Start here

Annunci

Un insegnante su Facebook

Ho scritto alcune riflessioni da vecchio insegnante a proposito delle mie esperienze su Facebook e dintorni. Avvertenza: se per te le opinioni sono di due tipi: le tue e quelle sbagliate; se sei assolutamente sicuro che si deve dubitare di tutto; se per te “democrazia” significa “egualitarismo” e cioè “la mia ignoranza vale quanto la tua competenza/esperienza/professionalità”; se secondo te chi ti segnala un errore lo fa per offenderti e umiliarti e non per aiutarti… allora per cortesia NON LEGGERLE. Per gli altri: http://www.gporcelli.it/articoli/Un%20insegnante%20su%20FB.pdf

Annunci

Scrutinare

Parlando delle operazioni post-voto ma soprattutto delle valutazioni scolastiche di fine anno , un articolo sul Corriere della Sera di oggi ricorda che l’etimologia del verbo “scrutinare” rinvia al concetto di “frugare, rovistare.” Questo mi ha riportato alla mente il ricordo, sempre vivido, di quando i miei genitori fecero in modo che potessi andare in seconda elementare a sei anni, dopo un esame di ammissione.

Fu allora che sentii per la prima volta la parola “scrutinio” – un’operazione misteriosa a cui sarei stato sottoposto di lì a pochi giorni. Forse il suono della parola – in particolare la sequenza iniziale [skr] – unito al timore dell’evento in sé, fece sì che quella notte mi apparissero due brutti ceffi con i baffoni e vestiti come i gendarmi di Pinocchio. Uno di loro aveva in mano un punteruolo con cui mi avrebbe “scrutinato” un polpastrello.

Mi svegliai terrorizzato e mia madre mi tranquillizzò. E’ curioso che il primo incubo della mia vita (e uno dei pochissimi, per mia fortuna) mi sia venuto proprio dal mondo della scuola nel quale sarei poi rimasto per sempre.

Avviso ai naviganti

Il 4 maggio 2019 ho riordinato il blog, spostando nella pagina principale alcuni post che avevo messo in altre pagine. Questo ha portato in alto varie cose scritte nel 2013.

“Perché queste cose non le metti per iscritto?”


Così mi ha detto mia moglie dopo avermi sentito raccontare, per l’ennesima volta, uno degli episodi curiosi che mi sono accaduti nella vita. “Davvero credi che ne valga la pena?”. Ad una sua risposta laconica ma convinta non ho replicato e ho cominciato a riflettere.

Mi sono accorto ben presto che alla base di molti di tali episodi ci sono state parole importanti: profonde o casuali, meditate o spontanee, ma tutte capaci di imprimersi nella mia coscienza. In qualche caso, mi hanno cambiato la vita. Sono emozioni che posso trasmettere ad altri? Non lo so, ci provo.

In principio

A diciott’anni e mezzo avevo superato con buoni voti gli esami del primo anno e lo dissi a uno zio di mia madre, frate cappuccino. Pensavo di fargli piacere, anche perché l’università era la “Cattolica”. Non era un sacerdote ma uno di quei fratelli conversi che un tempo non era raro trovare nei conventi. Mi guardò col suo sguardo tenero e tenendomi per una mano mi disse: “Ricordati, Gianfranco, che l’intelligenza e la buona volontà sono doni del Signore e quando li dà in abbondanza vuole che vengano messi al servizio di tutti.” Un gran bel programma di vita, impegnativo ma degno di essere abbracciato con fede. Ho cercato di farlo mio.

Testamentum Porcelli


Il nome del blog (dei porcelli non si butta niente) si spiega da sé e mi pare superfluo aggiungere altro – tranne forse una precisazione: con la legge elettorale detta “Porcellum” [che era in vigore quando questo post fu pubblicato nel 2013], né Grugno Corocotta né io abbiamo nulla a che fare.

TESTAMENTUM PORCELLI

Incipit testamentum porcelli.M. Grunnius Corocotta porcellus testamentum fecit. Quoniam manu mea scribere non potui, scribendum dictavi.
Magirus cocus dixit: “veni huc, eversor domi, solivertiator, fugitive porcelle, et hodie tibi dirimo vitam”.
Corocotta porcellus dixit: “si qua feci, si qua peccavi, si qua vascella pedibus meis confregi, rogo, domine coce, vitam peto, concede roganti”.
Magirus cocus dixit: “transi, puer, affer mihi de cocina cultrum, ut hunc porcellum faciam cruentum”.
Porcellus comprehenditur a famulis, ductus sub die XVI Kal. Lucerninas, ubi abundant cymae, Clibanato et Piperato consulibus. Et ut vidit se moriturum esse, horae spatium petiit et cocum rogavit, ut testamentum facere posset.
Clamavit ad se suos parentes, ut de cibariis suis aliquid dimitteret eis. Qui ait:
“”Patri meo Verrino Lardino do lego dari glandis modios XXX, et matri meae Veturinae scrofae do lego dari Laconicae siliginis modios XL, et sorori meae Quirinae, in cuius votum interesse non potui, do lego dari hordei modios XXX.
Et de meis visceribus dabo donabo sutoribus saetas, rixoribus capitinas, surdis auriculas, causidicis et verbosis linguam, bubulariis intestina, isiciariis femora, mulieribus lumbulos, pueris vesicam, puellis caudam, cinaedis musculos, cursoribus et venatoribus talos, latronibus ungulas. et nec nominando coco legato dimitto popiam et pistillum, quae mecum attuleram: de Thebeste usque ad Tergeste liget sibi collum de reste.
Et volo mihi fieri monumentum ex litteris aureis scriptum: “M. Grunnius Corocotta porcellus vixit annis DCCCC . XC . VIIII . S . quod si semis vixisset, mille annos implesset.
Optimi amatores mei vel consules vitae, rogo vos ut cum corpore meo bene faciatis, bene condiatis de bonis condimentis nuclei, piperis et mellis, ut nomen meum in sempiternum nominetur. Mei domini vel consobrini mei, qui testamento meo interfuistis, iubete signari””.
Lardio signavit.
Ofellicus signavit.
Cyminatus signavit.
Lucanicus signavit.
Tergillus signavit.
Celsinus signavit.
Nuptialicus signavit.
Explicit testamentum porcelli sub die XVI Kal. Lucerninas Clibanato et Piperato consulibus feliciter.
E’ alla luce di questa saggezza antica che do avvio a questo mio nuovo blog.

P.S. In risposta al commento di un amico, purtroppo mancato un paio d’anni fa – commento che si riferiva a un noto puttaniere – ho aggiunto: La MISSION di questo blog è evidenziare la differenza tra Porcelli e porconi. Dalla parte dei buoni ci mettiamo anche i porcini.

Tutto il mondo è paese?

Alla fine di giugno 1961 andai a Londra da solo, per un soggiorno di due mesi. Sbarcato a Victoria Station dopo 23 ore di viaggio in treno, traghetto e ancora treno, e poi una mezz’ora di coda per il taxi, finalmente salgo sul cab (uno di quelli enormi che ormai si vedono solo nei film) e do l’indirizzo di Highgate che era la mia destinazione. Il taxi si inoltra nella città ma a un tratto fa un movimento strano; l’autista si ferma, mi dice che ha forato e mi chiede se voglio cambiare il taxi oppure attendere che lui cambiasse la ruota. Non sapendo dove fossi e se avrei trovato facilmente un altro taxi, gli ho risposto di cambiare la ruota. Apre il cofano, vi infila un bastone e con movimenti rapidi solleva il taxi, me, le due valigie e la sacca che portavo a tracolla. Altrettanto rapidamente cambia la ruota e riabbassa il taxi ma poi mi dice che non può proseguire senza ruota di scorta e devo scendere. Nel frattempo il tassametro, ovviamente, era salito di prezzo. Gli ho risposto che sarei sceso ma prima volevo annotare un indirizzo che avevo visto sull’avviso affisso nella vettura. Alla sua domanda “perché?” provvidenzialmente mi viene alle labbra il verbo “to complain”: per reclamare. L’autista cambia immediatamente tono: ero evidentemente il ragazzino appena giunto in Inghilterra, avevo vent’anni e ne dimostravo forse quindici, ma sapevo abbastanza inglese per dargli dei fastidi. Quelle parole devo anche averle dette con la stizza che può maturare con tutta la stanchezza e l’ansia che avevo addosso. Sta di fatto che mi portò a destinazione senza altri problemi e in seguito scoprii di avere speso meno di altri a cui i tassisti avevano fatto fare dei giri lunghissimi.

Così fu che ancora prima di arrivare imparai due lezioni. La prima fu che le persone che cercano di approfittare dello straniero e dell’inesperto si trovano ovunque, non solo in Italia. La seconda fu che però in altri Paesi i reclami vengono presi molto sul serio dalle autorità e quindi sono temuti da chi sgarra.

Telling lies

Qualche settimana dopo, il 13 Agosto 1961, giunge la notizia della costruzione del Muro di Berlino da parte della Repubblica “Democratica” Tedesca. Nel pomeriggio decido di prendere un giornale e mi fermo davanti a un rivenditore di strada che aveva entrambi i quotidiani della sera allora in circolazione. Esito e allungo lo sguardo – la mia preoccupazione fondamentale di studente squattrinato era di non spendere nemmeno un penny più del necessario. L’uomo me ne allunga uno e, equivocando sulla mia perplessità, mi dice “They all tell the same lies”, cioè… dicono tutti le stesse bugie. Humour britannico? Non ne sono tanto sicuro. Di sicuro ho imparato a non confondere i due verbi inglesi che esprimono “dire” – almeno in quel contesto.

Ah, i bei tempi e la scuola di una volta…

Una “Enciclopedia sociale” che ho comperato mentre facevo l’università (cioè nel periodo 1958-62) reca una statistica che mi ha colpito: nel 1955, ossia ben dieci anni dopo la fine della seconda Guerra mondiale, la popolazione italiana di età 11-14 anni era così ripartita: 10% alla scuola secondaria di primo grado (di cui una minoranza alla Scuola Media, quella col latino e che permetteva di proseguire verso gli studi successivi, e la maggioranza nelle scuole di avviamento professionale); 25% ancora nella scuola elementare, che bocciava, eccome!, e quindi aveva una considerevole quantità di ripetenti. Gli altri, cioè circa i due terzi, erano già al lavoro – a bottega, nei campi o nei pascoli. Ne possiamo trarre varie conseguenze. La prima è che noi studenti ci sentivamo privilegiati e quindi se c’era da studiare fino alle dieci di sera lo facevamo con fatica ma in vista di traguardi futuri importanti. La seconda è che i nostri insegnanti di Scuola Media (a cui si accedeva con un esame di ammissione) facevano parte a loro volta di un’élite di laureati. La terza è che i raffronti tra oggi e allora non sono possibili: dovremmo fare delle classi composte dal 10% degli studenti più intelligenti e impegnati, privi di TV, computer, ecc. e con altre distrazioni molto ridotte… Le seconde case, la “settimana corta” senza il sabato lavorativo – ossia i weekend come li conosciamo ora – e molto altro allora non c’erano.