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“Perché queste cose non le metti per iscritto?”

Così mi ha detto mia moglie dopo avermi sentito raccontare, per l’ennesima volta, uno degli episodi curiosi che mi sono accaduti nella vita. “Davvero credi che ne valga la pena?”. Ad una sua risposta laconica ma convinta non ho replicato e ho cominciato a riflettere.

Mi sono accorto ben presto che alla base di molti di tali episodi ci sono state parole importanti: profonde o casuali, meditate o spontanee, ma tutte capaci di imprimersi nella mia coscienza. In qualche caso, mi hanno cambiato la vita. Sono emozioni che posso trasmettere ad altri? Non lo so, ci provo.

In principio

A diciott’anni e mezzo avevo superato con buoni voti gli esami del primo anno e lo dissi a uno zio di mia madre, frate cappuccino. Pensavo di fargli piacere, anche perché l’università era la “Cattolica”. Non era un sacerdote ma uno di quei fratelli conversi che un tempo non era raro trovare nei conventi. Mi guardò col suo sguardo tenero e tenendomi per una mano mi disse: “Ricordati, Gianfranco, che l’intelligenza e la buona volontà sono doni del Signore e quando li dà in abbondanza vuole che vengano messi al servizio di tutti.” Un gran bel programma di vita, impegnativo ma degno di essere abbracciato con fede. Ho cercato di farlo mio.

[Febbraio 2013]

PAGINETTE GIAMBELLINESI

Quando il vecchio Parroco di San Vito, Don Lanfranco, mi chiese di collaborare a “L’Eco del Giambellino”, bollettino della Parrocchia, ritenni opportuno aderire pur essendo ben consapevole dei miei limiti, soprattutto per quanto riguarda direttamente il Cristianesimo, la Chiesa cattolica, ecc. e quindi aspettandomi ogni volta che il “pezzo” venisse respinto a causa di qualche riflessione inopportuna. Finora non è successo ma sia chiaro che quanto ho scritto riflette solo il mio pensiero e non è rappresentativo di niente altro e nessun altro.

Con l’arrivo del nuovo Parroco la collaborazione è continuata e molte volte, d’accordo con la Redazione, mi sono occupato di aspetti linguistici e delle “parole-chiave” relative al tema principale del mese. Prendendomi bonariamente in giro, l’amico che coordina il lavoro di redazione e assemblaggio del fascicolo ha parlato del mio “talento filologico”… con grandi risate mie e di tutti.

Narcisisticamente, collego qui solo i miei lavori, senza immagini, partendo dai più recenti (http://www.gporcelli.it/Eco/Eco.htm). Chi volesse leggere i pdf dei fascicoli completi (opzione fortemente consigliata!), con le illustrazioni, può accedervi dalla pagina http://www.sanvitoalgiambellino.com/home.html. Tutto è liberamente accessibile e scaricabile.

Fatti non foste…

…a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.

Sono i versi di Dante più citati su Internet e il loro uso sulle “reti sociali” si presta ad alcune considerazioni.

La prima è che spesso vengono usati per dare dell’ignorante a qualcuno. Nella maggior parte dei casi, è il bue che dà del cornuto all’asino.

La seconda è che si pone l’accento sulla conoscenza ma si ignora la virtù. Ulisse l’ha citata per prima perché per l’impresa a cui si accingeva occorrevano valore e coraggio non solo a lui ma a tutti coloro che lo accompagnavano. Oggi però è fuori moda parlare di virtù – e il suo contrario, il vizio, è diventata una parola tabù. Ai comportamenti che danneggiano la salute, rovinano l’armonia familiare e prosciugano le proprie finanze si danno altri nomi.

La terza riguarda il verbo “seguire”: ci si avvia verso la pratica della virtù e si sviluppa l’amore per il sapere riconoscendo che qualcuno ci precede lungo quelle strade e ha suscitato in noi il desiderio di percorrerle.

L’aula giusta

Un’aula della Facoltà di Matematica, a Brescia, è intitolata a una gloria locale, cioè Niccolò Fontana, noto come Niccolò Tartaglia perché balbuziente. Lui stesso usò il soprannome come cognome nel firmare molti suoi scritti. Per questo una sua formula sui binomi è nota come “triangolo di Tartaglia”.

Tutto bene, se non fosse stato che varie volte mi è stata assegnata quell’aula per le mie lezioni. Per la Facoltà di Lingue, “Tartaglia” non è il massimo.

I love London

Che cosa hanno in comune le parole inglesi brother, come, comfort, comfortable, company, cover, done, dove, dozen, front, glove, govern, governance, government, governor, honey, London, love, Monday, money, monk, monkey, mother, onion, recover, recovery, some, son, ton, won, worry (e molte altre)?

In tutte, ma proprio tutte, la vocale “o” tonica si pronuncia con lo stesso suono vocalico che troviamo in parole, come club, bus e pub. Son si pronuncia esattamente come sun.

Siccome qui non posso usare i simboli fonetici, metto il link al pdf dove parlo di questo aspetto, soprattutto con riferimento alle parole che si usano in italiano, ad esempio parlando di recovery fund: http://www.gporcelli.it/Sweeney/4read/IloveLondon.pdf .

Chi parla quale lingua a chi, dove, quando e perché

Il titolo è una formula che riassume, con inevitabili semplificazioni e approssimazioni, l’oggetto della Sociolinguistica. Ci sono variazioni notevoli del linguaggio collegate a ciascuno degli elementi citati.

A partire dal soggetto: chi, iniziando un discorso, saluta le persone a cui si rivolge fa una cosa normale; ma se un papa aggiunge un “Buongiorno!” o “Buonasera!” a “Care sorelle e fratelli” introduce una novità rispetto a quanto hanno sempre detto i suoi predecessori. Da un magistrato in aula, da un medico nel suo studio, da un insegnante in cattedra, ecc. ci aspettiamo un certo tono e un certo stile. Stavo per aggiungere all’elenco gli uomini politici ma ormai, purtroppo, è meglio stendere un velo pietoso su tanta parte del loro modo di comunicare.

“Quale lingua” non significa necessariamente una scelta tra lingue “ufficiali”. A Bruxelles è frequente che ci siano funzionari che parlano una o più lingue di grande comunicazione sul luogo di lavoro (spesso, tuttora, domina l’inglese), un’altra lingua al club con gli amici e una terza in famiglia, ma, al di fuori di situazioni di quel genere, nel complesso i casi di bilinguismo o plurilinguismo sono meno frequenti dei casi di diglossia. Questa consiste nell’uso di una varietà “alta”, che di solito è la lingua nazionale, parlando con estranei o in situazioni formali, e di una varietà “bassa” che spesso corrisponde a qualche parlata regionale o locale comunemente detta dialetto, parlando con familiari e amici. Per mantenere il discorso nei limiti essenziali, evito di parlare dei regioletti, delle lingue minoritarie riconosciute ufficialmente, ecc.

“A chi” si riferisce alle variazioni dettate dai diversi interlocutori. Un medico sa che deve esprimersi in un certo modo quando interviene a un congresso scientifico, in un altro modo quando interagisce con colleghi e assistenti in sala operatoria, e in un modo ancora diverso quando dialoga con un paziente. Un insegnante adatta il suo linguaggio al livello di età e di scolarità dei suoi allievi; un cronista sa che deve riferire i fatti in una lingua accessibile al lettore medio della sua testata; ecc.

Il “dove e quando” si riferiscono al contesto situazionale, cioè alle circostanze di tempo e luogo in cui avviene la comunicazione. Tornando all’esempio del fatto di cronaca, l’uso di “ieri, nella nostra città” ecc. è consentito per gli eventi locali e recenti mentre per gli altri occorre essere espliciti nel richiamare luoghi e date. Se si vuole dare la stessa notizia per radio, occorre modificarla tenendo presente che mentre il lettore può rileggere dall’inizio se gli è sfuggito qualcosa, l’ascoltatore ha bisogno di ripetizioni del soggetto e a volte anche di altri dati importanti perché le frasi siano comprese anche da chi non è sintonizzato sin dalle primissime parole.

Il “perchè” è da intendere in senso finale, cioè “a qual fine, con quale scopo” e non causale. Ad esempio, è tipico della pubblictà ricorrere a un linguaggio persuasivo, inteso a convincere i destinatari ad assumere un certo comportamento. Leggi, decreti e normative varie hanno invece lo scopo di prescrivere comportamenti e quindi il tono è ben diverso. I modelli della comunicazione più accreditati ci danno un quadro più complesso ma qui mi accontento di questi accenni.

Qui si innesta anche il “su che cosa”, ossia le variazioni dovute all’argomento di cui si parla e al ricorso a linguaggi più o meno specialistici. Non sono solo quelli delle scienze, dell’economia o dei vari settori tecnologici ma anche quelli che riguardano temi di ampia diffusione, come la cucina e lo sport.

La conclusione è che quando pensiamo alla lingua – non in astratto ma nei suoi usi reali – dobbiamo avere in mente un mosaico, non un blocco di granito.

Voglia di imparare

Ho insegnato per molti anni in corsi serali, sia di scuola secondaria che universitari. Accanto a persone che li frequentavano per la necessità di ottenere un “pezzo di carta” (a volte inaspettatamente richiesto per un lavoro che già svolgevano da anni), ne ho conosciute molte di ammirevoli per il loro desiderio di imparare. Racconto qui alcune storie esemplari

Quando avevo più o meno 28 anni e di sera insegnavo in un Istituto Tecnico Commerciale, mi trovai un allievo che aveva almeno 15 anni più di me, sposato e con una figlia che aveva iniziato la Scuola Media. Frequentava la scuola fino alle 22.30 e poi andava a lavorare. Conducente di filobus, si faceva assegnare il turno di notte su uno dei due mezzi che viaggiavano senza sosta fino al mattino sulla linea circolare 90/91. Finito di lavorare, andava a casa a dormire, poi il pomeriggio studiava e faceva i compiti così da essere pronto per tornare a scuola per le 18. Malgrado l’età non giovanissima e soprattutto malgrado la vita di lavoro così impegnativa, raggiungeva buoni risultati. A qualcuno confidò che gli sarebbe piaciuto arrivare almeno al diploma prima di essere raggiunto e, sperabilmente, sorpassato dalla figlia.

Molto più recentemente, ho conosciuto persone che hanno lavorato seriamente per giungere a una laurea, in parte per questioni di prestigio ma soprattutto per soddisfazione personale. Tra le prime ricordo una bellissima russa che lavorava alle vendite presso una delle grandi ditte famose nel mondo e con sede nel “quadrilatero della Moda”, tra via Spiga e via Montenapoleone. Altre erano persone che, raggiunto un certo benessere economico e senza più impegni familiari gravosi, coronavano il sogno di frequentare quegli studi universitari che le vicende della vita avevano negato loro fino ad allora. In tutte, un vivo desiderio di imparare cose nuove e di capire o collegare meglio tra loro brandelli di conoscenze già acquisite. Persone attente e curiose, a cui era sempre un piacere insegnare – e da cui capitava anche di imparare qualcosa a proposito delle loro professioni o di qualche episodio di vita vissuta.

Aggiungo un caso un po’ diverso: quello di un signore che era presente a una riunione di laureandi della sede bresciana della “Cattolica”. Quando chi aveva indetto la riunione invitò i presenti a parlare della loro esperienza in università, lui rese una testimonianza del tutto particolare: “Ero da tempo il Segretario dell’Amministrazione Provinciale e come tale mi trovavo spesso impegnato fino a notte in occasione delle riunioni della Giunta o del Consiglio. Mi resi conto che, con il compimento del 60° anno d’età, sarei passato di colpo dal troppo lavoro al nulla di preciso da fare e quindi mi sono iscritto qui. Questa è la mia seconda laurea, dopo quella in Giurisprudenza di parecchio tempo fa. Questi anni di studio mi hanno aiutato a rallentare gradualmente e adesso la vita da pensionato non mi spaventa più. Ringrazio tutti: non solo i docenti ma anche i giovani compagni di studio che mi hanno accolto tra di loro senza farmi sentire a disagio.” All’epoca non c’erano ancora le “reti sociali” e le altre risorse su Internet che oggi aiutano chi rimane a casa per qualsiasi motivo.

Queste cose mi sono tornate alla mente frequentando su Facebook alcuni Gruppi che si occupano di lingue. Anche lì trovo a volte persone che da un loro commento lasciano trasparire la soddisfazione per avere appreso qualcosa di nuovo, capito meglio certi termini piuttosto oscuri, oppure colto collegamenti inattesi. Come dico in un testo pubblicato qui (http://www.gporcelli.it/articoli/Un_insegnante_su_FB.pdf ), la Rete e i social media offrono illimitate occasioni di apprendimento – a condizione anzitutto di volerlo e poi di saper discernere dove si possono trovare informazioni affidabili. Più spesso si incontrano i tipi umani descritti nell’articolo citato.

Questa settimana mi sono trovato a che fare, sia pure indirettamente, con due di tali persone. La prima ha criticato una T-shirt con una frase del tipo “Se lo sapevo non ci andavo”, insistendo che trattandosi di lingua scritta si dovevano usare (ehm… si sarebbero dovuti usare) il congiuntivo e il condizionale invece dell’imperfetto indicativo. Non c’è stato modo di convincerla che il registro colloquiale va bene anche nello scritto se il supporto non è di tipo formale. Solo quando qualcuno ha cominciato a parlare di variazioni diastratiche e diamesiche ha smesso di insistere. Non so se abbia intuito che c’è dietro molto di più della grammatica di base che lei conosce, oppure abbia deciso che i “professoroni” bisogna lasciarli perdere.

L’altro è, a quanto mi è stato dato di ricostruire, un personaggio particolare: un ex-operaio che giunto all’età della pensione ha scritto alcune favole, che va a raccontare anche su qualche radio locale e a volte nelle scuole della sua zona. Quando ha cominciato a servirsi di uno dei Gruppi di Facebook per pubblicizzare le sue iniziative, qualcuno l’ha avvisato che stava facendo un uso scorretto del Gruppo. Allora sono iniziate le invettive e le ironie pesanti su “accademici, sapienti” ecc. finché un moderatore, di fronte alle diffuse rimostranze degli altri membri del Gruppo, lo ha escluso. Se da un lato mi davano fastidio la sua invadenza e petulanza – ultimamente pare che abbia addirittura minacciato di adire le vie legali qualora non venisse riammesso – d’altra parte mi dispiace che non abbia voluto seguire i consigli che gli venivano dati da più parti. Per quel poco che ho potuto vedere sul suo sito, ci sono ampi margini per migliorare quello che ha scritto: dall’uso selvaggio della punteggiatura a problemi di vario genere relativi al lessico e alla grammatica. Ma no, ha ragione lui e tutti gli altri ce l’hanno con lui. Qualcuno l’ha paragonato a quel tale che era entrato in autostrada contromano ma era sicuro che fossero tutti gli altri gli imbecilli incoscienti che andavano nella direzione sbagliata.

Per quanto mi riguarda, spero di non perdere mai la voglia di imparare.

A proposito di /ə/

Premessa 1, per i non linguisti: il simbolo /ə/, chiamato schwa, è usato in fonetica per indicare la vocale centrale media. Ė il suono più frequente nella lingua inglese: lo si trova come suono finale in parole come sofa, teacher, doctor, sulfur ecc. (nelle varietà di inglese in cui non si pronuncia la <r> finale) e in molte altre sillabe non accentate, come la seconda sillaba di Saturday; in banana si pronunciano con /ə/ la prima e la terza sillaba. Qui se ne parla a proposito della proposta di introdurre questa vocale nella lingua italiana.

Premessa 2, generale: si parte dal presupposto che il linguaggio orienta il pensiero e quindi un uso non sessista della lingua promuove e favorisce il pieno riconoscimento della presenza della donna in tutti i ruoli sociali, compresi quelli tradizionalmente appannaggio dei maschi – con tutte le implicazioni annesse e connesse.

Uno dei problemi principali tra quelli individuati è l’uso del maschile “inclusivo” quando ci si riferisce a maschi e femmine. Ė quello che ho fatto nella prima frase, dove uso “i non linguisti” sottintendendo “e le non linguiste”. La proposta è di usare “ə non linguistə” o qualcosa del genere, come vedremo in seguito.

Siccome attribuisco valore alla Premessa 2, cerco di analizzare quali sono le difficoltà perché la proposta trovi una concreta attuazione e quali percorsi si possono ipotizzare per superare gli ostacoli. Le implicazioni sociopolitiche del discorso sono ovvie e importanti ma cercherò di mantenermi su un piano strettamente tecnico, esaminando la questione primariamente dal punto di vista di un insegnante.

Bisogna modificare i libri di testo perché usino /ə/ ovunque occorra e insegnino che le vocali sono sei : /a e i o u ə/ (per non dilungarmi lascio in disparte la questione delle due pronunce di /e o/). Gli scolari – ci risiamo, ma per ora portate pazienza, vi prego – devono imparare a scrivere la nuova lettera (e qui non vedo particolari difficoltà ortografiche) ma soprattutto pronunciare frasi che probabilmente non sentono né in famiglia né altrove. Questo mi fa pensare alla necessità di un ricambio generazionale perché la riforma vada effettivamente in porto.

Un altro passo consisterà nell’imporre l’uso di /ə/ in tutte le pubbicazioni – piaccia o no ai direttori di giornali e di collane editoriali, o ai singoli autori. Per le opere letterarie la vedo dura: giustamente ogni scrittore rivendica il diritto al proprio stile, che spesso implica un uso del tutto personale dei vocaboli e delle strutture della frase e del periodo.

Ai produttori di computer, smartphone e simili non ci sarà bisogno di imporre niente: appena se ne diffonderà l’uso, ci penseranno loro a fare in modo che per scrivere ə non servano manovre complicate.

Viste alcune reazioni recenti alle proposte non sessiste – in particolare quella di Mattia Feltri – credo che occorra una proposta di legge in materia che ottenga poi abbastanza voti favorevoli in Parlamento. Anche perché andrebbe riscritta anche la Costituzione in tutti quei punti in cui dice “(tutti) i cittadini”, intendendo “(tuttə ) ə cittadinə” e occorrono precisazioni analoghe per tutte le formulazioni di leggi, decreti, regolamenti, ecc.

Nel frattempo, ə linguistə (o dovrebbe essere lə linguistə ?) possono dedicarsi alla risoluzione dei problemi tecnici come quello che è emerso in questa frase: gli articoli plurali sono “i, gli, le”: quale forma con schwa li deve sostituire? Lo stesso vale, ad esempio, per “quei, quegli, quelle”.

Un altro esempio: “amici” ha il suono prefinale palatale (la “c” di “ciao”, per intenderci – WP non mi lascia mettere il simbolo fonetico) mentre “amiche” ha il suono prefinale /k/. Quale dei due suoni è da usare nel dire “amicə”? Un’analisi attenta metterà in evidenza che ci sono parecchi casi simili a questo, per i quali andranno prese le decisioni opportune. Prese da chi? Al momento pare chiaro che Crusca, Treccani e altre istituzioni a livello nazionale stiano prendendo le distanze da tutte le proposte di uso non sessista della lingua. Di fronte a un progetto di riforma serio, ponderato e ben articolato, il loro atteggiamento prudente potrebbe cambiare.

Non prendo in considerazione altre proposte – uso di *, i/e, ie, u, ecc. – perché fra tutte quella di usare ə mi sembra la meno difficile da tradurre in pratica. Naturalmente, se a crederci e volerlo saremo in tanti.

L’AGGIUNTA DEL GIORNO DOPO

Ho segnalato questo scritto a una fautrice dell’uso di /ə/ e secondo lei ho voluto estremizzare la questione con l’intento di demolire la proposta. E’, a suo dire, la tecnica dell'”argomento fantoccio” o straw man argument/fallacy, ossia la fallacia consistente nel creare un falso argomento e attaccare quello. Non ho inteso assolutamente fare alcunché del genere. Semplicemente mi pare che o la proposta rimane come enunciazione di principio, senza risvolti operativi, e allora va benissimo com’è e non c’è nulla da aggiungere; se invece la proposta intende incidere sulla realtà così come la conosciamo oggi, allora ci si scontra con una serie di problemi da risolvere. Tutto qui.

LA MODIFICA DELLA SETTIMANA DOPO

Quando il Gruppo è tornato sull’argomento, mi sono sentito in dovere di fare ammenda riportando l’aggiunta precedente. Alla richiesta di far sapere a tutti di che cosa esattamente si stesse parlando, ho fornito il link a questa pagina. Apriti cielo! Davvero avevo allargato il discorso per demolirlo, visto che avevo parlato anche degli articoli, mentre il discorso su /ə/ si riferisce a nomi e aggettivi. Un intervento di replica afferma: “se a fianco di I filippini si dirà I filippinə si sopravviverà.” Chissà, forse anche le filippine saranno d’accordo. A me pare che a quel modo il maschile inclusivo buttato fuori dalla porta rientri tranquillamente dalla finestra.

Soprattutto mi è stato contestato l’uso di “proposta”. Ho trovato un tweet dell’autrice – che desidero mantenere anonima: è un tweet (spero non apocrifo) che dice “Io lo dico sempre, che la soluzione è lo schwa.” Se questa non è una proposta, che cos’è? La replica è che è un tweet, non una proposta. Come dire che “Tanti baci e a presto” non è un saluto affettuoso ma… una cartolina. Confondere il testo con il veicolo è il colmo, per una sociolinguista. Credo che lo sappia benissimo ma per amore di polemica si fa questo e altro.

Siccome mi sono tolto dalla discussione, le mie domande e perplessità (perché non anche gli articoli? se non è una proposta, che cos’è?) sono destinate a restare tali senza una risposta. Non voglio proprio passare per un vecchio maschilista. Vecchio sì, maschilista mai.

Linguistica descrittiva, prescrittiva e “regole”

Nell’Introduzione a Minima Linguistica (https://deiporcellinonsibuttaniente.wordpress.com/2020/08/07/minima-linguistica-alias-linguistica-in-pillole/) ho già accennato al fatto che l’approccio scolastico alle lingue, a cominciare dall’italiano, è un approccio normativo cioè a base di regole. È normale che ciò avvenga: salvo alcuni casi incerti o con possibili varianti, le parole hanno una grafia accettata come corretta, le forme dei nomi e dei verbi sono codificate chiaramente, le frasi seguono strutture sintattiche abbastanza ben definite, e così via. Occorre quindi impadronirsi con sicurezza di tutto questo patrimonio: in buona parte è già stato acquisito imparando a parlare (qui mi riferisco alla lingua materna) ma ugualmente sono possibili dubbi e incertezze.

Questo approccio ha però una serie di conseguenze che spesso non vengono avvertite:

a) si privilegia la “grammatica” (intesa come morfologia e sintassi) rispetto alla fonologia, al lessico (il significato delle parole e delle locuzioni, cioè la semantica) e all’attenzione alle diverse condizioni nelle quali si usa la lingua per comunicare;

b) si privilegia un approccio “prescrittivo”, cioè basato su regole imposte “dall’alto” (dalle autorità in materia, dalla tradizione, o altro – spesso, qualcosa di mal definito o fumoso);

c) si tende a dare rilievo soprattutto alla lingua scritta e di tono medio-alto, rispetto alla lingua orale e ai registri colloquiali (sul concetto di registro occorrerà una scheda a parte).

La “lingua italiana”, così, finisce per essere percepita come un blocco unico, immutabile e vincolato da regole ferree. Non sto dicendo che c’è libera scelta su come usare la lingua – non per nulla si parla di “codice” (e qualche mia considerazione aggiuntiva la trovate qui https://deiporcellinonsibuttaniente.wordpress.com/2020/06/29/e-giusto-cosi-perche-a-me-mi-piace/ ) – ma parlare solo in termi di “giusto” o “sbagliato” spesso è semplicistico.

E poi chi sarebbe il “padrone” della lingua, col potere di decidere che cosa va bene e che cosa no? Gli studiosi di Storia della lingua a volte trovano libri di personaggi importanti in cui si dicono cose come “Non fate come tutti quegli ignoranti, compresi certi alti funzionari, che dicono…” e segue l’elenco delle parole e locuzioni da evitare (secondo l’autore). Ottima cosa! Così sappiamo qual era l’uso più diffuso all’epoca. Sappiamo anche che quell’autore non era d’accordo ma peggio per lui.

Agli inizi, la Linguistica come oggi la conosciamo ha dovuto lottare proprio contro l’atteggiamento purista e prescrittivo che dominava in molti circoli accademici e culturali. Un buon numero di studi uscì con titoli che specificavano “Linguistica descrittiva”, cioè basata sul principio secondo cui una lingua è il modo in cui una comunità comunica oralmente e per iscritto – NON il modo in cui qualcuno pensa che dovrebbe comunicare.

Molti utenti che sui social media discutono di lingue e linguaggi sono fortemente ancorati a una visione normativa, fatta di regole ferree e immutabili. La realtà è molto più flessibile – e quindi anche più difficile da cogliere, se non si vuole rimanere a un livello superficiale.

Terminologia grammaticale: utilità e limiti

Abbiamo imparato che “il, lo, la, i, gli, le” sono articoli determinativi. Ma lo sono davvero? Nella frase “I cani sono animali fedeli” l’articolo non determina un bel niente: “i” sta per “tutti”. Invece in “I cani abbaiano: ci dev’essere qualcuno che cerca di entrare”, “i” sta per “questi/quei” o “i nostri” e qui l’articolo ha quasi un valore di dimostrativo.

Se confrontiamo le due frasi “Il facocero è un quadrupede africano” e “Un facocero è un quadrupede africano” vediamo annullarsi di fatto la differenza tra articoli determinativi e indeterminativi.

Un altro esempio riguarda i nomi dei tempi verbali al passato. A dispetto del nome, il passato “prossimo” si può usare per eventi remotissimi: “L’uomo è comparso sulla terra all’inizio dell’era quaternaria”: è comparso e ci vive tuttora, quindi si sta parlando di un evento messo in stretta relazione con il presente. Per avvenimenti più recenti, ma visti in una prospettiva storica senza riferimenti diretti al presente, si preferisce il passato “remoto”: “Giulio Cesare morì nel 44 a.C.” Quella che conta davvero, quindi, è la distanza psicologica, non quella cronologica.1

Un’analisi sui diversi valori del presente indicativo si trova qui: www.gporcelli.it/Sweeney/6prel/PtimeTense.htm . È pensata in funzione dell’apprendimento dell’inglese ma vale comunque. In sostanza, mostra che non c’è corrispondenza diretta tra i tempi grammaticali e quelli cronologici.

I termini grammaticali, allora, sono inutili o addirittura fuorvianti? Sono molto utili per intendersi: se dico “articolo determinativo” sapete che parlo di uno dei sei citati nella prima riga (a cui possiamo eventualmente aggiungere “l’ “ ossia la forma derivante da “lo, la” per elisione). La cosa importante è che queste denominazioni siano usate come “etichette”: il più delle volte occorre andare a verificare che cosa c’è davvero dentro il barattolo.2

NOTE

1 Gli esempi sono tratti da una Consulenza in materia dell’Accademia della Crusca: https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/sulluso-del-passato-remoto/126

2 I linguisti distinguono tra l’uso categoriale e l’uso deittico dell’articolo determinativo, rispettivamente per l’uso generalizzante e quello “dimostrativo”. Questa nota ha solo lo scopo di illustrare la complessità di ogni analisi approfondita ma in generale eviterò l’uso dei termini tecnici che non si imparano a scuola.

Tra lingua e realtà, ovvero Le parole e le cose

Essere un linguista non significa necessariamente essere un poliglotta però certe particolarità della propria lingua emergono più facilmente attraverso il confronto con altre lingue, classiche o moderne. [qui ci sarà un collegamento a una scheda su “Lingua e dialetto: che differenze ci sono?”]

Si scopre allora che lingue diverse “vedono” la realtà in modo diverso: ecco alcuni esempi introduttivi.

Per noi, “libro” e “quaderno” sono due entità distinte: i libri si leggono e sui quaderni si scrive. Non esattamente, obietterà qualcuno: sui libri contabili, sui libri mastri, sui libri di bordo delle navi si scrive (o scriveva: ora per alcune operazioni amministrative ci sono sistemi informatici); e ci sono riviste letterarie o scientifiche che si intitolano “Quaderni” ma sono di sola lettura. Allora, prima di procedere chiarisco che se non ci sono precisazioni specifiche le parole-esempio vanno intese solo nel loro senso e uso più comuni.

Torniamo quindi ai nostri libri e quaderni “normali” per osservare che in inglese la parola book riunisce entrambi i concetti. Ricordo bene quando il mio primo insegnante di madrelingua inglese ci invitò a prendere appunti dicendo: “Write it in your books” cioè “Scrivetelo sul vostro quaderno” – parola per parola, sarebbe “nei vostri quaderni” ma qui ci sono dentro altri discorsi che verranno ripresi altrove. Copybook, notebook ed exercise-book in quella lingua sono tipi particolari di book, non oggetti di un altro tipo.

Vi sono molti altri casi in cui ciò che una lingua riassume in una parola un’altra lingua tiene distinto: “casa” rinvia alle parole inglesi house e home e analogamente a “dire” corrispondono say e tell. Per noi una “chiave” non è un “tasto”: la lingua inglese usa key per entrambi.

Lingue diverse, quindi, non sono parole diverse per indicare gli stessi oggetti o concetti, ma differenti modi di categorizzare la realtà, ossia di interpretarla e classificarla.

Questo vale anche per espressioni che vanno al di là della parola singola. Ad esempio, in italiano un problema, un quesito o una domanda si “pongono” e anche in francese e spagnolo si dice poser une question e poner una pregunta; in inglese invece è to raise a question – e ora anche da noi qualcuno dice “sollevare” una domanda o un problema; infine il tedesco eine Frage stellen, ove la domanda viene “messa in piedi, collocata verticalmente” da chi la pone.

I “meccanismi” linguistici di alcuni processi li esamineremo man mano. Qui accenno solo al fatto che il rapporto esistente tra il melo e la mela (albero e frutto) non è lo stesso rapporto che c’è tra il ragazzo e la ragazza (maschio e femmina giovani) e meno ancora il rapporto che NON c’è tra il pizzo e la pizza o tra il baleno e la balena.

Perché succedono queste cose? In qualche caso alcune risposte ci vengono dagli studi di Linguistica storica, dei quali però non mi occupo e che comunque il più delle volte ci spiegano “come” si sono verificati certi sviluppi, non “perché”: su parecchi fenomeni si possono fare solo ipotesi più o meno plausibili ma senza certezze assolute.

E ritornando a uno degli esempi: è più giusto “porre”, “sollevare” o “mettere in piedi” una domanda o questione? Per i linguisti, le domande di questo tipo sono mal poste e il problema di decidere che cosa sia giusto o sbagliato, oppure pregevole/apprezzabile/accettabile/inaccettabile non è un problema che si possa risolvere in poche righe. Quindi per ora non facciamoci queste domande: sarà uno dei discorsi sui quali dovremo tornare in più occasioni.