo sguardo> Non potrete portarli a caccia da piccoli.
[Sieglinda] <cambia il tono di voce, che si fa dolce e rassicurante> Oh, Sire, voi forse non avete idea di quante affascinanti saghe e leggende circolano dalle nostre parti… Storie di guerrieri e navigatori, storie di elfi e leprecauni, storie che si tramandano di generazione in generazione nelle lunghe notti d’inverno <alza lo sguardo verso il re> Volete che ve ne racconti una subito? C’era una volta…
[Tarluk]<interrompe bruscamente Sieglinda> Ma no, ma no, sono sicuro che Sua Maestà vorrà chiedervi altro. <si volta verso il re> Vero, Sire?
[McThane] mah… <arriccia le labbra e tace per lunghi attimi>… mi piacerebbe ma sarà per un’altra volta. Quali cibi si cucinano dalle vostre parti?
[Sieglinda] <scuote decisamente la testa> Non amo affatto la cucina, per quella ci sono i cuochi. <alterna ora lo sguardo tra il Re e il Principe> Ma vi assicuro che quando ne ho avuto l’occasione ho saputo dare ordini precisi e il pesce, la cacciagione e le salse speziate sono giunti in tavola esattamente come dovevano essere.
[McThane] Bene, principessa Sieglinda, per ora basta così <alterna poi lo sguardo su tutti i presenti nella sala> facciamo una pausa, ho fame.
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Scenografia: di nuovo la Sala del Trono, il Re, il Principe, le Principesse, il Ciambellano e il Primo Consigliere sono seduti nello stesso posto del pomeriggio, solo la luce che filtra dell’esterno è più fioca, all’approssimarsi della sera.
[McThane] <volta lo sguardo verso Pampalugue> Ciambellano, presentateci ora la seconda candidata
[Pampalugue] <si alza, va verso una fanciulla minuta, dalla pelle olivastra, molto graziosa, con un mite sorriso e le porge la mano aiutandola ad alzarsi> Vi presento ora Sudipa-Cheng, principessa del Regno di ThaiHamal, nel lontano Oriente
[Sudipa-Cheng] <rimane in piedi a capo chino davanti al trono> Onore a Voi, Sire, e a Vostra Altezza <dice a bassa voce, appena udibile, con le labbra tese>
[McThane] <le fa un cenno con la mano destra indicandole lo scranno da cui si era alzata> Su, sedetevi, diteci di voi e alzate la voce, che qui nessuno vi vuole aggredire <sorride mantenendo il tono della voce molto pacato>
[Sudipa-Cheng] <con gli occhi bassi tutto il tempo> Che dire di me di interessante… forse nulla <accenna a un timido e imbarazzato sorriso> Il nostro popolo è noto per le antiche tradizioni erboristiche e mediche e mi è stato insegnato dai più valenti esperti della nostra terra a preparare sciroppi, creme e unguenti per ogni esigenza. <guarda il Re di sottecchi> Anche per le persone meno giovani sappiamo come alleviare certe loro… pesantezze <arrossisce e china il capo>
[McThane] <deglutisce> Interessante… ne riparleremo. Ma di questo non parlerete con i bimbi, vero?
[Sudipa-Cheng] <scuote il capo> Oh, no, abbiamo tante meravigliose storie degli animali delle nostre foreste, storie dolci che ammaestrano alla lealtà e al coraggio, e al tempo stesso svegliano la fantasia. Le si ascolta da bambini e non le si dimentica più per il resto della vita. <sorride apertamente ora ed un luccichio le si palesa negli occhi>
[McThane] <annuisce compiaciuto> E per quanto riguarda il cibo? <si gratta il mento con la sommità dello scettro>
[Sudipa-Cheng] <abbassa di nuovo gli occhi> Ecco, nemmeno da noi alle principesse è consentito andare nelle cucine. Però la mia tutrice sapeva fare dei dolci squisiti e mi ha insegnato come prepararli.
[McThane] < si volta bruscamente verso il Ciambellano> Passiamo ora all’ultima <verso il Ciambellano>
[Pampalugue] <va verso la terza principessa, un’africana bella di lineamenti e atletica, e di nuovo tende garbatamente la mano per farla alzare> Ecco..
[Kaylami] <balza in piedi con un agile scatto> Non occorre, vecchietto, faccio da me. <verso il Re e il Principe> Sono Kaylami, principessa dell’Ouandasents, giù verso Sud.
[McThane] <osserva, restando con la bocca semiaperta per un attimo, l’ultima Principessa> Diteci di voi, che…
[Kaylami] <interrompe il Re annuendo> Lo stavo facendo, mi avete interrotto. Io sono molto più atletica di quella là <chiude la mano destra a pugno e col pollice indica in direzione di Sieglinda> Vorrei vederla lei a correre a piedi nudi nelle savane… <ridacchia> E non fidatevi di quella santarellina lì <ora il pollice va verso Sudipa-Cheng>, lo so io che cosa combinano certe finte timide
[Tarluk] <scatta in piedi> Moderate i termini, in questa Corte non si ammettono certi toni!
[Kaylami] <ride in faccia a Tarluk> Ma state zitto, voi, che mi siete stato antipatico dal momento che vi ho conosciuto <si volta nuovamente verso il re> E vi assicuro, che con me come moglie vostro figlio non avrà mai bisogno di nessun unguento.
[McThane] <batte le mani, un solo colpo secco> Basta così! Consigliere, chiamate le guardie e fate accompagnare le principesse nei loro appartamenti.
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Scenografia // Pochi minuti più tardi, sempre nella Sala del Trono. Re, Ciambellano e Consigliere discutono.
[McThane] <seccatissimo> Ma si può sapere perché mai avete portato fin qui quella Kalamay o come diamine si chiama?
[Tarluk] <alza gli occhi al soffitto e allarga le braccia> Non ci lasciavano ripartire da quel Regno se non ce la portavamo via!
[Pampalugue] Proprio così <annuisce vigorosamente> Il problema sarà riportargliela <abbassa la voce in un sussurro> se proprio dobbiamo. <riporta la voce al tono normale> Ma veniamo alle altre due; Sire, che ve ne pare?
[McThane] Direi che senz’altro la seconda è ideale: mite, sottomessa, brava a prendersi cura del suo uomo <agita vigorosamente lo scettro> È deciso, mia nuora sarà lei. Andate a chiamarla.
[Dontsay] <scatta in piedi gridando> Eh, no, per gli dei! Se proprio mi devo sposare voglio la biondona con gli occhi azzurri e due… <porta entrambe le mani a coppa davanti al petto> due bocce così!
Scenografia// Lunghi attimi di silenzio seguono le prime parole nella vita di Dontsay. Re e dignitari di corte si scambiano diverse occhiate sconcertate, poi la novità pare assorbita
[McThane]<tende le braccia verso il figlio per abbracciarlo> Ma figliolo, qual gioia, dunque voi parlate, dobbiamo subito dirlo a vostra madre, ne sarà felice, lei che ne ha tanto sofferto.
[Pampalugue] Incredibile <annuisce> Davvero incredibile <annuisce di nuovo> Chi l’avrebbe mai detto che i cerusici potevano aver ragione? <congiunge le mani davanti a se e le muove lentamente>
[McThane]<abbracciando il figlio> Ma ditemi, caro Dontsay… spiegatemi questo lunghissimo silenzio! Che è accaduto? Qualche incantesimo maligno che ora si è spezzato?
[Dontsay] <si sottrae all’abbraccio e declama> Ero piccolissimo, forse ancora in fasce, e ho udito un vecchio saggio, che voi tutti stimavate, dire: “Gli dei benedicono coloro che non hanno nulla di importante da dire… e sono capaci di restare zitti!” <avanza verso il proscenio e rivolto al pubblico conclude, sorridendo e ammiccando> Oggi era importante dirlo!
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Virtus contra Juventus, sive De Bello Pallico

[commedia scritta per un gioco online da un improbabile folletto Commediografo]
Dramatis Personae:
Primus, Centurio Romanus
Barbogius, Miles Senior
Pivellus, Miles Junior
Caesar, Miles Senior, parator (curator portæ)
Buffonius, Miles Junior, parator (curator portæ)
Petronius, Arbiter
Oriolus, Chronometrista
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Scenografia: // L’accampamento di una centuria in una zona qualsiasi dell’Impero Romano, in un periodo insolitamente pacifico. Tra le tende si aggirano alcuni soldati sfaccendati, giovani e anziani. I visi di tutti sono annoiati, gli sbadigli si susseguono come un’epidemia.
[Barbogius] Ista guerra pallosissima est… non sunt inimici ad scazzottandum, non sunt pulzellae ad delectandum. Est noia mortalis. Quod possumus facere?
[Pivellus] Possumus pugnare inter nos, seniores contra juniores, sine armis, solum cum potentia pugnorum et pedatorum. Vobis placet?
[Primus] <esce dalla tenda con la divisa da centurione> Veto! Toti milites sunt necessari, et in bonae conditiones. Si inimici arrivant et vident cerottos, bendas et oculos nigros, illi se incoraggiant et menant fortiter. Veto!
[Pivellus] Ecce frustratio de bona idea… Quod facimus? <allarga le braccia> Se grattare totus tempus non est cosa bona et iusta et salutare! <lascia cascare le braccia lungo i fianchi>
Scenografia: // Il Fato fa cadere tra i soldati un robusto pallone di cuoio che rimbalza ripetutamente prima di fermarsi a terra.
[Barbogius] Et quid est? Parebat vivus… Signum Deorum qui venit de coelo? Probabiliter ! <si avvicina cautamente, osserva a lungo il pallone poi lo prende in mano> Sembrat innocuus <lo fa rimbalzare più volte poi all’improvviso lo calcia verso un commilitone> Buffonius, para!
[Buffonius] <afferra il pallone al volo, lo fa rimbalzare due o tre volte e poi lo rinvia verso gli altri soldati, sbagliando però il tiro> Sembrabat facilis, sed non est <scuote la testa>
[Pivellus] Optimus, possumus pugnare cum isto. Una decuria et unus curator portae de una parte et alia decuria et alius curator portae de parte opposita. Una turma cum seniores et una turma cum iuniores. Placet?
[Barbogius]<fa qualche passo avanti e indietro, con la mano destra sul mento, poi replica a Pivellus> Porta, diciste? Facite me comprehendere… quis escit et entrat?
[Pivellus] <sorridendo> Quod habeo in mente mea est tres pali – duo montantes et una traversa – qui faciunt portam, larga octo yardae et alta octo pedes. Turma quae mandat pallam in portam adversariam segnat unam metam.
[Barbogius] <con un gesto di condiscendenza> Bene, possumus videre quod succedit. Ante omnia, vado interloquere cum Centurionem ut obtenere permissionem
Scenografia // Barbogius si reca alla tenda del Centurione Primus, chiede il permesso ed entra a confabulare con lui. Nel prato oltre la tenda si vedono i militi, sempre più numerosi, rincorrere il pallone e calciarlo. Più in là alcuni volenterosi costruiscono le porte sotto gli ordini di Pivellus.
[Barbogius] <esce sorridente dalla tenda di Primus e si dirige verso Pivellus> Habemus partitam! Caput dixit possumus pugnare in die Kalendis Aprilis, et non est scherzum!
[Pivellus] Bene est! Vos estis capitanus de turma de seniores et ego sum capitanus de turma de iuniores… Sumus juvenes et nostra turma se appellat <china il capo e aggrotta le ciglia. Dopo qualche attimo rialza la testa di scatto ed esclama> Juventus!
[Barbogius] <ride fragorosamente> Vos estis juvenes et vestra est turma pivellorum, cum Pivellus capitanus! Nos sumus valorosi, reduci de multae bellae, cum medaliis ad valorem militare, et nostra turma vocabitur… Virtus ! Et Virtus vincebit contra Juventus.
[Pivellus]<agita ripetutamente da destra a sinistra e ritorno la mano destra con l’indice alzato> None, vincebimus nos, ad grandem. <di nuovo fa pausa e scuote la testa> Necessitamus arbiter, neutralis – non senior et non junior. Habete ideas?
[Barbogius] Habemus Petronius… est semi-cecatus sed est perfecte calvus et habet sifulottum per sonare fallos! Et Petronius arbiter sonat bene, estis de accordum?
[Pivellus] Bone… appellamus Petronium et dicimus ei «Debete arbitrare! Est ordinis superior!» Et discutemus regolas cum illo. <pausa mettendosi le dita delle mani alle tempie> Regula fundamentalis: solum paratores possunt usare manibus! Debet esse Ars Pedatoria! Et diventabit famosa in saecula saeculorum!
[Barbogius] Amen! <ride e si avvia con Pivellus verso Petronius> Ave Petronius! Habemus ideam grandiosam, et caput tuum pelatum risplende bit in centro de campo. Et toti at discutere tuas decisiones
[Petronius] Ego? <porta entrambe le mani sul petto, incassa la testa tra le spalle e si guarda attorno> Qualis est mea culpa? Ego sum innocens, iuro! <arretra alcuni passi>
[Pivellus] <avanza alcuni passi verso Petronius, con Barbogius al fianco> Non c’est nihil de timere: solum partita de Ars Pedatoria. Assettamus super panchinam et videmus quomodo funziat!
Scenografia: // I capitani e l’arbitro discutono a lungo, animatamente, annotando man mano alcune frasi su una pergamena. Alla fine i capitani delle due torme si stringono la mano, sorridenti. Petronius estrae di tasca una monetina, la lancia in aria e poi cerca di acchiapparla al volo. Ripete l’allenamento più e più volte.
´¯’°¤.¸(¯’#¤#´¯)¸.¤°´¯’ *Si chiude il Sipario*´¯’°¤.¸(¯’#¤#´¯)¸.¤°´¯’
´¯’°¤.¸(¯’#¤#´¯)¸.¤°´¯’ *Si apre il Sipario*´¯’°¤.¸(¯’#¤#´¯)¸.¤°´¯’
Scenografia // I capitani vanno verso due angoli opposti del campo e radunano i rispettivi uomini. Da entrambi i capannelli si elevano imprecazioni e voci di protesta man mano che qualcuno viene spedito verso le panchine. Sguardi torvi e gesti minacciosi, ma nulla più. Anche perché il Centurione, uscito dalla sua tenda, osserva attentamente quello che accade.
[Barbogius] Ave, Caesar! Vos <gli guarda le mani> habete manonas, et nomen Caesar est perfectum pro paratore: tunica numerus unus est vestra!
[Caesar] Ego? Qualis honor <saltella, quasi accennando a una danza>Tiri adversarii, estote parati! <declama sorridendo, ma mancando clamorosamente il pallone che proprio in quel momento arriva verso di lui> Sancta patientia, istum non lo habebam vistum!
[Barbogius] Speramus melio in partita <si allontana scuotendo il capo> Et che Dei me la mandent bona!
[Petronius] <seduto sulla panchina centrale, inzuppa un pezzo di pergamena nel vino bianco e un altro, uguale, nel vino rosso> Ecce cartellini de admonitione et expulsione <li ammira, poi li annusa> Et si tifosi me li faciunt magnare, sunt boni!
Scenografia // Giunge infine il giorno delle calende di Aprile. Le squadre sono schierate e il Centurione Primus lancia il pallone in mezzo al campo. La sfida ha inizio. Le azioni si succedono rapidamente. Dopo alcuni attacchi senza esito da entrambe le parti…
[Petronius] <fischia e indica un punto a dodici yarde dalla porta di Caesar> Sgambettum non valet, et in area significat pedata rigoris!
[Pivellus] Facio ego! <prende il pallone, lo sistema sul punto indicato dall’arbiter e prende una lunga rincorsa. Il pallone entra in porta mentre Caesar resta quasi immobile> Vivat, segnavi metam!
[Barbogius] <a Caesar> Imbranatus, fannullonis, sum desperatus cum paratore qui non parat! <raccoglie il pallone e lo riporta a centro campo. A un cenno di Petronius calcia per riprendere la partita>
[Oriolus]<seduto sulla panchina centrale, tiene d’occhio la clessidra. verso la fine grida> Petronius, tempus fugit et certamen est quasi finitum <quindi aggiunge a mezza voce, fregandosi le mani> Et Juventus vincit.
[Primus] <seduto accanto a Oriolus, balza in piedi e grida> Veto! Non existit! Ego sum de Mediolanum et Juventus non debet vincere.
Scenografia // Tutti si fermano, sull’attenti. Perché ci sono tre modi di fare le cose: quello giusto, quello sbagliato e quello militare. Primus sfodera il gladio e con un preciso affondo squarta il pallone.
[Barbogius] Bene, Virtus triumphat o almenus non perdit! Partita nulla <si frega le mani ma subito si odono voci imperiose e un grande clamore> Quod succedit? Quid est?
[Pivellus] Palla erat donum deorum <si rivolge a Primus> et quod vos habete factum est sacrilegium. Hora expectamus punitionem deorum!
[Primus] <Alza gli occhi e le braccia al cielo, con le palme delle mani aperte verso l’alto> Themis, Simeht, Gaia et alii Dei se ci sunt, non volebo vos offendere. Accipite supplicationem meam!
Scenografia// Di colpo spariscono le porte e il pallone squarciato e si cancellano tutti i ricordi dell’evento dalle menti di tutti i militari. E di Ars Pedatoria non si parlerà più per tutti i secoli, fino ad ora.
§_FINE_§
´¯’°¤.¸(¯’#¤#´¯)¸.¤°´¯’ *Si chiude il Sipario*´¯’°¤.¸(¯’#¤#´¯)¸.¤°´¯’
´¯’°¤.¸(¯’#¤#´¯)¸.¤°´¯’ *Si spengono le luci sul Palco*´¯’°¤.¸(¯’#¤#´¯)¸.¤°´¯’
´¯’°¤.¸(¯’#¤#´¯)¸.¤°´¯’ *Si accendono le luci in Sala*´¯’°¤.¸(¯’#¤#´¯)¸.¤°´¯’

Sono un Account

Il linguaggio aziendalistico infarcito di parole inglesi è un importante settore di quello che Severgnini chiama “il milanese moderno”. Uno dei miei primi scontri con esso lo ebbi vari decenni fa, quando uno studente-lavoratore mi disse che lui era un “account” presso una grande agenzia pubblicitaria. Di fronte alla mia perplessità, mi spiegò che il suo compito era di mantenere i contatti con i clienti dell’agenzia. Non aveva idea di come potesse chiamarsi il suo lavoro in italiano – tutti dicevano così, nel suo ambiente.

Sapevo che “account” era detto il rapporto tra un’azienda produttrice di beni o servizi e l’agenzia a cui era affidata la realizzazione di una campagna pubblicitaria – un “conto” che comporta lo stanziamento di un importo, a cui deve corrispondere un’attività di pubblicità e/o marketing. Una persona che cura gli “account” deve capire bene che cosa desidera il committente e poi convincerlo della bontà di quello che l’agenzia ha creato per soddisfarlo.

In inglese, si parla di account manager o account executive. In italiano, è uno dei composti inglesi che hanno perso la testa, di cui parlo qui: http://www.gporcelli.it/Jdi/Jdecap.htm

Fenomenologia di Facebook

Il fatto

Un membro di un Gruppo sulla lingua italiana chiede, ad esempio, se per parole come “scervellarsi, scentrato” e simili la pronuncia giusta sia con la consonante “sc” di scelta o con il nesso consonantico “s” di sole + “c” di cielo. Nel seguito, le chiamerò pronunce A o B.

Fase 1 – la negazione

“Ma no, non ha senso, nessuno usa la pronuncia A (o B, a seconda dei casi)”. Chiarito, a fatica, che il quesito è corretto perché in Italia circolano entrambe le pronunce, si passa alla

Fase 2 – la scelta irrevocabile

“A (o B) non si può sentire!” “A (o B) è orribile, non può essere giusto” “A (o B) lo dicono a ***, ma che ne sanno quelli di *** di buona pronuncia italiana?” Ognuno difende la forma a cui è abituato e denigra l’altra. Senza giustificazioni o argomentazioni, solo a base di “E’ brutta”, “Non mi piace” o peggio.

Fase 3 – l’autorità

Vista l’inconcludenza del dibattito, c’è sempre qualcuno che ripesca pareri della Crusca, voci della Treccani, e simili. Se però poi il discorso si fa un po’ tecnico, montano le proteste. È difficile far comprendere che parlare di fonologia senza sapere distinguere le consonanti fricative dalle affricate è come voler parlare di calcio senza conoscere la differenza tra centrocampista e centromediano (se il paragone vi pare formulato male, avete capito perché non mi troverete mai a discutere di calcio).

Fase 5 – il ciclo si chiude

Nel frattempo, la discussione si è allungata molto, (quasi) nessuno ha la pazienza di leggere le risposte precedenti e scrive le proprie. simili a quelle delle prime fasi, finché altre discussioni avviate nel frattempo distolgono l’attenzione da questa.